KARL OVE KNAUSGARD.
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UN UOMO INNAMORATO. 2015.
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Parte 1.
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Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2015. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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La trama.
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Nell'arco di pochi giorni Karl Ove Knausgard decide di dare un taglio netto alla propria vita in Norvegia e lascia il paese e la moglie Tonje per trasferirsi a Stoccolma. L stringe profonda amicizia con un altro esiliato norvegese, un intellettuale appassionato di boxe di nome Geir, e va dietro a Linda, una bella poetessa che l'aveva incantato anni prima a un workshop per scrittori. "Un uomo innamorato", il secondo volume di sei del ciclo "La mia battaglia", vede Knausgrd raccontare di relazioni tempestose, delle sfide della paternit e dell'urgenza di scrivere. Come ne "La morte del padre", noi leggiamo mentre la sua vita si svolge. 
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L'Autore.
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Karl Ove Knausgard  nato a Oslo nel 1968. Ha studiato Letteratura all'Universit di Bergen e vive a Malmo, in Svezia, con la moglie e i loro tre figli. Per il suo primo romanzo, Ute av verden (1998),  stato insignito del Norwegian Critics Prize for Literature, primo caso di assegnazione del premio a un debuttante. Il secondo romanzo, En tid for alt, ha vinto molti premi ed  stato giudicato tra i migliori venticinque romanzi norvegesi di tutti i tempi. Se i primi due romanzi sono stati molto ben accolti dalla critica e dai lettori norvegesi,  con la pubblicazione del suo capolavoro, i sei volumi intitolati La mia battaglia, pi di 3500 pagine autobiografiche, e con le traduzioni che sono seguite, che Karl Ove Knausgrd diventa uno dei pi grandi scrittori viventi al mondo. I sei romanzi che compongono La mia battaglia sono in corso di pubblicazione con Feltrinelli. Un uomo innamorato, finalista all'Independent Foreign Fiction Prize e libro dell'anno per il "Wall Street Journal",  il secondo volume della serie.
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Nelloriginale norvegese alcune espressioni sono riportate in svedese. Per sottolineare questo scarto linguistico si  scelto di ricorrere al corsivo.
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29 luglio 2008.
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LESTATE  STATA LUNGA, e non  ancora terminata. Il 26 giugno ho ultimato la prima parte del romanzo e da quel momento, ormai pi di un mese, Vanja e Heidi sono a casa dallasilo con tutto quello che ci comporta in termini di intensificazione dellesistenza quotidiana. Non ho mai capito il perch delle ferie, non ne ho mai sentito il bisogno, anzi, ho sempre avvertito la voglia di lavorare ancora di pi. Per, quando mi tocca, non mi tiro indietro. A dire il vero, avremmo dovuto trascorrere la prima settimana di vacanze nella piccola casetta in legno con il terreno in compropriet che lautunno scorso Linda ci aveva convinto ad acquistare poco lontano dal centro con lintento di usarla sia come luogo dove scrivere sia come posto per trascorrere i fine settimana, ma ci sono bastati tre giorni per arrenderci e tornare a casa. Riunire tre bambini piccoli e due adulti in uno spazio cos ristretto, circondati da gente ovunque, senza la possibilit di fare altro se non sarchiare il giardino e tagliare lerba, non  per forza una buona idea, soprattutto se non si  in armonia gi da prima. Abbiamo litigato pi volte animatamente suscitando, presumo, lilarit dei vicini, e poi la sensazione che emanavano quelle centinaia di giardini cos puntigliosamente coltivati e curati, con tutti quegli anziani seminudi,  stata sufficiente per scatenare in me una forma di claustrofobia rissosa e ostile. I bambini sono svelti nel cogliere questo tipo di atmosfere e approfittarne, soprattutto Vanja, lei reagisce in modo quasi immediato ai cambiamenti dei toni di voce e ai livelli di intensit e, se la situazione degenera, si comporta nel modo che, come sa, ci piace di meno e che a lungo andare ci fa perdere le staffe. Quando si  in balia della frustrazione pi cupa,  quasi impossibile difendersi e cos andiamo avanti, tra grida, urla e scenate poco edificanti. La settimana dopo abbiamo noleggiato unauto per recarci a Tjrn, nei dintorni di Gteborg, dove Mikaela, amica di Linda e madrina di battesimo di Vanja, ci aveva invitati nella casa di villeggiatura del suo compagno. Le avevamo chiesto se sapesse cosa voleva dire avere anche tre bambini e se era davvero sicura di volerci ospitare, ma lei aveva detto di s, avrebbe potuto preparare dolci e pizza con loro, aveva pensato, portarli fuori a fare il bagno e a pescare granchi in modo che cos avremmo potuto godere di un po di tempo libero per noi due. Abbiamo abboccato. Raggiunta Tjrn, abbiamo parcheggiato davanti alla casa di villeggiatura, allestremit di un paesaggio che assomigliava curiosamente a quello della Norvegia meridionale, poi ci siamo riversati allinterno di quellabitazione con tutti i figli e il nostro carico di roba. Lidea era di rimanere l per tutta la settimana, ma tre giorni dopo avevamo ricaricato la macchina ed eravamo pronti a fare nuovamente rotta verso sud, con palese sollievo di Mikaela ed Erik.
Chi non ha figli, al di l di quanto possa essere maturo o intelligente, raramente capisce che cosa voglia dire, almeno questo valeva per me prima di averne. Mikaela ed Erik sono persone in carriera; da quando la conosco, Mikaela ha ricoperto incarichi di rilievo nel campo della cultura mentre Erik  direttore di una fondazione internazionale con base in Svezia. Dopo Tjrn si sarebbe recato a una riunione a Panama, poi avrebbero continuato le ferie in Provenza perch quella era la loro vita, i posti di cui ho solo letto, per loro sono l a portata di mano. E noi siamo piombati nel bel mezzo di tutto questo con le nostre salviettine umidificate e i nostri pannolini, con John che gattona dappertutto, Heidi e Vanja che si azzuffano e urlano, ridono e piangono, che non mangiano mai sedute a tavola, che non fanno mai quello che diciamo, perlomeno quando siamo in compagnia di altre persone e vogliamo con tutte le nostre forze che si comportino bene, perch se ne accorgono e tanto pi alta  per noi la posta in gioco, tanto pi diventano ingestibili, e anche se quella casa estiva era grande e spaziosa, non lo era a tal punto da permettere loro di passare inosservate. Erik faceva finta di non temere per gli oggetti presenti in quellabitazione e per le diverse situazioni che si venivano a creare, voleva apparire come una persona generosa e amante dei bambini, ma era continuamente contraddetto dal suo linguaggio del corpo, quelle braccia conserte strette a s, quel modo con cui rimetteva in continuazione le cose al loro posto, e dallestremo distacco che trapelava dal suo sguardo. Era vicino e presente rispetto alle cose e al luogo che conosceva da una vita, ma lontano e assente verso le persone che lo popolavano in quei giorni, osservava quelle presenze pi o meno alla stessa stregua con cui si guardano le talpe o i porcospini. Lo capivo e mi piaceva, ma al contempo ero io la causa di tutto quello, cosicch era impossibile incontrarsi per davvero. Dopo aver studiato a Cambridge e a Oxford, aveva lavorato a Londra per parecchi anni come agente finanziario, ma durante unescursione in cui lui e Vanja si sono inerpicati su per un promontorio davanti al mare, Erik le ha permesso di arrampicarsi da sola per parecchi metri mentre lui se ne stava immobile ad ammirare il panorama del tutto incurante del fatto che Vanja ha soltanto quattro anni e non  in grado di valutare i pericoli, cos con in braccio Heidi mi sono precipitato per raggiungerla e riprendere il controllo. Quando una mezzora dopo eravamo seduti a un caff, io con le gambe rigide per via di quello scatto brusco e repentino su per il pendio roccioso, gli ho chiesto se poteva dare a John i pezzetti di un panino che gli avevo messo accanto perch non riuscivo a tenere a bada Heidi e Vanja e al contempo sfamarle, Erik ha annuito, ci avrebbe pensato lui, per non ha richiuso minimamente il giornale che stava leggendo e non si  neppure accorto che John, che si trovava a cinquanta centimetri da lui, era sempre pi esasperato tanto che alla fine si  messo a strillare paonazzo in volto e in preda alla frustrazione di vedere davanti a s il boccone di pane che desiderava tanto, ma che per lui risultava irraggiungibile. Questa situazione ha fatto infuriare Linda, che sedeva allaltra estremit del tavolo, lho visto dallespressione del suo volto, ma, facendo buon viso a cattivo gioco, non si  lasciata andare a nessun commento, ha aspettato che fossimo usciti dal locale e, quando ci siamo trovati a quattrocchi, mi ha detto che saremmo tornati a casa. Subito. Abituato ai suoi sbalzi dumore le ho risposto di chiudere il becco e di non prendere decisioni simili quando era cos incazzata. Ovviamente le mie parole lhanno fatta arrabbiare ancora di pi e siamo andati avanti cos fino al mattino dopo, quando siamo saliti in macchina per andarcene.
Il cielo aperto e azzurro e il paesaggio frastagliato e battuto dal vento, ma molto bello, mescolati allallegria dei bambini e al fatto che noi eravamo seduti in unauto e non nello scompartimento di un treno o a bordo di un aereo che negli ultimi anni avevano rappresentato il nostro modo di viaggiare, hanno fatto s che latmosfera si stemperasse. La cosa non  durata a lungo e poco dopo siamo tornati alle solite perch dovevamo mangiare e il ristorante che abbiamo trovato e dove ci siamo fermati apparteneva a uno yacht club privato ma, a detta del cameriere, bastava superare il ponte per raggiungere il centro e l, forse a cinquecento metri, cera un altro locale, cos venti minuti dopo ci siamo trovati su un ponte alto e stretto, ma molto trafficato, mentre trascinavamo affamati due passeggini e davanti a noi vedevamo soltanto una zona industriale. Linda era furibonda, i suoi occhi erano neri, finivamo sempre in situazioni di quel genere, ha sibilato, capitava soltanto a noi e a nessun altro, non riuscivamo mai a combinare niente di buono, adesso staremmo mangiando, tutta la famiglia, avrebbe potuto essere, come disse in svedese, una cosa carina, invece eravamo l in balia del vento, circondati da automobili che sfrecciavano da tutte le parti e avvolti nello smog su quel ponte di merda. Avevo mai visto altre famiglie con tre bambini conciate cos? La strada che abbiamo seguito terminava davanti a un portone metallico su cui spiccava il logo di una ditta di vigilanza. Per raggiungere il centro della citt, che a giudicare dallaspetto sembrava triste e fatiscente, avremmo dovuto scarpinare nella zona industriale per almeno quindici minuti. Volevo lasciarla perch non faceva altro che lamentarsi, voleva sempre qualcosa di diverso, ma non si sforzava mai di cercare di ottenerlo con le proprie forze, era soltanto capace di lamentarsi, lamentarsi, lamentarsi, non accettava mai le situazioni per quelle che erano, e quando la realt non corrispondeva alle sue aspettative era con me che se la prendeva, nelle piccole come nelle grandi cose. Certo, avremmo potuto separarci, ma questioni di logistica ci riportavano sempre insieme, avevamo una sola auto e due passeggini, quindi bastava far finta che quello che era stato detto non fosse mai stato pronunciato, spingere i passeggini macchiati e sgangherati lungo il ponte fino allesclusivo yacht club, scaricarli in macchina, allacciare le cinture ai bambini e raggiungere il McDonalds pi vicino, che invece fu sostituito da una stazione di servizio non lontano dal centro di Gteborg, dove mi sono seduto fuori su una panchina con il mio hot dog mentre Vanja e Linda erano in auto a mangiarsi il loro. John e Heidi dormivano. Abbiamo cancellato la visita prevista a Liseberg, il parco di divertimenti di Gteborg, non avrebbe fatto altro che peggiorare latmosfera gia tesa che cera tra di noi. Invece ci siamo fermati dimpulso in uno squallido e improvvisato paese delle meraviglie dove tutto era di qualit scadente. Prima abbiamo portato i bambini in un piccolo circo che consisteva in un cane che saltava attraverso dei cerchi posti allaltezza delle ginocchia, una donna nerboruta dallaspetto mascolino proveniente probabilmente dallEuropa dellEst che con indosso un bikini lanciava in aria quegli stessi cerchi prima di farseli roteare intorno ai fianchi, unarte che tutte le mie compagne di classe ai tempi delle elementari padroneggiavano, e un uomo della mia et dai capelli biondi, con un paio di babbucce allorientale dalla punta incredibilmente lunga, il turbante, i rotoli di grasso che traboccavano dai pantaloni alla turca, che dopo essersi riempito la bocca di benzina per quattro volte ha sputato fuoco verso la sommit del basso tendone. John e Heidi li fissavano con gli occhi strabuzzati. Vanja pensava soltanto al banco della pesca davanti a cui eravamo passati prima e dove acquistando i biglietti era possibile vincere dei peluche come se si fosse trattato di una lotteria. Mi tirava in continuazione chiedendomi quando sarebbe finito lo spettacolo. Di tanto in tanto lanciavo unocchiata in direzione di Linda. Seduta con Heidi sulle ginocchia, aveva le lacrime agli occhi. Quando siamo usciti e ci siamo incamminati verso il minuscolo luna park, spingevamo ognuno un passeggino e mentre passavamo davanti a una grande piscina dotata di un lungo scivolo dietro la cui sommit troneggiava un troll gigantesco, alto forse trenta metri, le ho chiesto perch.
Non lo so, mi ha risposto. Ma il circo mi ha sempre commosso".
Come mai?
Be,  cos mesto, cos piccolo e misero. Eppure tanto bello".
Anche questo?
S. Non hai visto Heidi e John? Erano letteralmente ipnotizzati".
Ma non Vanja, ho detto con un sorriso. Anche Linda ha ricambiato il sorriso.
Cosa? ha commentato Vanja girandosi. Coshai detto, pap?
Ho semplicemente detto che mentre eravamo al circo tu non pensavi ad altro che al peluche che hai visto laggi".
Vanja ha sorriso con la stessa espressione che assumeva quando parlavamo di qualche sua impresa. Compiaciuta, ma anche impaziente, desiderosa di sentire altro.
E che cosa ho fatto? ha domandato.
Mi tiravi per il braccio, ho risposto. Dicendo che volevi andare subito a pescare i biglietti".
Perch?
Come faccio a saperlo? ho commentato. Evidentemente volevi vincere quel peluche".
Adesso ci andiamo?
S.  laggi".
Ho indicato un punto lungo il sentiero asfaltato in direzione delle giostre che si intravedevano a malapena tra gli alberi.
Ne pu avere uno anche Heidi? ha chiesto.
Se vuole,  intervenuta Linda.
S che vuole, ha precisato Vanja prima di chinarsi verso Heidi che sedeva nel passeggino. Lo vuoi, Heidi?
S, ha risposto lei.
Abbiamo dovuto comprare biglietti per novanta corone prima che tutte e due stringessero tra le mani il rispettivo topolino di peluche. Sopra di noi il sole bruciava nel cielo, laria nel bosco era immobile, ogni genere di plin e di suoni striduli provenienti dalle diverse macchinette si mescolavano alla discomusic anni ottanta che si levava dalle bancarelle intorno a noi. Vanja voleva lo zucchero filato, cos dieci minuti dopo eravamo seduti a un tavolino accanto a un chiosco circondati da vespe incattivite e insistenti, sotto la calura che faceva appiccicare lo zucchero a tutto quello con cui veniva a contatto, vedi la superficie del tavolo, lo schienale dei passeggini, braccia e mani, con sonora irritazione dei bambini, non era quello che si erano immaginati quando avevano visto il contenitore dentro cui lo zucchero roteava senza sosta. Il mio caff era acido e quasi imbevibile. Un bambino piccolo e lurido  venuto verso di noi sul suo triciclo e dopo essere andato a sbattere contro il passeggino di Heidi si  messo a guardarci con espressione speranzosa. Aveva i capelli scuri e gli occhi dello stesso colore, poteva essere rumeno o albanese o forse greco. Dopo avere urtato altre volte il passeggino con la ruota anteriore, si  piazzato in modo da impedirci di uscire ed  rimasto l cos, con lo sguardo fisso a terra.
Ce ne andiamo? ho detto.
Ma Heidi voleva fare un giro a cavallo, ha commentato Linda. Non possiamo lasciarglielo fare prima di ripartire?
Un uomo corpulento dalle orecchie a sventola, anche lui scuro,  venuto a prendere il bambino, lo ha sollevato di peso insieme alla bicicletta prima di depositarlo sullo spiazzo che si apriva davanti al chiosco e, dopo avergli assestato un paio di colpetti sulla testa, si  diretto verso la piovra meccanica di cui era responsabile. I bracci reggevano delle piccole ceste in cui era possibile stare seduti e che si alzavano e si abbassavano mentre giravano lentamente su se stesse. Il bimbo si mise a pedalare allinterno dello spiazzo che persone in abiti estivi attraversavano e abbandonavano in continuazione.
Certo, ho risposto mentre mi alzavo, ho preso lo zucchero filato di Vanja e Heidi e lho gettato in un cassonetto della spazzatura prima di spingere il passeggino di John che voltava la testa da una parte allaltra per catturare con lo sguardo tutte le cose interessanti che stavano avvenendo intorno a lui e dirigermi lungo il sentiero che conduceva alla citt western. La citt western consisteva in una collinetta di sabbia su cui erano stati montati di recente tre capanni in legno che portavano rispettivamente la dicitura miniera, sceriffo e prigione, gli ultimi due tappezzati di manifesti con la scritta wanted dead or alive, e che erano circondati su un lato da betulle e da una rampa da cui scendevano alcuni ragazzi a bordo di una specie di aggeggi fatti di assi e muniti di piccole ruote, sullaltro dal maneggio, che era chiuso. Allinterno del recinto proprio sopra la miniera la donna del circo di origine esteuropea fumava seduta su una roccia.
Io cavallo! ha esclamato Heidi in svedese guardandosi intorno.
Vorr dire che andremo al maneggio degli asini vicino allingresso, ha commentato Linda.
John ha buttato il biberon pieno dacqua per terra. Sgusciando sotto il recinto Vanja si  messa a correre verso la miniera. Quando Heidi se n accorta, si  alzata dal passeggino per seguirla. Io ho visto un distributore automatico di Coca-Cola rosso e bianco dietro lufficio dello sceriffo e, dopo aver frugato nella tasca dei pantaloncini, ho rimirato il bottino: due elastici per capelli, un fermaglio decorato con delle coccinelle, un accendino, tre sassolini e due piccole conchiglie bianche che Vanja aveva trovato a Tjrn, una banconota da venti corone, due monete da cinque e nove da una.
Mi fumo una sigaretta, ho detto. Vado a sedermi laggi".
Ho indicato con un cenno del capo il tronco di un albero che si trovava alla fine di quellarea. John ha sollevato entrambe le braccia.
Vai pure, ha risposto Linda mentre lo tirava su. Hai fame, John? ha domandato. Mamma mia che caldo che fa. Non c neanche un posto allombra? Dove posso sedermi con lui?
Lass, le ho suggerito indicando il ristorante che si vedeva sulla cima e che aveva la forma di un treno, con il bancone dentro la locomotiva e i tavolini nella carrozza. Non cera anima viva. Le sedie avevano lo schienale inclinato verso i tavoli.
Far cos, ha detto Linda. Cos gli potr dare da mangiare. Dai tu unocchiata alle bambine?
Ho annuito prima di dirigermi verso il distributore della Coca-Cola e, dopo essermi comprato una lattina, mi sono seduto sul tronco, mi sono acceso una sigaretta e ho alzato lo sguardo verso il capanno montato alla meglio dove Vanja e Heidi correvano dentro e fuori lapertura.
Qui dentro  tutto buio! ha esclamato Vanja. Vieni a vedere!
Ho alzato la mano e le ho fatto un cenno, gesto che a quanto pareva le  sembrato sufficiente. Si teneva sempre stretto al petto il topolino di peluche.
A proposito, dovera finito quello di Heidi?
Con lo sguardo ho setacciato il pendio. Eccolo l, proprio davanti allufficio dello sceriffo, con la testa infilata nella sabbia. Su al ristorante, dopo avere avvicinato una sedia alla parete, Linda si  seduta ad allattare John, che allinizio ha scalciato un po, ma poi  rimasto perfettamente immobile. La donna del circo stava risalendo la china. Un tafano mi ha punto allaltezza del polpaccio. Lho colpito con una forza tale da spiaccicarlo sulla pelle. Con quel caldo la sigaretta aveva un sapore terribile, ma inalavo ostinatamente il fumo nei polmoni mentre fissavo la cima degli abeti, che nei punti in cui erano illuminati dal sole assumevano una sfumatura di verde molto pi intensa. Un altro tafano mi si  posato sulla gamba. Dopo aver tentato di colpirlo con irritazione, mi sono alzato e ho buttato la sigaretta per terra, poi mi sono diretto verso le bambine con la lattina di Coca-Cola ancora fredda e mezza piena in mano.
Pap, passa da dietro, e quando siamo dentro ci dici se riesci a vederci attraverso le fessure, okay? ha detto Vanja mentre strizzava gli occhi per via del sole.
Ma certo, ho risposto prima di fare il giro intorno al capanno. Le ho sentite muoversi e ridacchiare allinterno. Mi sono messo a sbirciare da una delle fessure, ma la differenza tra la luce fuori e il buio dentro era troppo grande per permettermi di vedere qualcosa.
Pap, sei l fuori? ha domandato Vanja.
S, ho risposto.
Ci vedi?
No. Siete diventate invisibili?
S!
Quando sono uscite, ho fatto finta di non vederle. Ho tenuto lo sguardo su Vanja mentre la chiamavo ad alta voce.
Ma sono qui, ha replicato agitando le braccia.
Vanja? ho ripreso. Dove sei finita? Adesso vieni fuori, non  pi divertente".
Sono qui! Qui!
Vanja...?
Davvero non riesci a vedermi? Sono davvero invisibile?
Sembrava molto soddisfatta, anche se al contempo ero in grado di percepire nella sua voce una leggera inquietudine. In quel momento John ha cominciato a piangere. Ho alzato gli occhi. Linda era in piedi e lo stringeva a s. Non era da lui strillare a quel modo.
Ah, eccoti finalmente! le ho detto. Sei sempre stata qui?
S-..". ha risposto Vanja.
John sta piangendo, lo senti?
Ha annuito mentre anche lei adesso guardava verso lalto.
Adesso dobbiamo andare, ho aggiunto. Forza".
Ho afferrato la mano di Heidi.
Non voglio, ha detto. Non voglio mano".
Come vuoi, le ho risposto. Per siediti almeno nel passeggino".
Non voglio passeggino, ha replicato.
Vuoi che ti prenda in braccio?
Non voglio braccio, ha detto sempre.
Sono sceso a prendere il passeggino. Quando sono tornato, si era arrampicata sul recinto. Vanja si era seduta per terra. Intanto Linda aveva lasciato il ristorante e da lass guardava verso di noi facendoci segno con la mano di raggiungerla. John continuava a piangere disperato.
Non voglio camminare, ha commentato Vanja. Ho le gambe stanche".
Ma se avrai fatto s e no un metro a piedi in tutta la giornata, ho replicato. Come fai ad avere le gambe stanche?
Non ho le gambe. Devi portarmi tu".
No, Vanja, non dire stupidaggini. Non posso tenerti in braccio".
S invece".
Siediti nel passeggino, Heidi, ho insistito. Cos andiamo a cavallo".
Non voglio passeggino".
Non ho le gambeeee! ha esclamato Vanja urlando lultima parola.
Mi sono sentito sopraffare da una vampata di rabbia. Limpulso era sollevarle, stringere ognuna sotto un braccio e portarle via di peso. Era gi successo altre volte che mi fossi allontanato con loro due che si dimenavano e urlavano sotto la mia presa mentre rimanevo perfettamente impassibile davanti alle occhiate dei passanti che seguivano sempre con grande interesse le nostre sceneggiate, come se io indossassi una maschera da scimmione.
Ma in quel momento sono riuscito a controllarmi.
Allora siediti nel passeggino, Vanja".
Se mi ci metti tu".
No, devi farlo da sola".
No. Non ho le gambe".
Se non avessi ceduto, saremmo rimasti l fino al mattino dopo perch anche se non aveva pazienza e si arrendeva davanti alla pi piccola difficolt, in compenso Vanja era terribilmente ostinata quando si trattava di far valere la propria volont.
Okay, ho detto alzandola e infilandola nel passeggino. Ancora una volta hai vinto tu".
Che cosa ho vinto? ha domandato.
Niente, ho risposto. Adesso vieni, Heidi, su che andiamo".
Lho sollevata dal recinto e dopo un paio di no non voglio pronunciati senza troppa convinzione, stavamo finalmente risalendo il pendio, Heidi in braccio a me, Vanja nel passeggino. Strada facendo ho raccolto il topolino di peluche di Heidi e dopo averlo scosso per togliergli la polvere, lho infilato nella retina.
Non capisco cosa abbia, ha detto Linda quando siamo arrivati in cima. Tutto a un tratto si  messo a piangere. Forse  stato punto da una vespa o qualcosa di simile. Guarda qui..".
Dopo avergli sollevato il maglioncino di cotone sulla pancia, mi ha mostrato un piccolo segno rosso. John si dimenava tra le sue braccia, rosso in viso e con i capelli bagnati per via delle urla e del pianto.
Povero piccino mio, ha detto Linda.
Io sono appena stato morso da un tafano, le ho spiegato. Forse  stato quello. Mettilo nel passeggino e andiamo. Tanto adesso non possiamo fare niente".
Una volta imbragato, John ha cominciato a contorcersi e a chinare la testa verso il basso mentre strillava.
Meglio tornare allauto, ho suggerito.
S, ha detto Linda. Ma prima devo cambiargli il pannolino. C una nursery con il fasciatoio l in fondo".
Ho annuito e abbiamo cominciato a scendere lungo il pendio. Erano gi passate alcune ore dal nostro arrivo, il sole splendeva pi basso nel cielo e qualcosa nella luce con cui irrorava i boschi mi ha ricordato i pomeriggi destate trascorsi a casa, quando con mamma e pap ci recavamo in macchina allestremit dellisola per fare il bagno in quel tratto di mare o da soli scendevamo fino alla rupe che si stagliava nellinsenatura proprio sotto il quartiere residenziale dove abitavamo. Per qualche secondo mi sono sentito colmare dai ricordi, non sotto forma di episodi concreti, ma di atmosfere, odori, percezioni. Come la luce, che in pieno giorno era pi bianca e neutra, ma che durante il pomeriggio diventava pi densa e pastosa scurendo tutti i colori. Oh, correre lungo il sentiero che attraversava quel bosco in ombra unestate degli anni settanta! Tuffarsi nellacqua salatissima e nuotare fino allisolotto di Gjerstadholmen sullaltro lato! Il sole che brillava sugli scogli rendendoli quasi dorati. Lerba secca e dura che cresceva tra gli avvallamenti. I pesci che si allontanavano guizzando via. E le chiome delle piante sopra di noi, con i loro rami esili, tremolanti alla brezza che si levava al tramonto! La corteccia sottile e il legno liscio, simile alla cartilagine di un osso, dellalbero l sotto. Il fogliame verde...
Eccolo l, ha esclamato Linda accennando con la testa in direzione di una piccola costruzione ottagonale di legno. Mi aspetti?
Ci avviamo piano piano verso lauto, ho risposto.
Nel bosco che si trovava allinterno del recinto cerano due gnomi intagliati nel legno. Quella era la scusa usata per giustificare il nome di paese delle meraviglie.
Guarda c Pappo! ha esclamato Heidi nel suo svedese storpiato. Pappo stava a indicare Babbo Natale. Era da tempo che quel personaggio attirava la sua attenzione. A primavera inoltrata aveva indicato la veranda dove la sera della vigilia era sbucato Babbo Natale esclamando arriva Pappo e quando giocava con uno dei regali che lui le aveva portato precisava sempre la provenienza del dono. Allo stesso tempo non era facile capire quanta importanza gli desse per davvero, perch quando per sbaglio aveva scoperto il vestito da Babbo Natale che avevo nascosto nel mio armadio durante le festivit, non era rimasta minimamente sorpresa n sconvolta, non era stato svelato nessun segreto, si era limitata a indicare e a gridare pappo, come se quello fosse il posto dove lui andava a cambiarsi e quando ci capitava di imbatterci nel vecchio senzatetto dalla barba bianca che di solito se ne stava accampato nella piazzetta davanti a casa nostra, era capace di alzarsi in piedi nel passeggino esclamando pappo natale con tutto il fiato che aveva in gola.
Mi sono chinato in avanti per baciarla sulla guancia paffuta.
Niente baci! mi ha detto.
Sono scoppiato a ridere.
Allora posso baciare te, Vanja?
Nooo!  stata la sua risposta.
Venivamo superati in continuazione da un flusso piccolo ma costante di persone, i pi avevano indumenti di colore chiaro e indossavano pantaloncini, magliette e sandali, alcuni erano in pantaloni della tuta e scarpe da ginnastica, balzava allocchio come molti fossero grassi, quasi nessuno era ben vestito.
Il mio pap in prigione! ha esclamato Heidi soddisfatta.
Vanja si  girata nel passeggino.
No, pap non  in prigione! ha replicato.
Ho riso nuovamente prima di fermarmi.
Aspettiamo qui la mamma, ho detto.
Il tuo pap  in prigione era una delle frasi pi ricorrenti che i bambini si dicevano allasilo. Heidi aveva interpretato quelle parole come qualcosa di particolarmente carino e di solito le pronunciava quando voleva vantarsi di me. Lultima volta che stavamo rientrando dalla nostra casetta, a sentire Linda lo aveva detto a una signora anziana che sedeva dietro di loro sullautobus. Il mio pap  in prigione. Dal momento che non ero presente alla scena perch ero ancora alla fermata dellautobus con John, quellaffermazione era stata lasciata in sospeso senza poter essere contraddetta.
Dopo aver chinato la testa in avanti, mi sono asciugato il sudore dalla fronte sulla manica della maglietta.
Posso comprare un altro biglietto? ha chiesto Vanja.
Assolutamente no, le ho risposto. Hai gia vinto un peluche!
Ma papino, uno solo?
Mi sono girato e ho visto che stava arrivando Linda. John era seduto dritto nel passeggino e aveva unaria soddisfatta sotto il cappellino che lo riparava dal sole.
Tutto bene? le ho domandato.
Mmm. Ho messo un po dacqua fredda sulla puntura. Ma  stanco".
Allora saddormenter in auto, ho commentato.
Secondo te che ore saranno?
Le tre e mezzo?
Quindi siamo a casa per le otto?
Una cosa cos".
Dopo aver attraversato nuovamente la zona delle giostre, siamo passati davanti alla nave dei pirati, una squallida sagoma in legno munita di qualche passerella dove qua e l spuntavano delle figure con una sola gamba o un solo braccio, la spada e la bandana, poi abbiamo superato il recinto con i lama e quello con gli struzzi, il piccolo lastricato dove alcuni bambini giravano su quad a pedali, e alla fine abbiamo raggiunto lentrata dove cerano un percorso a ostacoli, o meglio dei tronchi di legno e alcune pareti fatte di assi unite da delle reti, unimpalcatura per il salto con lelastico e una pista per cavalcare gli asini presso cui ci siamo fermati. Linda ha preso in braccio Heidi, si  diretta con lei verso la fila e le ha messo in testa il casco mentre Vanja e io siamo rimasti a guardare accanto al recinto insieme a John.
In azione cerano quattro asini alla volta ed erano i genitori a condurli. Anche se il percorso non superava i trenta metri, i pi impiegavano molto tempo per ultimarlo perch questi erano asini, non pony, e si fermano quando vogliono. Genitori disperati tiravano le redini con tutte le forze di cui erano capaci senza riuscire a smuovere gli animali di un solo millimetro. Davano loro qualche pacca sui fianchi senza che questo servisse a niente, gli asini rimanevano dannatamente immobili. Uno dei bambini piangeva. La tipa che raccoglieva i biglietti continuava a gridare consigli ai genitori. Tiri pi forte che pu! Pi forte! Tiri, non si preoccupi, non gli fa male. Forte! Ecco, cos!
Vedi, Vanja? ho detto. Gli asini si rifiutano di muoversi!
Si  messa a ridere. Ero contento di vederla felice. Al contempo per ero un po preoccupato per come sarebbe andata a finire con Linda: la sua pazienza non era molto pi grande di quella di Vanja. Ma quando  venuto il suo turno, se l cavata bene. Ogni volta che lasino si fermava, lei si girava e si piazzava con la schiena contro il fianco dellanimale mentre faceva schioccare la lingua. Da bambina aveva fatto equitazione, per molto tempo i cavalli erano stati una componente fondamentale della sua vita, doveva essere per quello.
In groppa allasino Heidi era raggiante. Quando la bestia non si lasciava pi abbindolare dal suo stratagemma, Linda la tirava per il morso in modo cos deciso e risoluto da non concederle nessuna possibilit di fare le bizze.
Come sei brava! ho gridato a Heidi. Ho lanciato unocchiata a Vanja. Vuoi farlo anche tu?
Lei ha scosso la testa con decisione. Si  raddrizzata gli occhiali. Aveva cominciato a cavalcare i pony allet di sei mesi e lautunno in cui ci eravamo trasferiti a Malm, quando ne aveva due e mezzo, aveva iniziato a frequentare una scuola di equitazione. Si trovava al centro del Folkets Park, un maneggio triste e fatiscente con il pavimento coperto di segatura che per lei rappresentava qualcosa di fiabesco tanto che assorbiva tutto quello che avveniva in quel luogo e non smetteva mai di parlarne quando aveva finito. Con la schiena dritta come un fuso sedeva sul suo pony arruffato mentre girava per la pista guidata da Linda o, le volte che ci andavo da solo con lei, da una delle bambine di undici, dodici anni che sembravano trascorrere l dentro la propria esistenza mentre al centro della pista un istruttore diceva loro che cosa dovevano fare. Il fatto che Vanja non capisse sempre le istruzioni che le venivano impartite non era un problema, la cosa pi importante era lesperienza che traeva dal contatto con i cavalli e lambiente circostante. La scuderia, la gatta sulla paglia circondata dai micini appena nati, lelenco dei nomi di chi avrebbe cavalcato quale cavallo quel pomeriggio, il casco che sceglieva, lattimo in cui lanimale veniva condotto in pista, la cavalcata in s, il dolcetto alla cannella e il succo di mela che si gustava dopo alla caffetteria del maneggio. Era il momento pi importante della settimana. Ma nel corso dellautunno successivo le cose erano mutate. Era arrivato un nuovo istruttore e a Vanja, che sembrava pi grande dei suoi quattro anni appena compiuti, venivano richieste prestazioni superiori alle sue possibilit. Anche se Linda aveva fatto presente la situazione, non era cambiato nulla. Vanja aveva cominciato a protestare quando doveva andare al maneggio, non voleva, per nessuna ragione, e alla fine avevamo smesso. Anche quando ha visto Heidi compiere quel breve giro a dorso dellasino attraverso il parco, cosa che non richiedeva nessuna abilit particolare, si  rifiutata.
Unaltra attivit che avevamo iniziato era un corso di canto dove i bambini in parte cantavano insieme, in parte disegnavano e facevano vari lavoretti. Durante la seconda lezione dovevano disegnare una casa e Vanja aveva colorato di blu lerba antistante. La responsabile del corso si era recata da lei per dirle che lerba non  blu, ma verde, non poteva rifare il disegno? Dopo averlo strappato, Vanja aveva cominciato a impuntarsi su tutto con tale veemenza che gli altri genitori avevano aggrottato la fronte, felici di avere invece dei figli cos ben educati. Vanja  un insieme di tante cose, ma  soprattutto molto sensibile e il fatto che lei si stia gi indurendo, perch cos , mi preoccupa. Vederla crescere modifica anche limmagine che ho della mia stessa infanzia, non tanto da un punto di vista qualitativo, ma quantitativo, mi riferisco al tempo trascorso con i propri figli, che  incommensurabile. Cos tante ore, cos tanti giorni, un numero infinito di situazioni che nascono e muoiono e vengono vissute. Della mia infanzia ricordo soltanto una manciata di episodi che ho sempre considerato determinanti e fondamentali, ma che adesso capisco essere immersi in un mare di altri avvenimenti, cosa che annulla completamente il loro significato, perch come faccio a sapere che proprio gli eventi che sono rimasti radicati dentro di me sono stati quelli decisivi e non tutti gli altri di cui non so nulla?
Quando discuto questo genere di cose con Geir, con cui parlo tutti i giorni al telefono per unoretta, lui  solito citare Sven Stolpe, che da qualche parte ha scritto che Bergman sarebbe stato comunque Bergman indipendentemente da dove fosse cresciuto, implicando quindi che si  quello che si  a priori e a prescindere dalle condizioni esterne. Il modo in cui ci si relaziona alla famiglia viene prima della famiglia. Quando sono cresciuto, mi  stato insegnato a spiegare tutte le caratteristiche, le azioni e i fenomeni partendo dallambiente in cui sono avvenuti. Il fattore biologico e quello genetico, dunque ci che  dato, quasi non era contemplato sulla carta e, quando questo accadeva, veniva visto con sospetto. Di primo acchito un atteggiamento di questo tipo pu sembrare umanitaristico, dal momento che  cos intimamente connesso allidea secondo cui tutti gli esseri umani sono uguali, ma in seconda battuta pu essere anche espressione di una concezione meccanicistica delluomo, che nato vuoto e intonso lascia che la propria esistenza venga plasmata dallambiente che lo circonda. A lungo ho avuto un approccio puramente teorico a questa problematica, che  cos basilare da potere essere utilizzata come asse di battuta in qualsiasi contesto: se per esempio lambiente rappresenta il fattore determinante, allora in linea di principio lessere umano  sia eguale sia plasmabile, dunque la persona buona di cuore pu essere formata intervenendo sul suo ambiente, ergo se ne deduce il motivo per cui la generazione dei miei genitori ha fiducia nello Stato, nel sistema scolastico e nella politica e si capisce la loro brama di fare piazza pulita di tutto quello che  stato prima di loro e da ci consegue anche quella che  stata la loro nuova verit, che non si trova insita nellessere umano, nellunicit e nella peculiarit, ma al contrario nellelemento esteriore, nella collettivit, in ci che accomuna tutti, aspetto espresso in maniera forse quanto mai esemplare dallo scrittore Dag Solstad, da sempre il cronografo del proprio tempo, nel testo del 1967 in cui si legge la sua famosa affermazione Non vogliamo mettere le ali al bollitore del caff: basta con la spiritualit, largo a un nuovo materialismo  ma che la stessa presa di posizione potesse essere alla base della demolizione di vecchi quartieri cittadini, della costruzione di strade e di parcheggi, ovviamente osteggiate in profondit dalla sinistra intellettuale, non  mai venuto in mente a nessuno di loro, e forse non  mai stato neppure possibile affermarlo prima di adesso, ora che il legame tra il pensiero egalitario e il capitalismo, lo stato basato sul welfare e il liberalismo, il materialismo marxista e la societ dei consumi  cos palese perch il pi potente artefice di eguaglianza  il denaro, i soldi livellano ogni forma di diversit, e se il tuo carattere e il tuo destino sono grandezze plasmabili, il denaro rappresenta lo strumento pi accessibile in grado di modellare e cos si verifica laffascinante fenomeno per cui masse intere di persone rivendicano la propria individualit e originalit acquistando le stesse cose mentre coloro che un tempo hanno aperto quella porta con la loro accondiscendenza nei confronti delluguaglianza, la loro enfasi sulla materialit e sulla fede nel cambiamento, adesso si infuriano contro la propria creazione che ritengono opera del nemico  eppure come tutti i ragionamenti troppo semplicistici neppure questo corrisponde del tutto a verit, lesistenza non  una grandezza matematica, non possiede nessuna teoria, ma  solo pratica, e bench sia allettante cercare di capire il modo in cui una generazione abbia stravolto la societ partendo dal presupposto che esiste un rapporto diretto tra eredit e ambiente, la tentazione  letterale e consiste principalmente di puro piacere speculativo pi che della gioia di dire la verit. Nei libri di Solstad il cielo  basso allorizzonte, le sue opere mostrano unenorme sensibilit e attenzione per le correnti contemporanee, dalla sensazione di alienazione degli anni sessanta, dalla celebrazione della politica agli inizi degli anni settanta e poi, proprio nel momento in cui hanno cominciato a spirare venti contrari, alla presa di distanza da tutto ci alla fine del decennio. Questo modo di fungere alla stregua di una banderuola non rappresenta necessariamente n un punto di forza n una debolezza nella produzione letteraria di uno scrittore, ma semplicemente una parte del suo stesso materiale, una componente del suo orientamento, e nel caso di Solstad lelemento pi importante  sempre esistito altrove, e cio nel linguaggio che brilla grazie a una vecchia e rinnovata eleganza e irradia questo suo splendore del tutto unico, inimitabile e pieno di spiritualit. Questa lingua non si pu apprendere, questa lingua non si pu acquistare con i soldi e proprio in questo risiede tutto il suo valore. Non  vero che nasciamo tutti uguali e che le condizioni di vita in cui ci troviamo rendono diverse le nostre esistenze,  vero il contrario, che nasciamo diversi e le condizioni di vita in cui ci troviamo rendono le nostre esistenze pi simili le une alle altre.
Quando penso ai miei tre figli, ci che vedo davanti a me non sono solo i volti che li caratterizzano, ma percepisco nettamente la sensazione che trasmettono. Questa sensazione, che  immutabile, rappresenta ci che loro sono per me. E quello che sono  presente in loro fin dai primi giorni che li ho visti. Allora non sapevano fare niente e il poco di cui erano capaci, come succhiare il seno, alzare le braccia di riflesso, guardarsi intorno, imitare, lo sapevano fare tutti, cosicch quello che sono non ha nulla a che vedere con le qualit, non centra niente con quello che sanno o non sanno, ma riguarda prettamente quella specie di luce che brilla dentro di loro.
I tratti tipici del loro carattere che cominciavano a manifestarsi timidamente gi dopo qualche settimana sono rimasti altrettanto immutati e sono cos diversi in ognuno di loro che  difficile immaginarsi che le condizioni che diamo loro, attraverso il nostro comportamento e il nostro modo di essere, abbiano qualche impatto decisivo. John ha un temperamento dolce e gentile, ama le sue sorelle e gli aerei, i treni e gli autobus. Heidi  estroversa ed entra in contatto con tutti, le interessano le scarpe e gli abiti, vuole solo indossare vestitini e si sente sicura nel proprio corpicino, come ha dimostrato per esempio quella volta in cui in piscina si  piazzata nuda davanti allo specchio e ha detto a Linda, mamma, guarda che bel sedere che ho! Non sopporta di essere sgridata, se qualcuno alza la voce con lei, si gira e scoppia a piangere. Vanja invece risponde, ha un temperamento molto acceso,  dotata di grande forza di volont,  sensibile e incline a socializzare. Possiede una buona memoria,  in grado di ripetere la maggior parte dei libri che le leggiamo e le battute dei film che vediamo. Ha senso dellumorismo, a casa ridiamo sempre molto per via delle sue uscite, ma, quando  fuori, si lascia influenzare dallambiente esterno e se ci sono troppe cose nuove o insolite si chiude in se stessa. Questa timidezza  emersa quando aveva circa sette mesi e si manifestava con il fatto che lei chiudeva semplicemente gli occhi se un estraneo le si avvicinava, e faceva finta di dormire. Qualche rara volta capita anche adesso, se per esempio  seduta nel passeggino e ci imbattiamo inaspettatamente in uno dei genitori dellasilo, abbassa le palpebre come se niente fosse. A Stoccolma, nellasilo che si trovava proprio di fronte al nostro appartamento, dopo un inizio cauto e tentennante si era legata molto a un bambino della sua et che si chiamava Alexander e insieme a lui scorrazzava con una tale energia e partecipazione tra i vari giochi che si trovavano allesterno che a volte le maestre dovevano proteggere il piccolo da lei perch lui non era sempre in grado di sopportare tutta quella sua intensit. Ma il pi delle volte Alexander si illuminava in viso quando la vedeva arrivare e gli dispiaceva quando se ne andava e da allora Vanja ha sempre preferito giocare con i maschi, evidentemente ha bisogno di una certa fisicit e impulsivit selvaggia, forse perch le d una sensazione di dominio.
Quando ci trasferimmo a Malm cominci un nuovo asilo, che si trovava vicino a Vstra Hamnen, il nuovissimo quartiere della citt dove abitavano la maggior parte delle persone pi abbienti, e poich Heidi era ancora cos piccola, tocc a me occuparmi della fase di inserimento. Tutte le mattine attraversavamo la citt in bicicletta passando davanti al vecchio arsenale e puntando in direzione del mare, Vanja con il suo piccolo casco in testa e le braccia strette intorno a me, io con le ginocchia allaltezza dello stomaco mentre pedalavo su quella piccola bici da donna, leggero e felice perch in quella citt tutto era ancora nuovo e nel cielo le variazioni della luce al mattino e alla sera non erano ancora subordinate allo sguardo saturo della routine. Il fatto che la prima cosa che Vanja diceva appena sveglia fosse che non voleva andare al dagis, lasilo, e che di tanto in tanto piangesse quando lo diceva, lo ritenevo soltanto un momento di passaggio, sicuramente con il tempo avrebbe cominciato a piacerle. Ma quando arrivavamo a destinazione non voleva staccarsi da me indipendentemente dai trucchi a cui ricorrevano le tre giovani maestre che formavano il personale per cercare di attirarla. Secondo me la cosa migliore sarebbe stata quella di gettarla nella mischia, andarmene e lasciare che se la sbrigasse da sola, ma le insegnanti e Linda non volevano neanche sentir parlare di tanta brutalit, cos io rimanevo l seduto su una sedia in un angolo della stanza con Vanja sulle ginocchia, circondati da bambini che giocavano, inondati dalla luce del sole che si faceva gradualmente sempre pi autunnale con il passare dei giorni. Al momento dello spuntino allaperto, che consisteva di spicchi di mela e di pera distribuiti dal personale, Vanja acconsentiva a sedersi a patto che ci avvenisse a dieci metri di distanza dagli altri e quando lo facevamo, io con un sorriso di scusa sulle labbra, non era senza un senso di stupore perch quello era esattamente il mio modo di relazionarmi alle altre persone: come aveva fatto lei, che aveva soltanto due anni e mezzo, a percepirlo e farlo suo? Ovviamente poco alla volta le maestre riuscirono a staccarla da me e io potevo allontanarmi in bicicletta per scrivere un po mentre lei piangeva disperata, ma dopo un mese laccompagnavo e andavo a riprenderla senza problema. Per capitava ancora che lei la mattina dicesse che non ci voleva andare, che di tanto in tanto piangesse e quando un altro asilo che si trovava proprio vicino al nostro appartamento ci telefon per dirci che si era liberato un posto, non esitammo ad accettare. Si chiamava Lodjuret, la lince, ed era una cooperativa di genitori. Tutti i genitori dovevano prestare servizio come personale due settimane allanno, oltre a rivestire uno dei tanti incarichi amministrativi o pratici esistenti. In quel momento non sospettavamo minimamente di quanto tempo ci avrebbe portato via quella struttura, anzi, si parlava solo di vantaggi: prestando servizio in prima persona avremmo conosciuto tutti i compagni di gioco di Vanja e, grazie ai vari incarichi e riunioni, i loro genitori. Era normale, ci sentimmo dire, che i bambini andassero gli uni a casa degli altri e presto questo ci avrebbe permesso di avere aiuto in caso di bisogno. Inoltre, e forse quello era largomento pi importante, a Malm non conoscevamo nessuno, neanche unanima, e quello sarebbe stato il modo pi facile per stabilire dei contatti. Ed era vero, dopo un paio di settimane fummo invitati alla festa di compleanno di una delle bambine. Vanja non stava pi nella pelle anche perch per loccasione le avevamo regalato un paio di scarpette dorate, ma allo stesso tempo non ci voleva andare, reazione abbastanza comprensibile dato che in cos poco tempo non era ancora riuscita a familiarizzare molto bene con gli altri. Linvito era stato lasciato sulla sua mensola allasilo un venerd pomeriggio, la festa sarebbe stata il sabato successivo e per tutta quella settimana Vanja ci chiese in continuazione se era quello il giorno del compleanno di Stella. Quando rispondevamo di no, ci domandava se sarebbe stata due giorni dopo: lorizzonte pi estremo della sua percezione di futuro non andava oltre. La mattina in cui finalmente annuimmo confermandole che s, quello era il giorno in cui saremmo andati da Stella, lei salt gi subito dal letto e si diresse verso larmadio per infilarsi le scarpette dorate. Un paio di volte allora ci chiedeva se mancava ancora molto. Si prospettava una mattinata insopportabile fatta di scenate e insistenze, ma per fortuna esistevano cose da fare con cui poterla riempire. Linda la port con s in una libreria per comprare il regalo, poi si sedettero al tavolo della cucina per scrivere il biglietto dauguri, facemmo il bagno a lei e a Heidi, le pettinammo e le aiutammo a indossare le calzamaglie bianche e i vestitini della festa. Di colpo lumore di Vanja cambi, tutto a un tratto non voleva pi n la calzamaglia n il vestito, non intendeva andare a nessun compleanno e per finire scagli le scarpette contro la parete. Dopo aver aspettato pazientemente che le passassero quei minuti di crisi, riuscimmo a farle indossare tutto, compreso lo scialle bianco fatto a maglia che le era stato regalato al battesimo di Heidi, e quando alla fine furono entrambe sedute nel passeggino davanti a noi, erano di nuovo in trepidante attesa. Vanja era seria e silenziosa con le scarpette dorate in una mano e il regalo nellaltra, ma quando si girava verso di noi per dire qualcosa era con un sorriso sulle labbra. Accanto a lei sedeva Heidi, eccitata e contenta, perch anche se non capiva dove stavamo andando, i vestiti e i preparativi le avevano sicuramente suggerito che si trattava di qualcosa di insolito. Lappartamento dove si sarebbe tenuta la festa si trovava nella nostra stessa strada, qualche centinaio di metri pi in l. La via era invasa da quel fermento tipico del tardo pomeriggio di sabato in citt, quando gli ultimi acquirenti con i loro sacchetti della spesa si mescolano ai giovani che si riversano in centro per piazzarsi davanti al Burger King e al McDonalds mentre la scia di macchine non  pi soltanto funzionale e composta da famiglie che vanno e vengono dai parcheggi coperti, ma include sempre pi auto nere e scintillanti con i bassi dello stereo a tutto volume che fanno rimbombare la carrozzeria, guidate da immigrati sulla ventina. Davanti al supermercato cera cos tanta gente che fummo costretti a fermarci. Quando la signora anziana, magrissima e dal volto devastato, che di solito sedeva a quellora l davanti sulla sua sedia a rotelle, not Vanja e Heidi, si chin in avanti verso di loro facendo tintinnare la campanella che teneva appesa a un bastoncino mentre sfoggiava un sorriso che per lei sicuramente stava a significare laffetto che provava per i bambini, ma che alle nostre figlie doveva sembrare spaventoso. Per non dissero niente, si limitarono a guardarla. Allaltro lato della porta dingresso sedeva un tossicomane della mia et che stringeva un cappellino nella mano tesa. Aveva accanto a s una gabbia con dentro un gatto e quando Vanja lo vide si volt verso di noi.
Quando andiamo a vivere in campagna, voglio un gatto, sentenzi.
Gatto! esclam Heidi indicandolo.
Scesi con il passeggino sulla strada per riuscire a superare tre persone che camminavano cos maledettamente piano che probabilmente pensavano di essere i padroni del marciapiede, avanzai di qualche metro il pi velocemente possibile per poi ritornare sul marciapiede una volta oltrepassati.
Forse ci vorr ancora un bel po di tempo, Vanja, le dissi.
Non si pu tenere un gatto in un appartamento, comment.
Proprio cos, intervenne Linda.
Vanja si gir nuovamente verso la strada. Stringeva con entrambe le mani il sacchetto con il regalo.
Guardai Linda.
Com che si chiama il padre di Stella?
Oddio, adesso non mi viene in mente..". rispose. Ah s, Erik, no?
S, esatto, dissi. Cos che fa?
Non ne sono sicura. Qualcosa con il design".
Passammo davanti al negozio di dolciumi Gottgruvan e sia Vanja sia Heidi si chinarono in avanti per sbirciare attraverso le vetrine. Subito dopo cera una specie di banco dei pegni. Il negozio successivo vendeva statuette di vario genere e gioielli, angeli e buddha, oltre a incensi, t, saponi e altri ninnoli new age. Sulla vetrina erano appesi manifesti che elencavano le date in cui guru di yoga e famosi veggenti avrebbero fatto tappa in citt. Sullaltro lato della strada cera un negozio di abbigliamento che vendeva vestiti di marche a buon mercato, Ricco Jeans and Clothings, Moda per tutta la famiglia, accanto a esso si trovava il TABOO, una specie di negozio di articoli erotici che cercava di attrarre i clienti esponendo vibratori e manichini con indosso neglig e corsetti nella vetrina accanto alla porta, nascosta dalla strada. Accanto cerano Bergman borse e cappelli, il cui arredo e assortimento dovevano essere rimasti immutati dal giorno in cui il negozio era stato aperto negli anni quaranta, e Radio City, che era fallito da poco, ma sfoggiava ancora una vetrina piena di schermi luminosi di televisori, circondati dai pi disparati aggeggi elettronici con i prezzi scritti su grossi cartoncini quasi fluorescenti di colore arancione e verde. La regola era che pi si percorreva quella via, pi i negozi diventavano dozzinali, economici ed equivoci. Lo stesso valeva per le persone che battevano quella zona. A differenza di Stoccolma, dove anche l avevamo abitato in centro, la povert e la miseria erano visibili per le strade. E la cosa mi piaceva.
Eccoci arrivati, disse Linda fermandosi di fronte a una porta. Davanti a un locale per il bingo poco pi distante tre donne sulla cinquantina dal colorito smorto erano intente a fumare. Linda fece scorrere lo sguardo sullelenco di nomi accanto al citofono, digit un numero. Due autobus ci superarono rombando uno dopo laltro. Un attimo dopo sentimmo il ronzio della porta che scattava ed entrammo in quellatrio buio e, dopo aver sistemato il passeggino vicino alla parete, salimmo i due piani di scale fino allappartamento, io con Heidi in braccio, Linda tenendo Vanja per mano. Quando arrivammo in cima, la porta era aperta. Anche lappartamento era al buio. Provavo un certo disagio al pensiero di entrare a quel modo, avrei preferito suonare il campanello, quel gesto avrebbe annunciato il nostro arrivo in maniera pi palese perch adesso ce ne stavamo in piedi nel corridoio senza che nessuno si fosse accorto di noi.
Misi gi Heidi e le tolsi la giacca. Linda stava per fare lo stesso con Vanja, ma lei protest, voleva togliersi prima gli stivaletti per potersi infilare le scarpette dorate.
Su entrambi i lati del corridoio cera una stanza. In una i bambini giocavano scatenati, nellaltra cerano degli adulti che stavano conversando tra di loro. Nel corridoio che proseguiva verso linterno dellappartamento, vidi Erik, era girato di spalle e stava parlando con una delle coppie di genitori dellasilo.
Ciao! gli dissi.
Non si gir. Appoggiai la giacca di Heidi sopra un cappotto che si trovava su una sedia prima di incrociare lo sguardo di Linda che stava cercando un posto dove appendere quella di Vanja.
Allora entriamo? chiese.
Heidi mi strinse le braccia intorno alla gamba. La sollevai e feci qualche passo dentro la stanza. Erik si volt.
Ciao, esclam.
Ciao, risposi.
Ciao Vanja! disse.
Vanja si gir dallaltra parte.
Perch non dai il regalo a Stella? le suggerii.
Stella,  arrivata Vanja! comunic Erik.
Fallo tu, rispose Vanja.
Dal gruppo di bambini si alz Stella. Sorrise.
Buon compleanno, Stella! esordii. Vanja ha un regalo per te". Abbassai lo sguardo su di lei. Glielo vuoi dare tu?
Fallo tu, disse a voce bassa.
Presi il pacchetto e lo porsi a Stella.
 da parte di Vanja e Heidi, aggiunsi.
Grazie, rispose strappando via la carta. Quando vide che si trattava di un libro, lo appoggi sul tavolo dove cerano gli altri regali e ritorn dai bambini.
Allora? esclam Erik. Tutto bene?
S, s, dissi. Sentivo la camicia appiccicarsi sul petto. Si vedeva?
Che bellappartamento, intervenne Linda. Hai tre stanze pi bagno e cucina?
S, conferm Erik.
Aveva sempre unaria furba, dava puntualmente limpressione di conoscere qualche segreto delle persone con cui stava parlando ed era un tipo difficile da inquadrare: quel suo mezzo sorrisetto poteva denotare ironia, ma anche affabilit o insicurezza. Se lui avesse avuto un carattere marcato o deciso, avrei cominciato a preoccuparmi, invece era vago in un modo cos scialbo e denotava una tale mancanza di forza di volont che quello che poteva pensare o credere non mi preoccupava minimamente. La mia attenzione era concentrata su Vanja. Era in piedi accanto a Linda con gli occhi abbassati.
Gli altri sono seduti in cucina, disse Erik. C anche un po di vino, se volete".
Heidi era gi entrata nella stanza, stava davanti allo scaffale con una lumaca di legno in mano che aveva le ruote e una cordicella per tirarla.
Salutai con un cenno del capo i due genitori che erano in corridoio.
Ciao, risposero.
Come cazzo si chiamava lui? Johan? O Jacob? E lei, Mia forse? No, merda, lui si chiamava Robin.
Ciao, dissi a mia volta.
Tutto bene? chiese lui.
S, certo. E voi?
Bene, grazie".
Sorrisi. Ricambiarono. Vanja si stacc dalla mano di Linda e titubante entr nella stanza dove stavano giocando gli altri bambini. Rimase per un po a guardarli. Poi sembr decisa a buttarsi.
Ho le scarpe dorate! esclam.
Si pieg in avanti, se ne tolse una e la tenne sollevata nel caso che qualcuno la volesse vedere. Invece non interessava a nessuno. Quando se ne rese conto, se la rimise.
Non vuoi sederti con loro? le dissi. Guarda, stanno giocando con una grossa casa per le bambole".
Fece come le avevo suggerito, and a sedersi accanto a loro, ma senza interagire, limitandosi a guardare.
Dopo avere preso in braccio Heidi, Linda si diresse in cucina. La seguii. Tutti ci salutarono, noi ricambiammo i saluti prima di accomodarci al lungo tavolo, io accanto alla finestra. La conversazione riguardava i biglietti dei voli low cost, che allinizio partivano da prezzi irrisori per aumentare lentamente a mano a mano che si era costretti ad aggiungere dei servizi optional fino a quando ci si ritrovava tra le mani un biglietto che costava quanto quelli delle compagnie aeree pi care. Poi la conversazione si spost sulla possibilit di pagare una tassa ecologica supplementare su ogni biglietto in modo da finanziare la riduzione dei quantitativi di emissioni di diossido di carbonio rilasciati durante il volo, poi sulla novit delle vacanze fatte viaggiando con i treni charter. Sicuramente avrei potuto dire la mia, ma non lo feci, quelle chiacchiere di circostanza rappresentavano uno degli innumerevoli ambiti con cui non avevo dimestichezza, cos mi limitai come sempre ad annuire a quello che veniva detto, a sorridere quando gli altri sorridevano mentre avrei voluto essere da tuttaltra parte. Davanti al ripiano della cucina la madre di Stella, Frida, stava preparando qualcosa che sembrava una salsa dressing da usare per linsalata. Non stava pi insieme a Erik e anche se riuscivano a collaborare per via di Stella, ogni tanto durante le riunioni dellasilo era possibile percepire il rancore e lirritazione che regnava tra i due. Lei era bionda, aveva gli zigomi alti e gli occhi sottili, un corpo lungo e slanciato e sapeva vestirsi con eleganza, ma era troppo piena di s, era troppo focalizzata su se stessa perch io potessi trovarla attraente. Non avevo nessun problema con le persone prive di interesse e di originalit, potevano possedere altre qualit pi importanti come il calore, lempatia, la gentilezza, il senso dellumorismo e il talento di saper condurre una conversazione e coinvolgere tutti, emanare fiducia, far funzionare una famiglia, invece le persone non interessanti che credono di esserlo e lo ostentano provocano in me quasi un disagio fisico quando mi trovo in loro presenza.
Appoggi la ciotola che credevo contenesse una salsa dressing, ma che in realt si rivel essere un dip, su un vassoio dove cera gi una ciotola di carote tagliate a bastoncini e una di cetrioli affettati allo stesso modo. In quel momento Vanja entr nella stanza. Quando ci ebbe individuati, venne a piazzarsi proprio accanto a noi.
Voglio andare a casa, disse sottovoce.
Ma siamo appena arrivati! esclamai.
Rimaniamo qui un altro po, comment Linda. Guarda, adesso vi daranno tante cosine buone da mangiare".
Si stava riferendo al vassoio con le verdure?
Doveva essere quello.
In quel paese erano pazzi.
Vengo di l con te, dissi a Vanja. Andiamo".
Porti con te anche Heidi? domand Linda.
Annuii. Con Vanja alle costole, presi Heidi in braccio e la portai nella stanza dove cerano i bambini. Frida mi segu con in mano il vassoio. Lo sistem su un tavolino che si trovava al centro.
Qui c qualcosa da mangiare, disse. Prima della torta".
I piccoli, tre femmine e un maschio, stavano ancora giocando davanti alla casa delle bambole. Due bambini correvano come forsennati nellaltra stanza. Davanti allimpianto stereo Erik stringeva un CD tra le dita.
Ho qualcosa di jazz norvegese, spieg. Ti piace il jazz?
S-s, risposi.
In Norvegia c un buon ambiente jazz".
Chi hai l?
Mi mostr la copertina. Era un gruppo che non avevo mai sentito nominare.
Ah, bene, commentai.
In piedi dietro a Heidi Vanja stava cercando di sollevarla tra le proteste della sorellina.
Ti sta dicendo che non vuole, Vanja, intervenni. Non farlo".
Visto che continuava, mi avvicinai a loro.
Non vuoi una carota? le domandai.
No, rispose Vanja.
Ma c il dip, insistetti. Mi diressi verso il tavolino, presi un pezzo di carota a forma di bastoncino, lo inzuppai in quella salsa bianca, probabilmente a base di panna acida, e me lo misi in bocca.
Mmm, che buono! esclamai.
Perch non potevano servire ai bambini hot dog, gelato e bibite? Lecca-lecca? Gelatine? Budino al cioccolato?
Era proprio un paese del cazzo. Tutte le donne giovani ingurgitavano acqua in quantit industriali tali da farsela uscire dalle orecchie, erano convinte che fosse benefico e cool ma lunico effetto che faceva loro tutto quel liquido era far impennare la curva del grafico che rappresentava il numero di giovani incontinenti della nazione. I bambini mangiavano pasta e pane integrali e un numero indefinito di strani risi non raffinati da cui il loro stomaco non era in grado di trarre quasi nessun beneficio, ma la cosa non aveva nessuna importanza perch era benefico, era cool, era salutare. Oh, confondevano il mangiare con lo spirito, credevano di poter diventare persone migliori attraverso gli alimenti senza rendersi conto che una cosa  il cibo, unaltra le aspettative che esso evoca. E se uno lo diceva, se affermava qualcosa del genere, allora era o un reazionario o semplicemente un norvegese, cio una persona rimasta indietro di dieci anni.
Non la voglio, disse Vanja. Non ho fame".
No, va bene, commentai. Ma guarda. Hai visto? L c un trenino. Lo montiamo?
Annu e ci sedemmo per terra, proprio dietro ai bambini. Cominciai a disporre i binari di legno uno dietro laltro in modo da formare un semicerchio mentre cercavo di aiutare con cautela Vanja a sistemare i suoi. Heidi si era spostata nellaltra stanza dove camminava lungo gli scaffali, passando in rassegna tutto quello che cera. Ogni volta che i movimenti dei due maschi diventavano troppo frenetici, si girava a guardarli.
Alla fine Erik mise un disco e alz il volume. Pianoforte, basso e quella miriade di strumenti a percussione amati da un certo genere di batteristi jazz  quelli che battono due pietre una contro laltra o utilizzano materiali che trovano nellambiente circostante. Per me era una cosa a volte del tutto insignificante, a volte ridicola. Mi irritavo quando li applaudivano durante i concerti jazz.
Erik mi fece un leggero cenno con la testa prima di girarsi, strizzarmi locchio e andare in cucina. In quel momento suonarono alla porta. Erano arrivati Linus e suo figlio Achilles. Linus, che aveva una presa di tabacco sotto il labbro superiore, indossava un paio di pantaloni neri, un cappotto scuro e sotto portava una camicia bianca. I capelli chiari erano leggermente arruffati, gli occhi che scrutavano dentro lappartamento sinceri e ingenui.
Salve! proruppe. Come ti butta?
Bene, risposi. E tu come te la passi?
S, si tira avanti".
Achilles, che era piccolo con due occhi grandi e scuri, si tolse la giacca e le scarpe mentre fissava i bimbi intorno a me. I bambini sono come i cani, scovano sempre tra la gente i propri simili. Anche Vanja lo guard. Lui era il suo preferito, il prescelto che aveva preso il posto di Alexander. Ma, dopo essersi tolto i vestiti, leletto punt dritto verso gli altri bambini e Vanja non pot fare niente per impedirlo. Linus sgattaiol in cucina e la voglia che mi sembrava di cogliere nel suo sguardo non poteva essere dovuta ad altro se non alla speranza di scambiare quattro chiacchiere.
Mi alzai per controllare Heidi. Seduta accanto alla palma yucca che si trovava sotto la finestra, stava facendo dei mucchietti sul pavimento con la terra presa dal vaso. Andai da lei, la sollevai, raccolsi quanto pi terriccio potevo, lo rimisi al suo posto e poi andai in cucina per cercare uno straccio. Vanja mi segu. Quando entrammo, si arrampic in grembo a Linda. In soggiorno Heidi si era messa a piangere. Linda mi guard con espressione interrogativa.
Ci penso io, le dissi. Devo soltanto trovare qualcosa con cui pulire".
Lo spazio lungo il bancone della cucina era pieno, sembrava che stessero finendo di allestire una sorta di pasto, invece di infilarmi l in mezzo, dirottai verso la toilette, arrotolai una bella manciata di carta igienica e dopo averla inumidita sotto il rubinetto, ritornai nel soggiorno per pulire. Presi in braccio Heidi che continuava a piangere e la portai in bagno per lavarle le mani. Si contorceva tra le mie braccia.
Su, da brava, dissi. Un attimo e abbiamo finito. Ancora un pochino. Ecco fatto!
Quando uscimmo, le lacrime erano cessate, ma lei non era del tutto soddisfatta, non voleva essere messa a terra, ma restare in braccio. Nel soggiorno Robin teneva docchio a braccia conserte sua figlia Theresa che aveva solo qualche mese pi di Heidi, ma sapeva gi formulare frasi piuttosto lunghe.
Allora? esord. Stai scrivendo?
S, un pochino, risposi.
Scrivi in casa?
S, ho una stanza".
Non  difficile? Voglio dire, non ti viene voglia di guardare la televisione, fare il bucato o altro invece di scrivere?
Non  un problema. Ho un po meno tempo a disposizione di quello che avrei avuto con un ufficio, ma..".
S, certo, disse.
Aveva i capelli chiari, di media lunghezza che gli si arricciavano sulla nuca, occhi limpidi e azzurri, il naso piatto, la mascella ampia. Non era robusto, ma neanche esile. Si vestiva come se fosse un ventenne anche se aveva superato abbondantemente la trentina. Non avevo idea di cosa pensasse, non ero in grado di dire cosa gli passasse per la testa, eppure in lui non cera niente di misterioso. Anzi. Il suo viso e ci che irradiava davano limpressione di una certa apertura. Comunque cera dellaltro, lo percepivo, lombra di qualcosa di diverso, lavorava con lintegrazione dei rifugiati politici nel Comune, aveva detto una volta, e dopo avergli posto qualche domanda su quanti venissero accolti in quello dove abitavamo e cos via, avevo lasciato cadere la questione perch le mie opinioni e le mie simpatie erano cos lontane dalla norma che immaginavo che prima o poi sarebbe trapelato quello che pensavo, per cui sarei apparso come il cattivo o lo stupido di turno, a seconda dei casi, e non ne vedevo il motivo.
Vanja, che era seduta sul pavimento a leggera distanza dagli altri bambini, alz lo sguardo verso di noi. Posai Heidi a terra e sembr quasi che Vanja non stesse aspettando che quello perch si alz subito per venire verso di noi, prese Heidi per mano e la condusse allo scaffale dove cerano i giocattoli prima di porgerle la lumaca di legno con le antenne che giravano quando la si tirava.
Guarda, Heidi! le disse e, dopo avergliela tolta di mano, la appoggiai sul pavimento. Devi tirare la cordicella cos. Cos gira. Hai capito?
Heidi afferr la corda e tir. La lumaca si rovesci.
No, non cos, intervenne Vanja. Ti faccio vedere".
Dopo avere rimesso in piedi la lumaca, la tir con cautela per qualche metro.
Ho una sorellina! esclam ad alta voce. Robin si era diretto verso la finestra dove era rimasto a guardare il cortile sul retro. Stella, che era piena di energie e che probabilmente possedeva una vitalit ancora maggiore perch si trattava della sua festa di compleanno, infervorata grid qualcosa che io non capii mentre indicava una delle due bambine pi piccole, che le porse la bambola che teneva in braccio, and a prendere una piccola carrozzina, ce la mise dentro e cominci a spingerla lungo il corridoio. Achilles si era trovato con Benjamin, un bambino che aveva sei mesi pi di Vanja e che di solito sedeva sempre molto concentrato su qualcosa, poteva essere un disegno, una montagna di Lego, una nave di pirati con gli omini in miniatura. Aveva molta fantasia, era indipendente e buono e adesso era impegnato a montare con Achilles i binari del trenino che io e Vanja avevamo cominciato a costruire. Le due bambine pi piccole correvano dietro a Stella. Heidi piagnucolava. Doveva avere fame. Andai in cucina e mi sedetti accanto a Linda.
Vai un po tu da loro? le domandai. Credo che Heidi abbia fame".
Annu e, dopo aver appoggiato leggermente la mano sulla mia spalla, si alz. Impiegai qualche secondo per riuscire a orientarmi tra le due conversazioni che erano in corso intorno al tavolo. Una riguardava il car sharing, laltra le auto, e mi resi conto che il dialogo in atto si era appena incanalato in due direzioni diverse. Allesterno il buio era fitto, la luce della cucina scarsa, i tratti di quei volti svedesi riuniti intorno al tavolo erano coperti da ombre, gli occhi scintillavano al bagliore delle candele. Erik e Frida e una donna di cui non ricordavo il nome erano in piedi davanti al ripiano della cucina con le spalle rivolte verso di noi mentre stavano preparando da mangiare. La tenerezza che provavo per Vanja mi aveva riempito completamente. Ma comunque non potevo far niente. Lanciai unocchiata verso la persona che in quel momento stava parlando, sorrisi leggermente quando fece una battuta, sorseggiai il bicchiere di vino rosso che qualcuno mi aveva messo davanti.
Proprio davanti a me sedeva lunica persona che si distingueva dalle altre. Il volto di quelluomo era grande, le guance segnate da cicatrici, i lineamenti grossolani, gli occhi intensi. Le mani, che teneva appoggiate sul tavolo, erano grosse. Indossava una camicia modello anni cinquanta e un paio di jeans blu arrotolati allins. Anche i capelli seguivano la moda di quegli anni, e aveva le basette. Ma non erano quei dettagli a renderlo diverso, era il suo carisma, il fatto che si notasse che fosse l seduto bench non parlasse molto.
Una volta a Stoccolma ero stato a una festa dove era presente un pugile. Anche lui sedeva in cucina, anche nel suo caso si percepiva nitidamente la presenza fisica e ci mi trasmetteva una sensazione distinta ma sgradevole di inferiorit. Come se io fossi inferiore a lui. In maniera bizzarra quella sera mi avrebbe dato ragione. La festa era a casa di una delle amiche di Linda, Cora, il suo appartamento era piccolo, ovunque cera gente che chiacchierava. Dallo stereo del soggiorno proveniva della musica. Fuori le strade erano bianche di neve. Linda era al termine della gravidanza, forse quella era lultima festa a cui avremmo potuto prendere parte prima che il bambino arrivasse e ci cambiasse totalmente la vita perci, anche se si sentiva stanca, voleva restare il pi possibile. Stavo bevendo del vino e parlando con Thomas, fotografo e amico di Geir. Conosceva Cora tramite la sua convivente Marie, che era poetessa ed era stata la tutor di Cora al seminario che si era tenuto a Biskops-Arn. Linda era seduta su una sedia un po discosta dal tavolo per via del pancione, rideva ed era felice e quella introversione e quel debole ardore che lavevano sopraffatta in quegli ultimi mesi evidentemente ero lunico in grado di percepirli e di notarne la presenza. Dopo un po si era alzata ed era uscita dalla cucina. Io le avevo sorriso prima di rivolgere nuovamente lattenzione verso Thomas che stava dicendo qualcosa sui geni delle persone dai capelli rossi, presenti in cos grande numero quella sera.
Si sent bussare da qualche parte.
Cora! sentii gridare. Cora!
Era Linda?
Mi alzai e andai in corridoio.
I colpi provenivano dal bagno.
Sei tu, Linda? dissi.
S, rispose. Credo che si sia bloccata la serratura. Puoi andare a chiamare Cora? Deve esserci qualche trucco per aprirla".
Ritornai nel soggiorno e toccai la spalla di Cora, che in quel momento teneva in una mano un piatto pieno di cibo e nellaltra un bicchiere di vino rosso.
Linda  rimasta chiusa in bagno, le spiegai.
Oh, no! esclam, e dopo aver appoggiato piatto e bicchiere si precipit fuori.
Conferirono per un po attraverso la porta bloccata, Linda cerc di seguire le istruzioni che le venivano impartite, ma invano, la porta rimase chiusa a chiave. Adesso tutte le persone presenti nellappartamento erano a conoscenza della situazione, latmosfera era al contempo allegra ed eccitata, un intero gruppo di invitati si era riunito nel corridoio per dare consigli a Linda mentre Cora, frastornata e ansiosa, continuava a ripetere che Linda era sul finire della gravidanza, che dovevamo fare subito qualcosa. Alla fine fu deciso di chiamare un fabbro. Mentre lo aspettavamo, io ero rimasto davanti alla porta a parlare con Linda, sgradevolmente consapevole del fatto che tutti stavano sentendo quello che dicevo e della mia totale inettitudine. Non potevo semplicemente buttare gi la porta e farla uscire? Quindi tutto sarebbe finito l?
Non ne avevo mai sfondata una, non sapevo quanto fosse resistente, e se il calcio non fosse stato abbastanza potente che figura da idiota avrei fatto?
Il fabbro arriv mezzora pi tardi. Dopo avere posato per terra una sacca di tela contenente gli attrezzi, si mise ad armeggiare con la serratura. Era piccolo, portava gli occhiali e aveva un principio di calvizie sul cocuzzolo della testa, non disse una parola al gruppo di persone che si erano raccolte intorno a lui, prov con un attrezzo dopo laltro, ma fu del tutto inutile, quella maledetta porta continuava a rimanere chiusa a chiave. Alla fine si arrese e disse a Cora che non riusciva ad aprirla.
E adesso cosa facciamo? esclam Cora.  alla fine della gravidanza!
Luomo si strinse nelle spalle.
Dovete sfondare la porta, rispose mentre riponeva gli attrezzi nella sacca.
Chi lavrebbe buttata gi?
Toccava a me, ero il marito di Linda, era responsabilit mia.
Il cuore mi batteva forte.
Dovevo farlo io? Fare un passo allindietro, davanti agli occhi di tutti, e poi sferrare un calcio con tutta la forza di cui ero capace?
E se la porta non si fosse spostata di un millimetro? E se nello spalancarsi avesse colpito Linda?
Lei doveva mettersi al riparo da qualche parte.
Inspirai ed espirai pi volte. Ma non serv a niente, dentro continuavo a tremare. Attirare su di me lattenzione a quel modo era la cosa peggiore che riuscissi a immaginare. E il rischio di fallire rendeva la situazione ancora pi sgradevole.
Cora si guard intorno.
Dobbiamo sfondare la porta, proclam. Chi  capace di farlo?
Il fabbro si volatilizz. Se intendevo pensarci io, dovevo farmi avanti adesso.
Ma non ci riuscivo.
Micke, disse Cora. Lui  un pugile".
Stava per andare a chiamarlo in soggiorno.
Glielo posso chiedere io, intervenni. Perlomeno non avrei nascosto laspetto umiliante di quella situazione quando gli avrei confessato senza mezzi termini che io, il marito di Linda, non oso buttare gi la porta, ma chiedo a te, che sei un pugile e un colosso, di farlo per me.
Era in piedi accanto alla finestra con una birra in mano e stava parlando con due ragazze.
Ciao, Micke, esordii.
Mi guard.
 ancora bloccata dentro il bagno. Il fabbro non  riuscito ad aprire la porta. Credi di poterla sfondare?
Certamente, rispose e mi fiss ancora un attimo prima di posare la bottiglia di birra e dirigersi in corridoio. Lo seguii. La gente si fece da parte al suo arrivo.
Sei l dentro? disse.
S, rispose Linda.
Allontanati il pi possibile dalla porta. La sfondo".
S, disse Linda.
Attese un attimo, poi, sollevato il piede, colp la porta con una forza tale da piegare la serratura verso linterno. Si alz una nuvola di schegge.
Quando apparve Linda, ci fu qualcuno che applaud.
Poverina, le disse Cora. Mi spiace cos tanto per quello che  successo. Esporre proprio te a una cosa simile e adesso, nelle tue condizioni..".
Micke si volt e se ne and.
Come stai? le chiesi.
Bene, rispose Linda. Ma credo che non sarebbe una cattiva idea andare a casa tra non molto".
Ma certo, dissi.
In soggiorno qualcuno spense lo stereo, due donne allinizio dei trentanni avrebbero declamato le loro veementi poesie, dopo aver porto la giacca a Linda presi la mia, salutai Cora e Thomas, la vergogna mi bruciava dentro, ma rimaneva ancora una cosa da compiere, dovevo ringraziare Micke per quello che aveva fatto, cos mi feci largo tra coloro che si erano riuniti per ascoltare le poesie, mi fermai davanti a lui accanto alla finestra.
Grazie, gli dissi. Lhai salvata".
Puh! comment stringendosi nelle spalle enormi. Di niente".
Nel taxi mentre stavamo tornando a casa non ebbi quasi il coraggio di guardare Linda. Non mi ero fatto avanti quando toccava a me, ma ero stato cos vigliacco da lasciare che lo facesse un altro e tutto questo si leggeva nel mio sguardo. Ero un disgraziato.
Dopo che fummo andati a letto, mi chiese che cosa avessi. Le spiegai che mi vergognavo per il fatto di non aver sfondato io la porta. Mi guard sorpresa. Il pensiero non laveva neppure sfiorata. Perch avrei dovuto farlo? Non ero certo il tipo per quel genere di cose.
Luomo che adesso era seduto allaltro capo del tavolo irradiava lo stesso carisma del pugile a Stoccolma. Non aveva nulla a che vedere con le dimensioni fisiche o la massa muscolare perch, anche se molti uomini avevano pettorali ben allenati e possenti, parevano comunque leggeri, la loro presenza era fuggevole e insignificante, simile a un pensiero casuale, si trattava di qualcosaltro, e ogni volta che io mi ci trovavo davanti mi sentivo messo alle strette, vedevo luomo incatenato e debole che ero, che viveva la sua esistenza confinato nel mondo delle parole. Rimasi seduto a riflettere su queste cose mentre a intervalli irregolari prestavo scarsa attenzione allevolversi della conversazione. Adesso stavano parlando dei diversi tipi di modelli pedagogici e delle scuole che ognuno di loro aveva in mente per i propri figli. Dopo un breve intermezzo in cui Linus aveva raccontato di una giornata dedicata allo sport a cui aveva partecipato, la conversazione si era spostata sui prezzi delle case. Fu constatato che negli ultimi anni cera stata una violenta impennata, ma pi a Stoccolma che l e che probabilmente era solo una questione di tempo prima che la tendenza si invertisse e magari i prezzi precipitassero con la stessa rapidit con cui erano lievitati. Poi Linus si gir verso di me.
Come sono i prezzi delle abitazioni in Norvegia? mi chiese.
Pressappoco come qui, risposi. Oslo  cara quanto Stoccolma.  un po pi a buon mercato negli altri distretti".
Continu a fissarmi, qualora io avessi voluto sfruttare quellapertura che mi aveva concesso, ma visto che non era cos si volt e riprese a chiacchierare. Aveva fatto lo stesso alla prima riunione a cui avevamo partecipato, ma in quelloccasione con un tono critico di sottofondo perch, come aveva precisato quando lincontro stava per volgere al termine e io e Linda non eravamo ancora intervenuti nella discussione, il punto era che tutti dicessero la loro, era quello il senso di avere una cooperativa di genitori. Io non avevo la pi pallida idea di che cosa avrei dovuto pensare sulla questione che era stata dibattuta fino a quel momento e fu Linda, con un leggero rossore in viso, che espose i pro e i contro a nome della famiglia sotto lo sguardo dei presenti. La questione concerneva come prima cosa se lasilo doveva licenziare il cuoco che era stato assunto a suo tempo e puntare invece su un catering che era meno costoso, poi bisognava decidere per quale tipo di cibo si sarebbe optato in quel caso: vegetariano o normale? Lodjuret era un asilo vegetariano, era questo il motivo per cui era stato costituito, ma adesso erano rimaste soltanto due coppie di genitori vegetariani e dal momento che i bambini non mangiavano un granch di tutte le varianti a base di verdure che venivano servite loro, a detta di molti genitori la cosa migliore era abbandonare quel principio. La discussione, che si protrasse per ore, scandagli ogni minimo aspetto della questione come faceva una rete da pesca a strascico sul fondo del mare. Fu tirata in ballo per esempio la percentuale di carne contenuta nei diversi tipi di wrstel: una cosa erano quelli che si compravano nei negozi e sulle cui confezioni erano scritte le percentuali, unaltra erano quelli utilizzati dai catering, perch come era possibile sapere a quanto corrispondesse la quantit di carne in essi contenuta? Io credevo che i wrstel fossero semplicemente wrstel, ignoravo completamente il mondo che quella sera si stava aprendo davanti ai miei occhi, e in particolare che esistessero persone capaci di lasciarsi coinvolgere a tal punto dalla cosa. Non era forse bello per i bambini avere un cuoco tutto loro che preparava da mangiare nella loro cucina? pensai, ma non lo dissi, e dopo un po cominciai a sperare che lintera discussione si concludesse senza che noi avessimo bisogno di dire qualcosa, questo prima che Linus posasse su di noi il suo sguardo al contempo vissuto e ingenuo.
Heidi stava piangendo in soggiorno. Pensai nuovamente a Vanja. Di solito risolveva situazioni come quella facendo esattamente come gli altri. Se prendevano una sedia, anche lei prendeva una sedia, se loro si sedevano, lei si sedeva, ridevano, rideva, anche quando non ne capiva il motivo. Se correvano gridando un nome, lei correva gridando un nome. Era il suo metodo. Ma Stella lo aveva scoperto. Una volta, mentre per caso ero presente anchio, lavevo sentita dire: Tu non fai altro che copiare! Sei un pappagallo! Un pappagallo! Quelle parole non avevano impedito a Vanja di continuare come prima, in fondo fino a quel momento il metodo che aveva adottato era stato un successo, ma qui, dove a comandare era proprio Stella, si sentiva probabilmente inibita. Sapevo che Vanja era consapevole della situazione. Aveva ripetuto pi volte la stessa cosa a Heidi, rimbrottandola e dicendole che era solo capace di scimmiottare quello che faceva lei e che era un pappagallo.
Stella aveva un anno e mezzo pi di Vanja, che lammirava pi di ogni altra cosa. Quando le era permesso di unirsi agli altri, era sempre grazie alla benevolenza di Stella e allascendente che Stella aveva su tutti i bambini dellasilo. Era molto bella, aveva i capelli chiari e gli occhi grandi, era sempre vestita con cura ed eleganza, e quegli accenni di crudelt che albergavano in lei non erano n migliori n peggiori di quelli che si trovavano negli altri bambini che occupavano come lei un posto in cima alla gerarchia. Non era questo il motivo per cui mi era difficile rapportarmi a Stella. Per me il problema era rappresentato dal fatto che lei fosse perfettamente consapevole dellimpressione che faceva sugli adulti e dal modo in cui sfruttasse quel suo fascino innocente. Durante il mio servizio obbligatorio allasilo non mi ero mai lasciato irretire. Non mimportava nulla di quanto le scintillassero gli occhi quando mi guardava per chiedermi qualcosa, la mia reazione restava priva di ogni forma di interesse, cosa che ovviamente la confondeva e faceva aumentare i suoi tentativi di ammaliarmi. Una volta dopo lasilo era venuta con noi nel parco e se ne stava seduta accanto a Vanja nel passeggino doppio. Mentre io tenevo in braccio Heidi da una parte e le spingevo con laltro, era saltata gi qualche metro prima di arrivare al parco con lintenzione di fare lultimo tratto di corsa, reagii con molta durezza, richiamandola e dicendole in tono severo che doveva stare seduta nel passeggino fino a quando non eravamo arrivati, cerano le macchine, non le vedeva forse? Mi osserv attonita, non era abituata a quel tono di voce e anche se non ero soddisfatto di me stesso per il modo in cui avevo gestito la situazione, pensai anche che un no non era la cosa peggiore in cui poteva imbattersi quella creatura. Ma lei doveva essersela legata al dito perch quando una mezzora dopo le tenevo per i piedi facendole ruotare in aria, con loro immensa gioia, e poi mi misi in ginocchio a fare la lotta con loro, cosa che Vanja adorava, soprattutto prendere la rincorsa e spingermi facendomi finire a gambe allaria sul prato, quando fu il suo turno Stella mi affibbi un calcio negli stinchi, la lasciai fare la prima volta, la seconda, ma quando il gesto si ripet per la terza, le dissi fa male, Stella, non farlo, cosa di cui lei non si cur affatto, adesso per lei la cosa si era fatta divertente ed eccitante, cos mi colp ancora mentre rideva fragorosamente e Vanja, che la imitava sempre, scoppi a ridere a sua volta, a quel punto mi alzai, la presi per la vita e la tirai su. Stammi un po a sentire, stronzetta, avrei avuto voglia di dirle e sicuramente lo avrei fatto se non fosse stato che sua madre sarebbe venuta a prenderla mezzora dopo. Stammi a sentire, Stella, commentai invece, con tono duro e irritato, mentre la fissavo negli occhi. Quando dico di no,  no. Hai capito? Abbass lo sguardo, non voleva rispondere. Le sollevai il mento. Hai capito? ripetei. Annu e io la lasciai andare. Vado a sedermi su quella panchina laggi. Cos potete giocare per conto vostro fino a quando non arriva tua madre". Vanja mi guard confusa. Ma poi rise e afferr Stella. Per lei scene come quella erano allordine del giorno. Per fortuna Stella si riprese subito perch mi trovavo davvero appeso a un filo, cosa diavolo avrei fatto se fosse scoppiata a piangere e si fosse messa a urlare? Invece si diresse con Vanja al grosso treno che brulicava di bambini. Quando apparve, sua madre teneva in mano due bicchieri di carta con del latte macchiato. Normalmente me ne sarei andato non appena fosse arrivata, ma dal momento che mi aveva porto uno dei contenitori, non mi rimase altro che sedermi e ascoltarla parlare del suo lavoro mentre aveva le palpebre socchiuse per via di quel basso sole novembrino e io con un occhio vigile tenevo sotto controllo le bambine.
La settimana in cui avevo prestato servizio allasilo, e in linea di principio fungevo da dipendente qualunque, era trascorsa pi o meno come mi aspettavo: avevo gi lavorato in altre istituzioni e quindi imparai e applicai tutte le diverse procedure in un modo che, da quanto capii, il personale non era abituato a riscontrare negli altri genitori, inoltre alloccorrenza sapevo vestire e svestire i bambini, cambiare i pannolini e persino giocare con loro. I piccoli reagirono ovviamente in modi diversi alla mia presenza. Uno di loro che se ne stava sempre per conto suo e non aveva amici, per esempio, un tipetto dinoccolato dai capelli bianchi, voleva venirmi sempre in braccio sia quando desiderava che gli leggessi qualcosa sia quando voleva starsene semplicemente l seduto. Con un altro giocai per mezzora dopo che tutti gli altri se nerano andati, sua madre era in ritardo e il piccolo era infervorato a giocare con me con una nave dei pirati perch io con sua grande gioia continuavo a introdurre nuovi elementi, come squali, imbarcazioni nemiche allarrembaggio e incendi. Un terzo, il bambino pi grande dellasilo, centr uno dei miei punti deboli quando mi sfil il mazzo di chiavi dalla tasca mentre stavamo mangiando a tavola. Il semplice fatto che non lo avessi fermato, nonostante fossi furioso, glielo fece intuire. Come prima cosa mi chiese se erano quelle della macchina. Quando scossi la testa in segno di diniego, mi chiese perch. Non ho la macchina, spiegai. Perch? insistette. Non ho la patente, gli dissi. Non sei capace a guidare? fu il suo commento. Ma non sei un adulto? continu. Tutti gli adulti sono capaci di guidare. Poi mi fece tintinnare il mazzo di chiavi sotto il naso. Glielo lasciai fare pensando che presto si sarebbe arreso, ma cos non fu, anzi, and avanti imperterrito. Ho le tue chiavi, mi disse. E tu non riesci a prenderle. Le fece tintinnare pi volte sotto il mio naso. Gli altri bambini ci osservavano, e anche i tre adulti che facevano parte del personale. Io commisi lerrore di cercare di afferrarle allimprovviso. Lui riusc a tirarle indietro in tempo prima di scoppiare in una fragorosa risata di scherno. Ah, ah, non sei capace a prenderle! mi fece il verso. Per lennesima volta mi sforzai di fare finta di niente. Allora si mise a sbattere le chiavi sul tavolo. Non farlo, gli dissi. Per tutta risposta mi sorrise in modo insolente e riprese come se niente fosse. Uno dei dipendenti gli chiese di piantarla. Allora smise. Ma continu a farle dondolare in aria mentre le teneva tra le dita. Non le riavrai mai, sentenzi. Di colpo intervenne Vanja.
Dai le chiavi al mio pap, sbott.
Ma in che razza di situazione mi ero cacciato?
Feci finta di niente, mi chinai nuovamente sul piatto e ripresi a mangiare. Ma quel maledetto moccioso continuava a punzecchiarmi. Non la smetteva di far tintinnare le chiavi. Decisi di lasciargliele fino a quando non avremmo finito di mangiare. Bevvi un po dacqua, per una cosa cos da poco avvertivo uno strano calore in viso. Non si chiamava Olaf il responsabile dellasilo? Fatto sta che tutto a un tratto lui ordin a Jocke di restituirmi le chiavi. E Jocke ubbid senza fiatare.
Per tutta la mia vita adulta ho mantenuto le distanze dagli altri,  stato il mio modo per cavarmela, e questo ovviamente perch arrivo a sentirmi cos vicino alle altre persone con i pensieri e con i sentimenti che basta che per un attimo allontanino da me lo sguardo con espressione di distacco perch dentro di me scoppi una tempesta. Quella vicinanza  naturalmente la stessa che provo verso i bambini,  quella che mi permette di sedermi a giocare con loro, ma poich sono totalmente privi di quella patina di cortesia e di rispetto delle convenienze che hanno gli adulti, hanno la libert di penetrare allinterno dellespressione esteriore del mio carattere e di approfittarsene quanto volevano. Lunico strumento che avevo a disposizione quando ci accadeva era la pura forza fisica, a cui non potevo ricorrere, quindi mi costringevo a simulare la pi grande indifferenza, si trattava forse della soluzione migliore ma che io non controllavo alla perfezione perch i bambini, perlomeno i pi svegli, scoprivano immediatamente che la loro presenza mi metteva a disagio.
Ah, che situazione umiliante!
Improvvisamente tutto si era capovolto. Io, che non mi preoccupavo minimamente dellasilo frequentato da Vanja, ma che volevo soltanto che quella struttura me la tenesse in modo da permettermi di lavorare in pace per qualche ora al giorno, noncurante di quello che le accadeva o di come stava, io, che non desideravo nessun tipo di vicinanza e di contatto nella mia vita, che non prendevo mai abbastanza le distanze dagli altri, che non passavo mai abbastanza tempo da solo, di colpo fui costretto a trascorrere l una settimana come dipendente, e quando si accompagnavano e si andavano a riprendere i figli era normale sedersi per qualche minuto nella stanza dei giochi o in quella dove mangiavano o dove si trovavano per loccasione, parlare con gli altri genitori, magari giocare un po con i bambini, e questo ogni singolo giorno della settimana... Di solito cercavo di farla breve, prendevo Vanja e la vestivo prima che qualcuno si accorgesse per davvero di quanto stava succedendo, ma a volte venivo braccato nel corridoio, si avviava la conversazione e voil, eccomi seduto in uno di quei divanetti bassi annuendo e dando sempre ragione a qualcosa che per me era totalmente, assolutamente, privo di interesse, mentre i bambini pi spigliati mi tiravano da tutte le parti e volevano che io li lanciassi in aria, li prendessi in braccio e li scarrozzassi in giro o, se si trattava di Jocke, che per la precisione era il figlio di Gustav, limpiegato di banca cos gentile e amante dei libri, mi pungeva con qualcosa di appuntito.
Trascorrere il sabato pomeriggio e la sera stretti come sardine intorno a un tavolo a mangiare verdure con un sorriso forzato ma cortese stampato sulle labbra rientrava tra questi doveri.
In piedi davanti al ripiano della cucina Erik stava prendendo una pila di piatti dalla credenza mentre Frida contava i coltelli e le forchette. Bevvi un sorso di vino mentre avvertivo i morsi della fame. Stella si ferm sulla soglia della stanza, rossa e leggermente sudata in viso.
Quand che c la torta? grid.
Frida si gir.
Tra poco, amore. Ma prima dobbiamo mangiare come si deve".
La sua attenzione si spost dalla figlia alle persone sedute intorno al tavolo.
 pronto, disse. Servitevi qui. Ci sono i piatti e le posate. Poi potete portarne anche ai bambini".
Oh, che bello, si pappa! fu il commento di Linus mentre si alzava. Cosa offre il menu?
Avevo pensato di rimanere seduto fino a quando non ci fosse pi la coda, ma quando vidi che cosa cera nel piatto di Linus quando torn al suo posto, fagioli, insalata, limmancabile couscous e qualcosa di caldo che sembravano ceci in umido, mi alzai e andai in soggiorno.
In cucina c da mangiare, dissi a Linda che stava parlando insieme a Mia con Vanja attaccata a una gamba e Heidi in braccio. Facciamo cambio?
S, volentieri, rispose. Ho una fame da lupi".
Adesso possiamo andare a casa, pap? chiese Vanja.
Ma ora si mangia, commentai. E poi c la torta. Vado a prenderti qualcosa?
Non voglio niente, replic.
Ti prendo lo stesso qualcosa, le dissi afferrando Heidi per un braccio. Poi ti porto con me".
A proposito, Heidi ha mangiato una banana, precis Linda. Ma sicuramente vorr dellaltro".
Vieni, Theresa, andiamo a prendere del cibo anche per te, intervenne Mia.
Le seguii in cucina, presi in braccio Heidi e mi misi in fila. Lei mi appoggi la testa sulla spalla, cosa che faceva soltanto quando era stanca. Avevo la camicia appiccicata al petto. Ogni volto che vedevo, ogni sguardo che incrociavo, ogni voce che sentivo li percepivo come un peso che mi opprimeva. Quando mi facevano una domanda o la ponevo io, era come se me la dovessero cavare di bocca. Heidi mi facilitava le cose, averla attaccata a me era come indossare una specie di protezione perch in quel caso avevo qualcosa di cui occuparmi e perch la sua presenza distoglieva lattenzione degli altri. Le sorridevano, le chiedevano se era stanca, laccarezzavano sulla guancia. Gran parte del rapporto tra me e Heidi si basava sul fatto che io la portavo in braccio. Era lelemento cardine della nostra relazione. Voleva essere sempre portata in braccio, non voleva mai camminare, non appena mi vedeva tendeva le braccia e sorrideva soddisfatta ogni volta che raggiungeva il suo scopo. E a me piaceva tenerla stretta a me, quella creatura piccina e paffuta dagli occhioni grandi e la bocca vorace.
In un piatto misi dei fagioli, un paio di cucchiai di ceci in umido e un po di couscous e lo portai in soggiorno dove adesso tutti i bambini erano seduti intorno al tavolino basso al centro della stanza con almeno un genitore alle spalle pronto a intervenire.
Non lo voglio, esclam subito Vanja non appena le ebbi posato davanti il piatto.
Come vuoi, risposi. Non sei obbligata a mangiarlo se non ti va. Ma forse lo vuole Heidi?
Infilzai alcuni fagioli con la forchetta e gliela avvicinai alla bocca. Lei contrasse le labbra e gir la testa dallaltra parte.
Su, da brave, dissi. So che avete fame".
Possiamo giocare con il trenino? mi chiese Vanja.
La guardai. Normalmente sarebbe rimasta immobile a fissare quel giocattolo o me, magari con espressione implorante, ma adesso aveva gli occhi puntati davanti a s.
Ma certo che possiamo, risposi. Sollevai Heidi e la misi a terra prima di dirigermi verso langolo della stanza dove fui costretto a rannicchiarmi premendo le ginocchia sul corpo in modo che quasi mi arrivavano al petto per riuscire a trovare posto tra i mobiletti da bambino e le casse dei giocattoli. Staccai i binari e li porsi uno alla volta a Vanja che cercava di ricomporli. Quando non ci riusciva, li pressava insieme con tutta la forza che aveva. Per intervenire stavo aspettando il momento in cui li avrebbe scagliati in preda alla rabbia. Per tutto il tempo Heidi tentava di staccarli mentre io cercavo con lo sguardo qualcosa da darle che potesse distoglierla da quellimpulso. Un puzzle? Un peluche? Un piccolo pony di plastica dalle ciglia grandi e lunghe e la lunga criniera sintetica di colore rosa? Gett via tutto quanto.
Pap, aiutami! disse Vanja.
Certo, certo. Guarda. Qui ci mettiamo un ponte cos il treno pu passare sopra e sotto. Che ne dici? Viene bene?
Heidi afferr uno dei mattoncini che servivano a costruirlo.
Heidi! grid Vanja.
Glielo presi e Heidi scoppi a piangere. La presi in braccio e mi alzai.
Non ci riesco! esclam Vanja.
Arrivo subito. Porto solo Heidi dalla mamma, le spiegai prima di tornare in cucina con Heidi appesa a un fianco come se io fossi unesperta donna di casa. Linda stava parlando con Gustav, lunico dei genitori di Lodjuret ad avere un buon lavoro vecchio stile e con cui per qualche motivo andava daccordo. Era un tipo gioviale, dal volto radioso, il suo corpo basso, sempre impeccabilmente vestito, era piccolo e tozzo, il collo possente, il mento ampio, la faccia schiacciata ma aperta e dallespressione semplice. Parlava volentieri dei libri che gli piacevano, in quel momento di quelli di Richard Ford.
Sono davvero fantastici, era capace di dire. Li hai letti? Parlano di un agente immobiliare, una persona qualunque, s, e della sua vita, cos riconoscibile e quotidiana, mentre al contempo riesce a catturare e a descrivere tutta lAmerica! Latmosfera americana, il polso stesso del paese!
Anche a me piaceva Gustav, soprattutto per quel suo essere una persona per bene che si manteneva grazie a un lavoro semplice, onesto, ma che nessuno dei miei conoscenti possedeva, tanto meno io. Avevamo la stessa et, ma quando lo guardavo mi sembrava che avesse dieci anni pi di me. Era adulto allo stesso modo in cui lo erano stati i nostri genitori quando ero piccolo.
Credo che tra un po Heidi dovr dormire, dissi. Sembra stanca. E sicuramente ha anche fame. Vai tu a casa con lei?
S, per prima volevo finire di mangiare. Ti spiace?
Ma no, figurati".
Mi  capitato tra le mani il tuo libro! comment David. Sono passato in libreria e lho visto. Sembrava interessante. Non  la Norstedts che lha pubblicato?
S, risposi con un sorriso forzato. Proprio quella".
E non lhai comprato? intervenne Linda, non senza un leggero tono scherzoso nella voce.
No, questa volta  andata cos, rispose lui prima di pulirsi le labbra con il tovagliolo. Il tema erano gli angeli, no?
Annuii. Heidi mi era scivolata leggermente tra le braccia e quando la sollevai, mi accorsi che il pannolino era pesante.
Le cambio il pannolino prima che ve ne andiate, dissi. Hai portato su la borsa del passeggino?
S,  in corridoio".
Okay, dissi e andai a prendere un pannolino. Vanja e Achilles stavano correndo in soggiorno, saltavano dal divano al pavimento, ridevano, si rialzavano e saltavano di nuovo. Sentii unondata di calore dentro il petto. Mi chinai in avanti e presi un pannolino e un pacchetto di salviettine umidificate mentre Heidi si aggrappava a me come un cucciolo di koala. In bagno non cera il fasciatoio, cos la distesi per terra sul pavimento di piastrelle, le sfilai la calzamaglia, strappai le due linguette adesive che tenevano fermo il pannolino prima di buttarlo nel cestino sotto il lavandino mentre Heidi mi guardava con espressione seria.
Solo pip! afferm. Poi, dopo aver girato la testa di lato, si mise a fissare la parete, rimanendo indifferente ai miei movimenti mentre la cambiavo, proprio come aveva sempre fatto fin da quando era nata.
Ecco! esclamai. Finito".
La presi per le mani e la sollevai. Ripiegai con cura la calzamaglia, che era leggermente umida, prima di infilarla nella borsa del passeggino, da cui estrassi un paio di pantaloni della tuta che le misi insieme alla giacca marrone imbottita di velluto a coste che le aveva regalato Yngve quando aveva compiuto un anno. Linda mi raggiunse mentre ero alle prese con le scarpe.
Tra poco vengo anchio, dissi. Ci baciammo, Linda prese la borsa con una mano, Heidi nellaltra e se ne andarono.
Vanja, che stava attraversando di corsa il corridoio con Achilles alle calcagna, si fiond in quella che doveva essere la cameretta da dove riecheggi la sua voce eccitata. Il pensiero di ritornare a sedermi nuovamente al tavolo della cucina non mi attirava molto, cos aprii la porta del bagno e, dopo averla chiusa a chiave, rimasi immobile per qualche minuto. Mi lavai la faccia con lacqua fredda, me la asciugai con cura con un asciugamano di spugna bianco, incrociai il mio sguardo riflesso nello specchio, cos cupo e su un volto irrigidito da una tale frustrazione che quasi sussultai quando lo vidi.
In cucina nessuno si accorse che ero tornato. S invece, una donna piccola dallaspetto severo, con i capelli corti e i lineamenti del viso ordinari e leggermente squadrati mi fiss per un attimo da dietro le lenti degli occhiali. Cosa poteva mai volere da me?
Gustav e Linus stavano discutendo dei diversi trattamenti pensionistici, luomo silenzioso con la camicia anni cinquanta teneva sulle ginocchia il figlio, un bambino vivace dai capelli chiari, quasi bianchi, mentre parlava con lui del FK Malm e Frida raccontava a Mia di un club serale che aveva intenzione di aprire insieme ad alcune amiche, Erik e Mathias stavano confrontando gli schermi dei televisori, argomento a cui voleva partecipare anche Linus, a giudicare dalle lunghe occhiate che lanciava verso di loro e da quelle fugaci che rivolgeva a Gustav per non sembrare scortese. Lunica a non prendere parte a nessun tipo di conversazione era la donna dai capelli corti e anche se io guardavo da tutte le parti tranne che nella sua direzione, lei si chin sopra il tavolo chiedendomi se ero soddisfatto dellasilo. Dissi di s. Forse cera un po troppo da fare, aggiunsi, ma ne valeva assolutamente la pena, si aveva la possibilit di conoscere bene i compagni di giochi dei propri figli e io trovavo la cosa molto positiva.
Sorrise senza trasporto alle mie parole. Cera in lei qualcosa di ferito, un sentore di infelicit.
Ma che cazzo? sbott Linus di colpo sobbalzando sulla sedia. Cosa diavolo stanno combinando di l?
Si alz e si diresse in bagno. Un attimo dopo ne usc con Vanja e Achilles davanti a lui. Vanja aveva un sorriso che le andava da un orecchio allaltro, Achilles aveva unaria pi colpevole. Le maniche della sua giacchetta erano fradice. Le braccia nude di Vanja rilucevano umide.
Quando sono entrato, avevano le mani dentro il water fino a dove sono riusciti ad arrivare, spieg Linus. Incrociai lo sguardo di Vanja e non riuscii a trattenere un sorriso.
Questa ce la togliamo, giovanotto, dichiar Linus conducendo Achilles nel corridoio. Poi devi lavarti per bene le mani".
Vale anche per te, Vanja, commentai alzandomi in piedi. Fila in bagno".
Quando entrammo, stese subito le braccia sopra il lavandino prima di alzare gli occhi verso di me.
Sto giocando con Achilles! disse.
Lo vedo, risposi. Ma non mi sembra un buon motivo per infilare le mani nel gabinetto".
No, esclam ridendo.
Mi bagnai per bene le mani sotto il rubinetto, le insaponai e poi le lavai le braccia dalla punta delle dita fino alle spalle. Infine gliele asciugai prima di darle un bacio sulla fronte e rispedirla fuori. Il sorriso di scusa con cui tornai a sedermi non era necessario, nessuno era interessato a discutere di quel piccolo intermezzo, neppure Linus, che al suo ritorno riprese subito a raccontare delluomo che in Thailandia era stato aggredito da alcune scimmie, episodio in cui si era trovato coinvolto. Non fece neanche una piega mentre gli altri ridevano, sembrava quasi che inalasse dentro di s quelle risate e la cosa non solo contribu a infondergli nuove energie, ma parve rinvigorire anche la sua verve narrativa, fenomeno che puntualmente avvenne, e soltanto quando si lev una seconda ondata di risate Linus sorrise, di poco, e non per via della sua carica umoristica, mi resi conto, ma pi come espressione della soddisfazione che provava quando il suo volto poteva immergersi appieno nelle risate che aveva provocato. S, s, s? disse sventagliando leggermente la mano. La donna dallaria severa che fino a quel momento aveva guardato fuori dalla finestra spinse in avanti la sedia e si chin nuovamente sul tavolo.
Non  dura con due bambine cos piccole che hanno pressappoco la stessa et? domand.
In un certo senso, risposi. In effetti  un po stancante, comunque  meglio averne due che uno. Essere figlio unico mi sembra un po triste, secondo me... Ho sempre pensato che avrei avuto tre figli. Cos hanno tante costellazioni tra cui scegliere. E poi i bambini sono in maggioranza rispetto ai genitori..".
Sorrisi. Lei non disse niente. Di colpo mi venne in mente che lei aveva un figlio solo.
Ma anche con uno pu essere meraviglioso, aggiunsi.
Poggi la testa sulla mano.
Mi piacerebbe tanto che Gustav avesse un fratellino o una sorellina. Passiamo troppo tempo soltanto io e lui".
Ma no, dissi. Ha un mucchio di amici allasilo. In fondo pu bastare".
Il problema  che non ho un uomo accanto a me, e quindi la cosa non  fattibile".
Che cazzo centravo io con tutto questo?
La guardai con espressione comprensiva sforzandomi di non distogliere gli occhi come mi succedeva facilmente di fare in situazioni analoghe.
E quelli che incontro, non li vedo proprio nei panni dei futuri padri di mio figlio, continu.
Su! Su! Si sistemer tutto".
Non credo, comunque grazie".
Scorsi un movimento. Mi girai verso la porta. Era Vanja. Venne a mettersi accanto a me.
Voglio andare a casa, disse. Non possiamo andare via adesso?
Rimaniamo qui ancora un pochino. Un attimo e arriva la torta. La mangi, vero?
Non rispose.
Vuoi venire in braccio? le proposi.
Annu e io spostai il bicchiere di vino prima di sollevarla.
Adesso rimani seduta qui con me per un po e poi torniamo di l. Ti accompagno. Okay?
Okay".
Si mise a guardare le persone sedute intorno al tavolo. Chiss a che cosa stava pensando? Che impressione le facevano?
La osservai. I capelli lunghi e chiari le arrivavano gi sotto le spalle. Un nasino, una boccuccia, due orecchie minuscole, entrambe appuntite come quelle di un elfo. Gli occhi azzurri, che tradivano sempre il suo stato danimo, erano leggermente strabici, ecco perch portava gli occhiali. Allinizio ne era orgogliosa. Adesso era la prima cosa che faceva sparire quando si arrabbiava. Forse perch sapeva che ci tenevamo che li portasse?
Con noi i suoi occhi erano vivi e allegri quando non si chiudevano e diventavano irraggiungibili le volte in cui veniva assalita da uno dei suoi violenti attacchi dira. Dotata di una grande teatralit, era capace di dominare tutta la famiglia con il suo temperamento; quando giocava, metteva in scena drammi relazionali grandi e complessi, amava che si leggesse per lei, ma forse adorava ancora di pi guardare i film, soprattutto quelli che avevano una trama e personaggi di rilievo, su cui rifletteva discutendone con noi e facendoci un mucchio di domande, ma mostrandosi anche desiderosa di riprodurre a gesti e parole quello che aveva visto e sentito. Era successo una volta con Madicken di Astrid Lindgren, la cui protagonista era una bambina che aveva quello stesso nome. Dopo essere saltata gi dalla sedia, Vanja era rimasta sdraiata a terra con gli occhi chiusi e noi dovemmo sollevarla e fingere di credere che fosse morta prima di renderci conto che era svenuta, che si trattava di una commozione cerebrale e che la dovevamo portare a letto mentre teneva gli occhi chiusi e le braccia penzoloni, dove sarebbe dovuta rimanere per tre giorni, possibilmente mentre le canticchiavamo il triste tema musicale di quella scena. Poi era balzata in piedi di colpo e si era precipitata verso la sua sedia pronta a riprendere linterpretazione. Alle recite di Natale dellasilo era lunica a inchinarsi davanti agli applausi e a godere palesemente dellattenzione che i bambini ricevevano. Spesso era lidea della cosa in s ci che aveva valore per lei, pi della cosa stessa, per esempio i dolciumi: era capace di parlarne per una giornata intera, agognarli, ma quando se li trovava finalmente davanti in una ciotola, li assaggiava appena prima di sputarli. Ma non imparava mai la lezione: il sabato successivo riviveva la stessa attesa spasmodica al pensiero di mangiare quelle fantastiche caramelle. Desiderava tanto andare sui pattini, ma quando eravamo in pista e aveva ai piedi i piccoli pattini che le aveva comprato la nonna materna e in testa il minuscolo casco da hockey, urlava tutta la sua rabbia quando si rendeva conto di non riuscire a rimanere in equilibrio e che probabilmente sarebbe passato molto tempo prima che fosse stata capace di muoversi sui pattini. Per questo tanto pi grande fu la sua felicit quando cap di essere in grado di stare sugli sci la volta in cui eravamo sulla piccola chiazza di neve che copriva il giardino della nonna paterna intenti a provare lattrezzatura che lei le aveva procurato. Ma anche in quel caso lidea di poter sciare e la gioia di riuscirci erano maggiori dello sciare in s, cosa di cui poteva fare tranquillamente a meno. Adorava viaggiare con noi, adorava vedere posti nuovi e parlare di tutto quello che era successo anche a distanza di molti mesi. Ma pi di tutto amava giocare con gli altri bambini, ovviamente. Per lei era un grande avvenimento quando qualche compagno andava a casa sua dopo lasilo. La prima volta che Benjamin sarebbe venuto da noi, la sera prima Vanja aveva passato in rassegna tutti i suoi giocattoli ed era disperata al pensiero che non fossero abbastanza belli per lui. Aveva appena compiuto tre anni. Ma Benjamin non aveva neanche fatto in tempo a entrare che i due si erano messi subito a giocare e tutte le sue paure e valutazioni preventive si erano dissolte in un vortice di eccitazione e di gioia. Ai suoi genitori Benjamin disse che Vanja era la pi simpatica di tutto lasilo e quando glielo riferii mentre era seduta sul letto intenta a giocare con i suoi Barbapap, reag con unespressione del viso che non mi aveva mai mostrato prima.
Sai cosa ha detto Benjamin? le dissi in piedi sulla soglia.
No, rispose alzando lo sguardo verso di me, di colpo tesa ed eccitata.
Ha detto che sei la pi simpatica di tutto lasilo".
Si illumin di una luce che non le avevo mai visto. Tutta la sua persona scintillava di gioia. Sapevo che n io n Linda saremmo mai stati in grado di dirle qualcosa capace di farla reagire a quel modo e capii, con la nitidezza tipica dellintuizione improvvisa, che lei non era nostra. Che la sua vita era pienamente e totalmente sua.
Che cosa ha detto? mi domand, voleva sentirselo ripetere.
Ha detto che sei la pi simpatica di tutto lasilo".
Il suo sorriso era timido, ma pieno di felicit, cosa che fece lo stesso effetto su di me anche se la mia gioia era velata da unombra perch mi pareva inquietante che in unet cos precoce le opinioni e i pensieri altrui potessero significare cos tanto. Non sarebbe stato meglio se tutto fosse giunto da lei stessa, che fosse radicato in lei? Unaltra volta in cui mi sorprese in tal senso fu allasilo, stavo entrando per andare a prenderla e Vanja mi corse incontro chiedendomi se Stella poteva andare con lei al maneggio. Le risposi che non era possibile, bisognava pianificarlo in anticipo, dovevamo chiederlo prima ai suoi genitori e Vanja era rimasta a guardarmi mentre glielo dicevo, palesemente delusa, ma, quando si era allontanata per andare a riferire il messaggio a Stella, non si serv delle mie argomentazioni, la sentii parlare mentre ero nel corridoio e cercavo la sua giacca e i suoi pantaloni impermeabili.
Ti annoieresti sicuramente nella scuderia, le disse. Non  divertente starsene l a guardare e basta".
In quel modo di pensare, di rapportarsi alle reazioni altrui piuttosto che alle proprie, riconobbi me stesso e quando ci incamminammo sotto la pioggia diretti al Folkets Park io meditavo su come lei lo avesse percepito e assorbito. Era semplicemente l, intorno a lei, invisibile, ma presente come laria che respirava? O si trattava di qualcosa di genetico?
Non confidavo mai a nessuno quello che pensavo sui bambini fatta eccezione per Linda, ovviamente, perch soltanto dentro di me e tra di noi cera posto e senso per quella complessit. Nella realt, cio nel mondo in cui viveva Vanja, tutto era semplice ed era espresso in maniera altrettanto semplice e la complessit emergeva unicamente quando si faceva la somma di tutte le componenti coinvolte che Vanja naturalmente non conosceva. Che noi ne parlassimo spesso non aiutava minimamente nella vita di tutti i giorni, dove tutto era imprevedibile e perennemente sullorlo del caos. Nel cosiddetto primo colloquio evolutivo che avemmo con il personale dellasilo si parl soprattutto del fatto che Vanja si relazionasse poco con gli insegnanti, non volesse sedersi sulle loro ginocchia n essere accarezzata e che fosse timida. Avremmo dovuto lavorare con lei per renderla pi grintosa, insegnarle a condurre i giochi, a prendere liniziativa, a parlare di pi. Linda comment che a casa era grintosa, conduceva tutti i giochi, prendeva liniziativa e parlava di continuo. Replicarono sostenendo che quel poco che diceva allasilo era incomprensibile, che non parlava in modo chiaro, che il suo vocabolario forse non era molto ampio, per cui si chiedevano se noi avessimo pensato di rivolgerci a un logopedista. In quel momento ci porsero lopuscolo di uno dei migliori della citt. In questo paese sono pazzi, pensai. Un logopedista? Ma bisognava proprio istituzionalizzare ogni cosa? Vanja ha solo tre anni!
No, non se ne parla proprio di logopedista, ribattei. Fino a quel momento era stata Linda a parlare. Si risolver tutto da s. Io avevo tre anni quando ho cominciato a parlare. Prima di allora non pronunciavo altro che singole parole che nessuno capiva a eccezione di mio fratello".
Sorrisero.
E quando ho cominciato a parlare, lho fatto in maniera fluente, con lunghe frasi. Si tratta di un fattore individuale. Non la mandiamo da nessun logopedista".
 una decisione che spetta a voi, certo, assent Olaf, il responsabile dellasilo. Per potete sempre tenere questi opuscoli e rifletterci sopra, no?
S, naturalmente, avevo risposto.
Mi misi a raccoglierle i capelli con una mano mentre con un dito le accarezzavo la nuca e la parte alta della schiena. Di solito le piaceva molto, soprattutto prima di dormire, si calmava completamente, invece adesso cominci a contorcerci e a ritrarsi.
Allaltro lato del tavolo la donna dallaria severa stava conversando con Mia che le dedicava tutta la sua attenzione, mentre Frida ed Erik avevano cominciato a raccogliere piatti e posate. Sul ripiano della cucina la torta bianca alla panna che rappresentava il punto successivo del programma faceva bella mostra di s con le sue decorazioni di lamponi e le sue cinque candeline, accanto cera una pila di confezioni quadrate monodose di cartone della bevanda alla mela BRAVO senza zucchero.
Gustav, che fino a quel momento era rimasto seduto accanto a me con la schiena parzialmente girata, si volt verso di noi.
Ciao Vanja, esord. Ti stai divertendo?
Visto che non ricevette risposta, n riusc a incrociare il suo sguardo, guard me.
Qualche volta devi venire a casa di Jocke, comment facendomi locchiolino. Ti piacerebbe?
S, rispose Vanja spalancando improvvisamente gli occhi mentre lo guardava. Jocke era il bambino pi grande dellasilo, andare da lui era molto di pi di quanto potesse sperare.
Allora ci metteremo daccordo, concluse Gustav. Dopo avere sollevato il bicchiere e bevuto un sorso di vino rosso, si pul la bocca con il dorso della mano.
Stai scrivendo qualcosa di nuovo? mi chiese.
Mi strinsi nelle spalle.
S, in effetti".
Lavori a casa?
S".
E come funziona? Rimani seduto aspettando lispirazione?
No, non  cos. Devo lavorare anchio tutti i giorni, come te".
Interessante. Interessante. Ma a casa non ci sono molte distrazioni?
Me la cavo".
Ah..".
Adesso potete andare tutti in salotto, annunci Frida. Cos cantiamo tutti insieme per Stella".
Dopo aver estratto dalla tasca un accendino, accese le cinque candeline.
Che bella torta, comment Mia.
S, vero? rispose Frida. E poi  anche sana. Praticamente nella panna non c zucchero".
La sollev.
Erik, vai dentro a spegnere le luci? gli chiese mentre i presenti si alzavano e lasciavano la stanza. Li seguii tenendo Vanja per mano e avevo appena fatto in tempo a sistemarmi accanto alla parete nel punto pi lontano quando Frida arriv lungo il corridoio buio tenendo la torta con le candeline accese. Non appena la si pot vedere dal tavolo, Frida inton Ja, m hon leva seguita a ruota dagli altri adulti che si unirono a lei facendo riecheggiare nella stanza le parole della canzoncina di compleanno svedese mentre Frida appoggiava la torta sul tavolo davanti a Stella, che osservava la scena con gli occhi che le brillavano.
Posso soffiare adesso? domand.
Frida annu mentre continuava a cantare.
Tutti applaudirono quando ebbe spento le candeline, me incluso. Poi furono riaccese le luci e alcuni minuti trascorsero nel distribuire le fette di torta ai bambini. Vanja non voleva sedersi al tavolo, ma sul pavimento accanto alla parete, dove ci accomodammo a terra, lei con il piattino in grembo. Solo allora mi accorsi che non aveva pi le scarpe.
Dove sono finite le tue scarpette dorate? le chiesi.
Sono brutte, rispose.
No, sono bellissime, dissi.
Sono brutte, ripet.
Ma dove sono finite?
Non rispose.
Vanja, insistetti.
Alz gli occhi verso di me. Aveva le labbra bianche di panna.
L in fondo, disse mentre faceva un cenno con la testa in direzione dellaltro soggiorno. Mi alzai, entrai nella stanza, mi guardai in giro, niente scarpe. Ritornai.
Dove le hai cacciate? Non le vedo da nessuna parte".
Vicino ai fiori, spieg.
I fiori? Di nuovo di l, diedi unocchiata tra i vasi esposti sul davanzale della finestra, non cerano.
Forse intendeva dire la palma yucca?
Ma certo. Erano dentro il vaso. Le recuperai e, dopo averle spazzolate sopra il vaso per togliere il grosso della terra, le portai in bagno per pulirle per bene prima di piazzarle sotto la sedia su cui cera la giacca di Vanja.
Lintermezzo con la torta, su cui adesso era concentrata lattenzione di tutti i bambini, forse le avrebbe dato la possibilit di ricominciare da capo, pensai, magari sarebbe stato pi facile per lei aggregarsi agli altri.
Voglio anchio un po di torta, le dissi. Sono in cucina. Vieni pure di l se c qualcosa, okay?
Okay, pap, rispose.
Lorologio appeso sopra la porta della cucina indicava che erano poco pi delle sei e mezzo. Non se nera andato ancora nessuno, perci ci toccava rimanere un altro po. Tagliai una fetta sottile di torta che ora era stata messa sul ripiano, la misi su un piatto e poi andai a sedermi allaltra estremit del tavolo perch il posto che avevo occupato fino a quel momento non era pi libero.
C anche il caff, se lo vuoi, comment Erik guardandomi con un sorriso che sembrava lasciato l in sospeso, come se in quella domanda e in ci che vedeva quando mi guardava si nascondesse qualcosa che andava oltre lapparenza. Per quanto ne sapevo si trattava soltanto di una tecnica che aveva imparato a mettere in atto per darsi laria di essere una persona importante, pi o meno paragonabile agli stratagemmi a cui ricorre uno scrittore mediocre quando cerca di infondere ai propri racconti un significato pi profondo.
O aveva visto davvero qualcosa?
S, grazie, dissi alzandomi, presi una tazza dalla pila e la riempii con il caff contenuto nel thermos grigio della Stelton, che si trovava l accanto. Quando mi riaccomodai, Erik era diretto in soggiorno. Frida stava parlando di una macchina per il caff che aveva comprato, era cara e per poco non aveva rinunciato ad acquistarla, ma non se nera pentita, ne era assolutamente valsa la pena, il caff era fantastico e in fondo era importante concedersi quel genere di cose, forse pi importante di quanto si pensasse normalmente. Linus raccont di uno sketch di Smith&Jones che aveva visto alla televisione, due tipi erano seduti a un tavolo davanti a una caffettiera a stantuffo. Uno di loro spinge il filtro circolare verso il basso, ma non vengono premuti soltanto i chicchi macinati di caff, ma tutto il contenuto della caffettiera che alla fine rimane vuota. Nessuno rise e Linus spalanc le braccia.
Una semplice storiella che parla di caff, comment. Forse qualcuno ne conosce una migliore?
Sulla soglia della cucina cera Vanja. Perlustr il tavolo e quando mi ebbe individuato si diresse verso di me.
Vuoi andare a casa? le domandai.
Annu.
S, sai una cosa, proseguii. Anchio. Finisco soltanto di mangiare la torta. E bere il caff. Vuoi venire in braccio nel frattempo?
Annu nuovamente. La sollevai.
Sono contenta che sei venuta, Vanja, le disse Frida sorridendole dallaltra parte del tavolo. Tra un po ci sar anche la pesca. Partecipi anche tu, vero?
Vanja annu e Frida si rivolse nuovamente verso Linus, cera una serie televisiva che trasmettevano su Hbo che lei aveva visto ma che lui non conosceva affatto e che lei non smetteva di elogiare.
Ti va? chiesi a Vanja. Aspettiamo fino alla pesca prima di andarcene?
Scosse la testa.
Nel gioco della pesca i bambini ricevevano una piccola canna che lanciavano oltre un telo dietro cui sedeva un adulto che senza farsi vedere attaccava alla lenza un sacchetto contenente qualcosa di sfizioso, dolciumi o piccoli giocattoli, o cose simili. In quella casa li avrebbero sicuramente riempiti di piselli e carciofi, pensai mentre facevo passare la forchetta davanti a Vanja prima di abbassarla sul piatto dove tagliai un pezzetto di dolce dalla crosta marrone sotto la panna bianca, giallo allinterno e con delle strisce rosse di marmellata, poi ruotai il polso in modo che il pezzetto rimanesse sulla forchetta, la sollevai nuovamente davanti a lei e me la infilai in bocca. Il pan di Spagna era troppo asciutto e cera troppo poco zucchero nella panna, ma con un sorso di caff non era poi cos male.
Ne vuoi un po? domandai. Vanja annu. Gliene infilai un pezzetto nella bocca spalancata. Alz lo sguardo verso di me e mi sorrise.
Posso venire a fare un giro con te in soggiorno, ripresi. Cos vediamo cosa stanno facendo gli altri. E magari partecipiamo anche noi alla pesca?
Ma avevi detto che andavamo a casa, disse.
S,  vero. Allora andiamo".
Posai la forchetta sul piatto, finii di bere il caff, misi Vanja a terra e mi alzai. Mi assicurai che nessuno ci stesse guardando.
Per noi  arrivata lora della ritirata, esclamai.
Proprio in quel momento Erik entr in cucina con una piccola canna di bamb in mano e un sacchetto di plastica dei supermercati Hemkp nellaltra.
Qualcuno si alz per partecipare, altri rimasero doverano. Nessuno aveva fatto caso alle mie parole di commiato. Dato che lattenzione delle persone sedute intorno al tavolo era rivolta altrove, non mi sembr il caso di ripeterle, invece appoggiai la mano sul braccio di Vanja e la condussi fuori. In soggiorno Erik grid La pesca! e tutti i bambini si affrettarono a superarci e a dirigersi verso la fine del corridoio dove era stato appeso un lenzuolo bianco che andava da una parete allaltra. Simile a un pastore con il suo gregge Erik li raggiunse e chiese loro di sedersi per terra. Mentre ero in corridoio impegnato a vestire Vanja, li vedevamo l davanti a noi.
Le tirai su la cerniera della giacca a vento rossa che adesso le era gi diventata un po stretta, le infilai il berretto rosso della Polarn och Pyret, la abbottonai fin sotto il mento, le misi davanti agli occhi gli stivaletti perch se li infilasse da sola e infine chiusi la zip che avevano sul retro dopo che li ebbe calzati.
Ecco fatto, dissi. Adesso dobbiamo soltanto salutare e ringraziare, poi possiamo andare. Vieni".
Tese le braccia verso di me.
Non puoi camminare da sola?
Scosse la testa mentre teneva le braccia tese.
Okay, dissi. Ma prima devo vestirmi".
Nel corridoio Benjamin fu il primo a pescare. Gett la lenza oltre il lenzuolo e qualcuno, probabilmente Erik, la tir dallaltro lato.
Ha abboccato! grid Benjamin.
I genitori che stavano in piedi appoggiati alla parete sorrisero, i bambini seduti sul pavimento gridavano e ridevano. Un istante dopo Benjamin diede uno strappo alla canna e un sacchettino bianco e rosso di dolciumi dei supermercati Hemkp spunt da sopra il lenzuolo, era fissato alla lenza con una molletta per i panni. Dopo essere riuscito a staccarlo, Benjamin si allontan di qualche passo per aprirlo in santa pace mentre la canna passava alla bambina successiva, Theresa, assistita dalla madre. Mi avvolsi la sciarpa intorno al collo, abbottonai la giacca blu dal taglio casual che avevo comprato in saldo da Paul Smith a Stoccolma la primavera precedente, mi infilai il berretto comprato nello stesso negozio, mi chinai sul mucchio di calzature sparse lungo la parete, trovai le mie, un paio di Wrangler nere con le stringhe gialle che avevo acquistato a Copenaghen mentre ero l per via di una fiera letteraria e che non mi erano mai piaciute, neppure quando le avevo comprate, e che oltretutto adesso erano come insudiciate dalla figuraccia che avevo fatto in quella occasione quando mi ero dimostrato totalmente incapace di rispondere in maniera intelligente a una qualunque delle domande che lintervistatore mi aveva posto in modo entusiasta e acuto quando eravamo sul palco. Il fatto che non le avessi gi buttate via da un pezzo, indicava quale fosse la nostra situazione economica. E quelle stringhe gialle poi!
Le allacciai prima di raddrizzarmi.
Adesso sono pronto, dissi. Vanja tese nuovamente le braccia. La sollevai, attraversai il corridoio e infilai la testa dentro la cucina dove quattro, cinque genitori erano seduti a chiacchierare.
Noi andiamo, dissi. Ciao e grazie per la serata".
Grazie a voi, rispose Linus. Gustav ci salut portandosi le dita alla fronte.
Ritornammo allingresso. Appoggiai la mano sulla spalla di Frida, che seguiva sorridendo la scena in piedi vicino alla parete, per attirare la sua attenzione.
Noi adesso andiamo, le dissi. Grazie per averci invitato!  stata proprio una bella festa. Davvero molto piacevole!
Ma Vanja non vuole partecipare alla pesca? domand.
Assunsi unespressione molto eloquente che avrebbe voluto significare qualcosa del tipo sai quanto possono essere illogici i bambini.
S, s, annu. Ma grazie per essere venuti. Ciao, Vanja!
Mia, che si trovava accanto a lei, con Theresa davanti a s, intervenne:
Aspettate un attimo.
Si chin oltre il lenzuolo e chiese a Erik, che sedeva l accovacciato, se poteva darle un sacchetto di dolciumi. Certo, glielo consegn subito e lei a sua volta lo porse a Vanja.
Ecco, Vanja. Questo puoi portartelo a casa. E magari dividerlo con la tua sorellina, se vuoi".
Non voglio, rispose lei stringendosi il sacchetto al petto.
Grazie! dissi. Ciao a tutti!
Stella si gir a guardarci.
Vai via, Vanja? Perch?
Ciao, Stella, risposi. Grazie per averci invitati alla tua festa di compleanno".
Poi mi voltai e ce ne andammo. Gi per le scale buie, per il corridoio esterno del condominio e fuori in strada. Voci, urla, passi e il rombo dei motori che si levavano e si abbassavano di continuo nello spazio compreso tra i muri. Vanja mi strinse le braccia intorno al collo e chin la testa sulla mia spalla. Non lo faceva mai. Quello era un gesto tipico di Heidi.
Pass un taxi con linsegna luminosa accesa. Ci super una coppia che spingeva una carrozzina, lei aveva un foulard in testa ed era giovane, forse sulla ventina. La pelle del viso era ruvida, come notai quando ci passarono davanti, come se lavesse cosparsa abbondantemente di cipria. Lui era pi vecchio, poteva avere la mia et, si guardava intorno inquieto. La carrozzina era di quelle ridicole che avevano una stanga sottile a forma di stelo che partiva dallintelaiatura delle ruote e su cui era montata la culla dove si trovava il piccolo. Dallaltro lato della strada venne verso di noi un gruppo di ragazzi sui quindici, sedici anni. Capelli neri pettinati allindietro, giubbotti di pelle nera, pantaloni neri e almeno due di loro calzavano le scarpe della Puma con il logo stampato sulla punta, cosa che a me era sempre sembrata una vera e propria idiozia. Catene doro al collo, movimenti delle braccia incerti, quasi incompleti.
Le scarpe.
Merda, erano rimaste lass.
Mi fermai.
Non avrei potuto molto semplicemente lasciarle l?
No, sarebbe stato troppo da maleducati, in fondo eravamo proprio davanti al portone dingresso.
Dobbiamo tornare su un attimo, dissi. Ci siamo dimenticati le tue scarpette dorate".
Vanja si raddrizz leggermente.
Non le voglio, disse.
Lo so, ma non possiamo lasciarle l. Dobbiamo riportarle a casa e fine della storia".
Salii le scale di corsa, misi gi Vanja, aprii la porta, infilai un piede per afferrare le scarpe con lintenzione di non guardare nellappartamento, ma non riuscii a evitarlo perch quando mi raddrizzai incrociai lo sguardo di Benjamin che era seduto sul pavimento con la sua camicia bianca e una macchinina in mano.
Ciao, disse salutandomi con laltra.
Sorrisi.
Ciao Benjamin, risposi prima di richiudere la porta alle mie spalle, poi dopo aver sollevato Vanja scesi nuovamente le scale. Fuori faceva freddo e laria era tersa, ma tutte le luci della citt, quelle dei lampioni, delle vetrine dei negozi e dei fari delle automobili, si levavano sopra i tetti delle case formando una specie di cupola luminosa, impenetrabile allo splendore delle stelle. Soltanto la luna, che quasi piena sembrava pendere sopra lhotel Hilton, era visibile tra tutti quei corpi celesti.
Vanja si strinse nuovamente a me mentre mi affrettavo a percorrere la strada e il respiro aleggiava intorno alle nostre teste simile a del fumo biancastro.
Magari Heidi vuole le mie scarpe? disse allimprovviso.
Quando sar grande come te, le avr lei, risposi.
Heidi adora le scarpe, comment.
S,  vero".
Proseguimmo per un po in silenzio. Davanti al Subway, la grande paninoteca fast food che si trovava accanto al supermercato, vidi la vecchia svitata dai capelli bianchi che guardava attraverso la vetrina. Aggressiva e imprevedibile si aggirava per il nostro quartiere, di solito parlando da sola, con i capelli bianchi perennemente raccolti in una crocchia molto stretta e con indosso sempre lo stesso cappotto beige, sia destate sia dinverno.
Far anchio una festa per il mio compleanno, pap? domand Vanja.
Se vuoi, dissi.
S. Voglio che veniate tu e la mamma e Heidi".
Sembra proprio una bella festicciola, commentai spostandola dal braccio destro a quello sinistro.
E sai che cosa voglio?
No?
Un pesciolino rosso, rispose. Posso averne uno?
Be... per avere un pesciolino rosso ci si deve saper prendere cura di lui. Dargli da mangiare e cambiargli lacqua. E per farlo bisogna avere un po pi di quattro anni, credo".
Ma io so dargli da mangiare! E Jiro ne ha uno. E lui  pi piccolo di me".
 vero. Vedremo. E poi i regali di compleanno devono essere segreti,  l il bello".
Segreti? Come un segreto-segreto?
Annuii.
Bastardi! Bastardi! sbrait la pazza che adesso si trovava a non pi di un paio di metri di distanza da noi. Messa in allarme dai miei movimenti, si gir a guardarmi. Oh, quegli occhi erano malvagi.
Che razza di scarpe porti? sbott dietro di noi. Pap! Che razza di scarpe porti? Ma adesso permettimi di parlare con te!
E poi con voce ancora pi alta:
Bastardi! Oh, bastar-DI!
Cosha detto quella signora? chiese Vanja.
Niente, risposi stringendola pi forte a me. Sei la cosa pi bella che ho, Vanja, lo sai? La pi bella di tutte".
Pi bella anche di Heidi?
Sorrisi.
Siete belle uguali, tu e Heidi. Belle proprio allo stesso modo".
Heidi  pi bella, sentenzi. Il tono era perfettamente neutro, come se stesse affermando qualcosa di inconfutabile.
Che stupidaggini, dissi. Mia adorabile sciocchina".
Sorrise. Puntai lo sguardo verso il grande supermercato quasi deserto, dove i prodotti scintillavano sugli scaffali e sui banconi allestiti al suo interno. Due cassiere sedute ognuna alla propria cassa fissavano dritte davanti a s in attesa di clienti. Al semaforo sullaltro lato della via si sentiva rombare un motore e, quando girai la testa, vidi che apparteneva a una di quelle automobili enormi simili a jeep che negli ultimi anni avevano cominciato a invadere le strade. La tenerezza che provavo per Vanja era cos grande da lacerarmi dentro. Nel tentativo di contrastare quella sensazione mi misi a correre piano. Superai lAnkara, il ristorante turco che offriva danza del ventre e karaoke, davanti alla cui entrata, la sera, cerano spesso uomini orientali ben vestiti che emanavano odore di dopobarba e di sigaro, adesso era vuota, proseguii superando il Burger King, dove una ragazza incredibilmente grassa con indosso un berretto e un paio di guanti senza dita sedeva su una panca allaperto intenta a ingurgitare un hamburger, lincrocio, il Systembolaget, dove si vendevano vini e superalcolici per conto dello Stato, e la Handelsbanken, mi fermai al semaforo rosso anche se non cerano auto in arrivo in nessun senso di marcia. Per tutto il tempo tenni Vanja stretta a me.
Vedi la luna? le dissi indicando il cielo mentre eravamo fermi.
Mmm, fece lei prima di aggiungere dopo una piccola pausa: Ci sono stati lass gli uomini?.
Sapeva bene che cerano stati, ma sapeva altrettanto bene che a me piaceva raccontarle quel genere di cose.
S, confermai. Poco dopo la mia nascita tre uomini sono veleggiati fin lass con una nave.  lontano e ci hanno messo parecchi giorni. E una volta arrivati si sono fatti anche una bella passeggiata".
Non ci sono andati con una nave a vela, ma con una nave spaziale, replic.
Hai ragione. Ci sono arrivati con un razzo".
Il semaforo divent verde e raggiungemmo laltro lato della via dove si apriva la piazza e cera il nostro appartamento. Un uomo esile con indosso il chiodo e i capelli che gli scendevano lungo la schiena era in piedi davanti a un bancomat. Con una mano ritir la carta mentre con laltra si scostava i capelli dal viso. Era un gesto femmineo e comico perch tutto il resto in lui, tutto il suo abbigliamento da metallaro, voleva invece essere cupo, duro e mascolino.
Il mucchietto di ricevute bancarie che si trovavano sparse ai suoi piedi fu sollevato da un improvviso colpo di vento.
Infilai la mano in tasca per prendere il mazzo di chiavi.
Che cos quello? domand Vanja indicando uno dei due distributori automatici di granita che si trovavano davanti al piccolo take-away thailandese accanto al nostro portone.
Granita, spiegai. Ma lo sapevi gi".
La voglio! esclam.
La guardai.
No, adesso non te la prendo. Ma hai fame?
S".
Possiamo comprare uno spiedino di pollo, se vuoi. Ti va?
S".
Okay, dissi mettendola a terra prima di aprire la porta del take-away, poco pi di un buco nel muro, che ogni giorno inondava la nostra veranda, sei piani pi in su, dellodore di noodles e pollo fritto. Vendevano due piatti diversi in un unico contenitore a quarantacinque corone, quindi quella non era la prima volta che io mi trovavo davanti al bancone di vetro a ordinare cibo alla giovane asiatica, lavoratrice instancabile tutta pelle e ossa e dal volto perennemente impassibile. Teneva sempre la bocca aperta, sopra i denti si vedevano le gengive, il suo sguardo era sempre neutro, come se tutto le risultasse indifferente. In cucina lavoravano due ragazzi pi o meno della sua stessa et che avevo visto solo di sfuggita, tra di loro vedevo sempre sgusciare un uomo sulla cinquantina, anche lui dal volto impenetrabile, ma con unespressione leggermente pi amichevole, almeno le volte in cui ci eravamo incrociati nei lunghi e labirintici corridoi che si dipanavano sotto casa, lui per andare a prendere qualcosa dal magazzino o portarcelo, io per buttare la spazzatura, fare il bucato, entrare o uscire con la bicicletta.
Lo porti tu? dissi a Vanja porgendole il contenitore caldo che venti secondi dopo lordine era gi pronto sul bancone davanti a me. Vanja annu, io pagai e poi entrammo dallingresso laterale dove Vanja appoggi la scatola a terra per riuscire a premere il pulsante dellascensore.
Mentre salivamo, cont ad alta voce tutti i piani. Quando ci trovammo davanti al nostro appartamento, mi porse il contenitore, apr la porta e cominci subito a chiamare la mamma prima ancora di essere entrata.
Le scarpe! dissi trattenendola. In quel momento Linda arriv dal soggiorno. Di l la televisione era accesa.
Un leggero sentore di marcio e di qualcosa ancora peggiore proveniva dal sacco dellimmondizia e dai due sacchetti di pannolini lasciati nellangolo vicino al passeggino doppio ripiegato. Le scarpe e la giacca di Heidi erano per terra l accanto.
Perch CAZZO non le aveva messe al loro posto nellarmadio?
Il corridoio straripava di vestiti, giocattoli, vecchie pubblicit, passeggini, borse, borracce di plastica. Ma non era stata a casa tutto il pomeriggio?
Per il tempo per starsene sdraiata a guardare la televisione, quello s che ce laveva.
Mi hanno dato un sacchetto pieno di dolci anche se non ho partecipato alla pesca! raccont Vanja.
Quindi per lei era stata quella la cosa pi importante, pensai mentre mi chinavo in avanti per toglierle le scarpe. Il suo corpo fremeva dimpazienza.
E poi ho giocato con Achilles!
Bene, comment Linda accucciandosi davanti a lei. Vediamo un po che cosa c dentro il sacchetto".
Vanja glielo apr.
Come avevo fatto a non pensarci, dolciumi biologici. Dovevano arrivare dal negozio che avevano appena aperto nel centro commerciale dirimpetto. Diversi tipi di noci ricoperte di cioccolato dai diversi colori. Zucchero candito. Della roba che somigliava alluvetta.
Adesso posso mangiarli?
Prima lo spiedino di pollo, intervenni. Fila in cucina".
Appesi la sua giacca allattaccapanni, riposi le scarpe nellarmadio e andai in cucina dove misi lo spiedino di pollo, gli involtini primavera e un po di noodles in un piatto. Tirai fuori coltello e forchetta, riempii un bicchiere dacqua, misi tutto davanti a lei sul tavolo, la cui superficie era ancora invasa da pennarelli, scatole di acquerelli, colori acrilici, pennelli e fogli di carta.
 andato tutto bene alla festa? chiese Linda mentre si sedeva accanto a lei.
Annuii. Mi appoggiai con la schiena al ripiano della cucina a braccia conserte.
Heidi si  addormentata subito? domandai.
No. Ha la febbre. Probabilmente era per quello che piagnucolava tanto".
Di nuovo? dissi.
Mmm. Ma non cos alta".
Sospirai. Mi girai e vidi i piatti sporchi che si erano accumulati nel lavello e sul ripiano.
Qui dentro sembra un porcile, dissi.
Voglio vedere un film, dichiar Vanja.
Non adesso, risposi. Lora della nanna  gi passata da un pezzo".
Voglio vederlo!
Che cos che stavi guardando alla televisione? domandai incrociando lo sguardo di Linda.
Che cosa intendi dire?
Niente di speciale. Stavi guardando la televisione quando siamo arrivati. Mi chiedevo semplicemente che cosa stavi vedendo".
Adesso fu lei a sospirare.
Non voglio andare a dormire! sbott Vanja sollevando lo spiedino di pollo come per lanciarlo. Le afferrai il braccio.
Mettilo gi, dissi.
Puoi guardare la tiv per dieci minuti e portarti una ciotola di dolcetti, intervenne Linda.
Ho appena detto che non pu, ribattei.
Soltanto dieci minuti, riprese alzandosi. Poi la metto a letto io".
Ah s? esclamai. Invece io dovrei lavare i piatti?
Di che cosa stai parlando? Fai quello che vuoi. Io mi sono occupata di Heidi per tutto il tempo mentre eravamo qui, se  di questo che stiamo parlando. Stava male e piagnucolava e..".
Vado a fumarmi una sigaretta".
... ed era impossibile".
Mi infilai la giacca e le scarpe e uscii sul balcone che dava verso est, dove avevo labitudine di sedermi a fumare sia perch era coperto sia perch da l si vedevano raramente le persone. Il balcone sul lato opposto, che correva tutto intorno allappartamento ed era lungo pi di venti metri, non era coperto e si affacciava sulla piazza sottostante dove cera sempre gente, era rivolto verso lalbergo e il centro commerciale che si ergevano dallaltra parte della strada, e sulle facciate degli edifici che arrivavano fino al parco di Magistratparken. Ma avevo voglia di starmene in pace, non volevo vedere nessuno, cos mi chiusi la porta del balcone pi piccolo alle spalle e andai a sedermi sulla sedia nellangolo, mi accesi una sigaretta, appoggiai le gambe sulla ringhiera e mi misi a osservare i cortili retrostanti e le spine dei tetti, quelle forme dure e rigide racchiuse come in una volta dal cielo alto e potente. Il panorama mutava in continuazione. Per un po era caratterizzato da enormi formazioni nubiformi che assomigliavano a montagne, con dirupi e scarpate, valli e grotte, e fluttuavano misteriose al centro di quel cielo azzurro, un attimo dopo un fronte temporalesco avanzava lentamente da lontano, simile a un vecchio piumone di colore grigio scuro che si stagliava di colpo allorizzonte, e se la cosa avveniva destate, qualche ora dopo i lampi pi spettacolari squarciavano il buio a intervalli di secondi e il tuono giungeva rombando sui tetti. Ma mi piacevano anche le formazioni celesti pi ordinarie, persino quelle del tutto uniformi, grigie e cariche di pioggia sul cui sfondo pesante i colori dei cortili ai miei piedi si stagliavano nitidamente, quasi scintillando. Il verde rame sulle coperture a pannelli dei tetti! E larancione tendente al rosso dei mattoni? E il metallo giallo delle gru, non scintillava forse in tutto il suo splendore su quellimmenso grigiore biancastro? O una delle solite giornate estive in cui il cielo era terso e azzurro e il sole scottava e le poche nubi di passaggio erano leggere e quasi prive di contorni, quando la massa degli edifici che si estendeva davanti a me scintillava e mandava bagliori. E quando arrivava, la sera veniva anticipata da un incendiarsi di rossi allorizzonte come se laggi la terra sottostante bruciasse, succeduta da unoscurit tenue e soffusa sotto la cui mano benevola la citt si acquietava, come se si sentisse stremata, ma felice dopo unintera giornata trascorsa al sole. In quel cielo brillavano le stelle, si libravano i satelliti, volavano gli aerei che andavano e venivano dagli aeroporti di Kastrup e Sturup.
Se volevo vedere delle persone, dovevo sporgermi in avanti e guardare verso la palazzina di fronte, dove alcune figure senza volto apparivano di tanto in tanto alle finestre in quelleterno movimento circolare tra stanze e porte: da qualche parte viene aperta quella di un frigorifero, un uomo con indosso soltanto un paio di boxer prende qualcosa, la richiude e si siede al tavolo della cucina, da unaltra parte si sente sbattere una porta dingresso e una donna con il cappotto e la borsa a tracolla si precipita gi per le scale, tutto gira e gira, in un altro punto ancora si vede quello che a giudicare dalla sagoma e dalla rigidit dei movimenti deve essere un anziano, sta stirando i vestiti, quando ha finito, spegne la luce e la stanza muore. E adesso dove si pu guardare? L dove di tanto in tanto un uomo saltella su e gi sul pavimento agitando le braccia davanti a un qualcosa che non si vede, ma che con buona probabilit potrebbe essere un bambino piccolo? O verso la cinquantenne che spesso sbircia dalla finestra?
No, quelle vite erano al riparo dal mio sguardo. Quello lo rivolgevo in lontananza o verso lalto e non per scrutare ci che cera e rimanere colpito dalla sua bellezza, ma solo per farlo riposare. Per essere completamente solo.
Presi la bottiglia da due litri di Coca-Light che si trovava mezza piena per terra accanto alla sedia e riempii uno dei bicchieri che cerano sul tavolo. Non aveva il tappo e la Coca-Cola era sgasata, quindi il gusto asprigno del dolcificante, che normalmente spariva tra le bollicine di anidride carbonica, si percepiva nettamente. Non ci feci caso, non avevo mai badato troppo al sapore delle cose.
Appoggiato il bicchiere sul tavolo, spensi il mozzicone di sigaretta. Di tutti i sentimenti che avevo provato per coloro con cui avevo appena trascorso qualche ora non era rimasta traccia. Avrebbero potuto bruciare tutti quanti senza che io avessi provato nulla per loro. Era una mia regola di vita. Quando ero con gli altri, mi sentivo legato a loro, la vicinanza che avvertivo era enorme, la partecipazione grande. S, cos grande che il loro benessere era pi importante del mio. Mi sottomettevo fino a raggiungere quasi lorlo dellautoannientamento: quello che credevano, pensavano, io lo anteponevo, spinto da qualche meccanismo interiore che mi risultava incontrollabile, ai miei pensieri e sentimenti. Ma nel momento in cui io ero solo, gli altri non significavano niente per me. Non perch non mi piacessero, o nutrissi una forma di disprezzo nei loro confronti, anzi, mi piaceva la maggior parte di loro, e in quelli che non mi piacevano immediatamente trovavo sempre qualche lato positivo, una qualche qualit che risvegliasse la mia simpatia o che perlomeno potevo trovare interessante, che mi permettesse in quel momento di tenere occupati i pensieri. Ma il fatto che mi piacessero non equivaleva a dire che io mi preoccupassi o tenessi a loro. Era il contesto sociale che creava questi legami, non le persone che ne facevano parte. Tra queste due prospettive non cera nulla. Esistevano solo il piccolo, lautodistruttivo da un lato e il grande, ci che creava distanza, dallaltro. Ma era proprio nel mezzo che si svolgeva la vita di tutti i giorni. Forse era quello il motivo per cui mi risultava cos difficile viverla. La quotidianit, con i suoi doveri e le sue routine, era una cosa che sopportavo, non qualcosa che mi rallegrasse, desse un senso o mi rendesse felice. Non si trattava della mancanza di voglia nel lavare i pavimenti o cambiare pannolini, ma riguardava qualcosa di pi sostanziale, il fatto che io non vivessi il valore intrinseco della vita a me pi vicina, ma che desiderassi costantemente allontanarmene, ed era sempre stato cos. Ergo lesistenza che vivevo non era n mia n la mia. Mi sforzavo di farla mia, era quella la battaglia che conducevo, perch io lo volevo, ma fallivo, lanelito verso qualcosa di diverso minava completamente tutto quello che facevo.
Qual era il problema?
Era quel tono stridulo, malato che risuonava ovunque nella societ ci che io non sopportavo, quello che si levava da tutte le pseudo-persone e gli pseudo-posti, gli pseudo-avvenimenti e gli pseudo-conflitti attraverso cui vivevamo le nostre vite, tutto ci che vedevamo senza prendervi parte, era quella distanza che la vita moderna aveva aperto al nostro, comunque imperdibile e indispensabile, qui e ora? In questo caso, se ci di cui ero alla ricerca era una maggiore realt e vicinanza, non era quello che mi circondava ci a cui dovevo tendere? Invece di provare il desiderio di allontanarmene? O forse ci a cui reagivo era quella sensazione di prefabbricato implicita nelle nostre giornate di cui era costituito questo mondo, i binari della routine che seguivamo, che rendevano tutto cos prevedibile da costringerci a investire in qualche forma di divertimento per provare un sentore di intensit? Ogni volta che uscivo dalla porta, sapevo che cosa sarebbe successo, quello che avrei dovuto fare. Era cos per quello che riguardava le piccole cose, vado al supermercato, mi siedo in un caff con un giornale, vado a prendere i miei figli allasilo, e cos era per quelle pi grandi, dal primo incanalamento sociale, lasilo, a quello finale di congedo, la casa di riposo. Oppure era quelluniformit che diffondendosi nel mondo stava rimpicciolendo tutto, lelemento su cui si basava il disgusto che provavo? Se si viaggiava per la Norvegia, si vedevano le stesse cose dappertutto. Le stesse strade, le stesse case, le stesse stazioni di servizio, gli stessi negozi. Ancora fino agli anni sessanta era possibile notare come la cultura mutasse quando si percorreva in macchina la valle di Gudbrandsdalen, per esempio, quegli edifici di legno stranamente neri, cos puri e lugubri, che adesso erano stati incapsulati alla stregua di musei in miniatura in una cultura che non si differenziava da quella da cui uno proveniva o a cui era diretto. E lEuropa, che si stava trasformando sempre pi in ununica nazione grande e simile. Lo stesso, lo stesso, tutto era uguale. O forse ci era riconducibile al fatto che la luce, che illuminava il mondo rendendo comprensibile ogni cosa in esso contenuta, al contempo lo svuotasse di significato? Erano forse le foreste che erano scomparse, le specie animali che si erano estinte, i vecchi modi di vivere che non sarebbero tornati mai pi?
S, pensavo a tutto questo e tutto questo mi riempiva di dolore e di un senso di impotenza, se cera un mondo a cui mi rivolgevo con il pensiero, era quello del Cinquecento o del Seicento, con i suoi boschi immensi, i suoi velieri e carri trainati da cavalli, i suoi mulini a vento e castelli, i suoi monasteri e villaggi, i suoi pittori e pensatori, esploratori e inventori, preti e alchimisti. Come sarebbe stato vivere in un mondo dove tutto veniva realizzato con la forza delle mani, del vento o dellacqua? Come sarebbe stato vivere in un mondo dove gli indiani dAmerica vivevano ancora la propria vita in pace? Dove quellesistenza era ancora una possibilit reale? Dove lAfrica non era stata conquistata? Dove il buio sopraggiungeva con il tramonto e la luce con lalba? Dove gli esseri umani erano troppo pochi e possedevano utensili troppo rozzi per influire sul numero degli animali, tantomeno sterminarli? Dove non era possibile spostarsi da un luogo a un altro senza grandi strapazzi e le comodit erano qualcosa che solo i ricchi si potevano permettere, dove loceano era pieno di balene, le foreste di orsi e lupi, ed esistevano ancora paesi cos sconosciuti che nessun racconto avventuroso era in grado di render loro giustizia, come la Cina, che si poteva raggiungere soltanto dopo un viaggio di parecchi mesi che soltanto unesigua minoranza di navigatori e mercanti potevano permettersi, correndo tra laltro il rischio di morire. S, quel mondo era rozzo e povero, sudicio e flagellato dalle malattie, ubriaco e ignorante, pieno di dolore, laspettativa di vita era bassa e il livello di superstizione alto, eppure ha generato il pi grande scrittore, Shakespeare, il pi grande pittore, Rembrandt, il pi grande scienziato, Newton, tutti ancora maestri insuperati nel proprio campo, e come  stato possibile che proprio in quellepoca si raggiungesse una tale abbondanza? Era perch la morte era pi vicina e quindi la vita pi forte?
Chiss.
Comunque sia non possiamo tornare indietro, tutto ci che compiamo  irreversibile, e se ci si guarda alle spalle, quella che vediamo non  la vita, ma la morte. E chi crede che la natura e lessenza della contemporaneit siano la causa della propria incapacit di adattamento, o  un megalomane o  semplicemente uno stupido e in entrambi i casi manca di introspezione e conoscenza di s. Io disprezzavo molte cose del presente, ma non era da l che traeva la sua origine quella mancanza di significato perch essa non era mai stata costante... La primavera in cui mi trasferii a Stoccolma e incontrai Linda, per esempio, il mondo si era improvvisamente aperto e al contempo la sua intensit aumentava a velocit vertiginosa. Ero innamorato perso e ogni cosa era possibile, la felicit era sempre al culmine, comprendeva tutto. Se allora qualcuno mi avesse parlato della mancanza di significato, gli avrei riso in faccia perch ero libero e il mondo che giaceva aperto intorno a me era cos saturo di senso, dai treni che scivolavano scintillanti e futuristici sopra Slussen fino al mio appartamento, al sole che colorava di rosso le guglie della chiesa di Riddarholmen in quei tramonti sinistramente belli e dal sapore ottocentesco a cui in quei mesi assistevo ogni sera, dal profumo del basilico fresco e dal gusto dei pomodori maturi al suono dei tacchi che rimbombavano sul selciato della discesa che portava verso lhotel Hilton quando una tarda notte rimanemmo seduti tenendoci le mani consapevoli del fatto che adesso eravamo noi due e per sempre. Sei mesi dur quello stato, per sei mesi ero assolutamente felice, assolutamente presente nel mondo e in me stesso prima che quella sensazione cominciasse lentamente a scemare e ancora una volta il mondo scomparisse dalla mia portata. Un anno pi tardi tutto questo accadde nuovamente, anche se in modo molto diverso. Fu quando nacque Vanja. Allora non fu il mondo ad aprirsi, noi lo avevamo lasciato fuori, assorti da una specie di concentrazione assoluta sul miracolo che stava avvenendo in mezzo a noi, ma riguardava qualcosa dentro di me. Mentre linnamoramento era stato impetuoso e avventato, straripava di vita ed era inebriante, adesso si trattava di qualcosa di cauto e attutito, colmo di unattenzione infinita per quello che stava accadendo. Dur quattro, forse cinque settimane. Quando dovevo uscire e andare in centro per sbrigare qualche commissione, percorrevo le strade di corsa, agguantavo quello che mi serviva, fremevo dimpazienza davanti al bancone e con le borse che mi penzolavano tra le mani ripercorrevo la strada correndo. Non volevo perdere neanche un minuto! I giorni e le notti si confondevano gli uni nelle altre, tutto era dolcezza, tutto era tenerezza e quando apriva gli occhi ci precipitavamo subito da lei. Eccoti qui! Ma anche questo fin, anche a questo ci abituammo e io cominciai a lavorare: seduto nel mio nuovo ufficio in Dalagatan, scrivevo tutti i giorni mentre Linda era a casa con Vanja e veniva a trovarmi allora di pranzo, spesso inquieta per qualcosa, ma anche felice, pi vicina di me alla bambina e a quello che succedeva perch io scrivevo, quello che allinizio era stato soltanto un saggio aveva cominciato in modo lento ma sicuro a crescere fino a diventare un romanzo, aveva quasi raggiunto il punto in cui era diventato tutto per me e io non riuscivo a fare altro che scrivere, cos mi trasferii in ufficio dove lavoravo giorno e notte, dormendo solo unora qua e l. Mi sentivo colmo di una sensazione assolutamente fantastica, in me brillava una specie di luce, non calda e che consuma, ma fredda, chiara e scintillante. Di notte mi portavo dietro una tazza di caff e seduto su una panchina davanti allospedale fumavo, le vie che mi circondavano erano avvolte dal silenzio e io facevo fatica a starmene l fermo, tanta era la mia gioia. Tutto era possibile, tutto aveva significato. In due punti del romanzo raggiunsi delle vette a cui non avevo mai osato sperare di arrivare e quei due punti, che non riuscivo a credere di aver scritto io, e che nessun altro ha notato o citato, bastavano da soli a compensare i cinque anni che avevo alle spalle di scrittura infelice e mancata. Sono due dei momenti migliori della mia vita. E con questo intendo dire tutta la mia vita. Quella felicit che mi aveva invaso e quella sensazione dinvincibilit che mi aveva dato le ho cercate anche in seguito, ma senza trovarle.
Qualche settimana dopo aver terminato il romanzo, inizi la mia esistenza di padre casalingo e secondo i piani quel periodo sarebbe durato fino alla primavera successiva mentre Linda frequentava lultimo anno di studi al Dramatiska Institutet, listituto di arte drammatica. La stesura del romanzo aveva inciso sul nostro rapporto, avevo dormito in ufficio per sei settimane vedendo a malapena Linda e la nostra bambina di cinque mesi, e quando tutto questo fin Linda si sent sollevata e felice e io le dovevo la mia presenza, non solo nella stessa stanza, non solo in senso puramente fisico, ma che implicava anche ogni forma di attenzione e partecipazione. Non ne fui capace. Per molti mesi provai una profonda sofferenza perch non mi trovavo pi nella situazione in cui ero stato, in quella chiarezza, purezza di pensiero, e il desiderio di tornarvi era pi forte della gioia per la vita che vivevamo. Che il romanzo andasse bene non aveva nessuna importanza. Registravo nella mia mente ogni recensione positiva e rimanevo in attesa della successiva, dopo ogni conversazione telefonica con lagente della casa editrice che mi comunicava che un editore straniero aveva manifestato il suo interesse o fatto unofferta, registravo nella mia mente la sua richiesta e aspettavo la chiamata successiva e il fatto che alla fine fossi nominato per il Premio letterario del Consiglio nordico mi lasci indifferente perch se cera qualcosa che avevo capito in quegli ultimi sei mesi, era che la scrittura si basava unicamente sulla scrittura. Tutto il suo valore risiedeva in questo. Tuttavia desideravo ricevere molto di pi di tutto ci che ne derivava perch lattenzione pubblica  una droga, il bisogno che soddisfa  artificiale, ma quando lo si  assaggiato se ne vuole ancora. Cos facevo camminate interminabili spingendo il passeggino nel parco di Djurgrden di Stoccolma in attesa che il telefono squillasse e che un giornalista mi intervistasse, che un organizzatore di eventi mi invitasse da qualche parte, che una rivista mi chiedesse di scrivere un pezzo, che una casa editrice mi facesse unofferta fino a quando alla fine affrontai le conseguenze del disgusto che tutto questo mi dava e cominciai a dire di no a tutto e a tutti mentre al contempo linteresse scemava e non rimaneva altro che il quotidiano. Per quanti sforzi facessi, non riuscivo a penetrarlo, cera sempre qualcosaltro di pi importante. Seduta nel passeggino Vanja si guardava intorno mentre io trottavo qua e l per la citt, o quando si trovava dentro la sabbiera armata di paletta, scavava nel parco giochi di Humlegrden, dove le madri alte e magre di Stoccolma che ci circondavano parlavano in continuazione al cellulare oppure davano limpressione di partecipare a qualche sfilata di moda del cazzo, o se ne stava seduta nel suo seggiolone nella cucina del nostro appartamento ingurgitando il cibo che le infilavo in bocca. Tutto questo mi annoiava a morte. Mi sentivo un idiota quando giravo per la casa parlando con lei perch Vanja ovviamente non diceva niente, cerano solo la mia stupida voce e il suo silenzio, il suo balbettare felice o il suo pianto di insoddisfazione, cos non restava altro che vestirla e uscire nuovamente, andare al Moderna Museet a Skeppsholmen, per esempio, dove almeno potevo vedere qualche bel quadro mentre mi prendevo cura di lei, o in una delle grandi librerie del centro, o a Djurgrden o Brunnsviken, che erano le zone della citt che pi si avvicinavano alla natura, se non mi spingevo addirittura fino allufficio che Geir occupava allora alluniversit. Con il tempo imparai a conoscere e gestire alla perfezione i tempi e i ritmi dei bambini pi piccoli, non cera niente che io non riuscissi a fare con lei, eravamo ovunque ma indipendentemente da come tutto procedesse per il meglio e dallenorme tenerezza che provavo per lei, la noia e la sensazione di inoperosit erano pi forti. La cosa pi importante era riuscire a farla dormire cosicch io potessi leggere e fare in modo che le giornate passassero pi in fretta per depennarle dal calendario. Imparai a conoscere i caff pi sperduti della citt e non cera panchina dove prima o poi io non mi fossi seduto con un libro in un mano e limpugnatura del passeggino nellaltra. Era Dostoevskij che portavo con me, prima I demoni, poi I fratelli Karamazov. In essi ritrovai la luce. Ma non era la luce sublime, chiara e pura di Hlderlin, in Dostoevskij non cerano picchi, n montagne n prospettive divine, tutto si trovava al livello pi basso dellumanit avvolto in quellatmosfera cos caratteristica di Dostoevskij che la ritraeva come oltremodo misera, sudicia, malata e quasi infetta, mai molto lontana dallisteria. Da l veniva la luce. Era l che si muoveva il divino. Ma era quello a cui si doveva mirare? Bisognava mettersi in ginocchio? Come sempre non pensavo quando leggevo, ma mi immedesimavo totalmente e dopo alcune centinaia di pagine, che richiesero parecchi giorni di lettura, allimprovviso avvenne qualcosa, tutto quello che era stato costruito con enorme cura cominci lentamente ad agire in funzione del resto e di colpo lintensit divenne cos alta che io ne venivo risucchiato, ne ero completamente rapito fino a quando Vanja apriva gli occhi dal fondo del passeggino, con fare quasi dubbioso, come per dirmi: dove mi hai portato adesso?
Allora bisognava chiudere il libro, prenderla in braccio, trovare il cucchiaio, il vasetto dellomogeneizzato e il bavaglino se eravamo da qualche parte al chiuso, fare rotta sul caff pi vicino se eravamo allaperto, andare a prendere un seggiolone, mettercela a sedere e recarmi al bancone per chiedere al personale di scaldare il cibo, cosa che facevano sempre controvoglia perch in quel periodo la citt era inondata da neonati, era in atto un vero e proprio boom e dal momento che tra le madri parecchie erano le donne sulla trentina che fino a quel momento avevano lavorato e si erano occupate soltanto della propria vita, comparvero riviste patinate per mamme dove i bambini erano una specie di accessorio e un vip dopo laltro si lasciava fotografare e intervistare sulla e con la propria famiglia. Ci che prima apparteneva perlopi alla sfera privata, adesso veniva strombazzato ed esibito in pubblico. Ovunque si poteva leggere di doglie, parti cesarei e allattamento al seno, vestitini per neonati, carrozzine e consigli su dove trascorrere le ferie per i genitori che avevano figli piccoli, furono pubblicati libri scritti da padri che avevano scelto di rimanere a casa in congedo parentale o da madri amareggiate che si sentivano ingannate e sfinite perch dovevano far fronte sia al lavoro sia ai figli. Quella che prima era stata una cosa normale di cui non si parlava pi di tanto, e cio i bambini, adesso costituiva la base dellesistenza e veniva coltivata con una frenesia tale che avrebbe dovuto far aggrottare la fronte a chiunque, perch che senso aveva mai tutto questo? In tutta quella follia io me ne andavo in giro con mia figlia spingendo il passeggino, come uno dei tanti padri che apparentemente anteponevano la paternit a tutto il resto. Quando ero seduto al mio caff impegnato a dar da mangiare a Vanja, nel locale cera almeno un altro padre, preferibilmente della mia et, quindi sulla trentina, quasi tutti avevano le teste rasate per nascondere le calvizie incipienti, era diventato quasi impossibile scorgere una chierica o una fronte stempiata, e alla loro vista provavo sempre un certo disagio, quellelemento di femminilizzazione che vedevo in quello che facevano avevo problemi ad accettarlo bench io mi comportassi esattamente allo stesso modo e fossi femminilizzato quanto loro. Quel leggero disprezzo con cui osservavo gli uomini che spingevano i passeggini era unarma a doppio taglio perch anchio ne avevo uno davanti a me proprio nel momento in cui li guardavo. Dubitavo di essere lunico a provare sentimenti simili, a volte mi sembrava di cogliere linquietudine che trapelava dallo sguardo di alcuni uomini e limpazienza emanata dai loro corpi che avrebbero eseguito volentieri un paio di piegamenti sulle braccia servendosi degli attrezzi del parco giochi con cui si stavano divertendo i bambini. Ma trascorrere qualche ora al giorno l con i figli non era poi cos male. Cerano cose di gran lunga peggiori. Linda aveva appena cominciato a frequentare con Vanja un corso di ritmica musicale per bambini pi piccoli che si teneva alla Stadsbibliotek, e quando subentrai allincarico di accudire Vanja Linda voleva che lei continuasse. Intuivo che sarebbe stato qualcosa di terribile, cos dissi di no, assolutamente no, adesso sono io che mi occupo di Vanja e quindi non se ne parla proprio di ritmica musicale. Ma Linda continu a parlarne in pi occasioni. Dopo qualche mese la mia opposizione nei confronti di ci che il mio ruolo implicava in fatto di tenerezza era stato demolito in modo cos radicale e al contempo Vanja era diventata abbastanza grande che le sue giornate richiedevano ormai una certa variazione che un giorno dissi di s, oggi potevamo andare al corso di ritmica in biblioteca. Ricordati di andarci presto, sottoline Linda, si riempie subito. E fu cos che un pomeriggio di buonora mi diressi con Vanja lungo la Sveavgen prima di proseguire verso Odenplan e dopo aver attraversato la strada, feci il mio ingresso nella Stadsbibliotek, dove per qualche motivo non ero mai stato bench si trattasse di uno degli edifici pi belli della citt, disegnato da Asplund negli anni venti del Novecento, il periodo che io preferivo tra tutti quelli del secolo scorso. Vanja aveva mangiato, era riposata e indossava abiti puliti, scelti accuratamente per loccasione. Spinsi il passeggino dentro la grande sala principale, perfettamente rotonda, chiesi a una donna che sedeva dietro un bancone della sezione per bambini, seguii le sue indicazioni, entrai in unala laterale piena di scaffali con libri per linfanzia, dove su una porta al suo interno era appeso un manifesto che informava che il corso di ritmica sarebbe iniziato l alle quattordici. Cerano gi tre passeggini. Su alcune sedie poco distanti sedevano le loro proprietarie, tre donne con indosso giacconi pesanti e dalle facce stanche, tutte sui trentacinque anni, mentre quelli che con tutta probabilit erano i figli gattonavano tra le loro gambe con il naso moccoloso.
Parcheggiato il passeggino accanto ai loro, presi Vanja, mi sedetti su una piccola pedana con lei in braccio, le tolsi la giacca e le scarpe e poi la appoggiai delicatamente per terra. Pensavo che anche lei volesse gattonare un po. Invece no, probabilmente non ricordava di essere mai stata in quel posto, quindi voleva stare con me e mi tese le braccia. La presi e la appoggiai nuovamente sulle mie ginocchia. Da l osservava gli altri bambini con interesse.
A un certo punto arriv una giovane donna molto bella con in mano una chitarra. Era sui venticinque anni, aveva capelli lunghi e chiari, un cappotto che le arrivava pressappoco fino al ginocchio, stivali alti e neri e si ferm davanti a me.
Ciao! esord. Non ti ho mai visto prima. Vieni al corso di ritmica musicale?
S, risposi alzando gli occhi verso di lei. Era davvero bella.
Ma ti sei iscritto?
No.  necessario?
S,  obbligatorio. E purtroppo oggi  pieno".
Era una bella notizia.
Che peccato, commentai alzandomi.
Dato che non lo sapevi, aggiunse, possiamo fare in modo di trovarti un posticino, ma solo per questa volta. La prossima vedi per di iscriverti prima".
Grazie".
Mi sfoder un magnifico sorriso. Poi apr la porta ed entr. Mi sporsi leggermente in avanti e la vidi appoggiare per terra la custodia della chitarra, poi si tolse cappotto e sciarpa e li appese su una sedia che si trovava in fondo alla stanza. Emanava una sensazione di freschezza e leggerezza che ricordavano la primavera.
Intuivo come sarebbe andata a finire, e avrei dovuto alzarmi e andarmene. Ma non mi ero recato l per me, ma per Vanja e Linda. Cos rimasi seduto dovero, Vanja aveva solo otto mesi, ma rimaneva gi totalmente rapita da tutto quello che sapeva di recita e spettacolo. Di certo a quella performance avrebbe partecipato anche lei.
Alla spicciolata fecero il loro ingresso anche altre donne con i loro passeggini e presto la stanza si riemp di chiacchiericcio, colpi di tosse, risate, pianti, fruscii di indumenti e armeggiare di borse. Sembrava che la maggior parte dei partecipanti arrivasse in gruppi di due e due o tre alla volta. Rimasi a lungo lunico che si era presentato da solo. Ma qualche minuto dopo comparvero altri due uomini. Dal loro linguaggio corporeo capii che non si conoscevano. Uno di loro, un ometto piccolo dalla testa grande e gli occhiali, mi fece un cenno di saluto con la testa. Avrei voluto sferrargli un calcio. Che cosa credeva, che facessimo parte dello stesso club? Poi venne il momento di togliere il tutone, il cappuccio e le scarpe, di tirar fuori il biberon e un sonaglio prima di appoggiare a terra il pargolo.
Le madri si erano avviate gi da un pezzo nella stanza dove si sarebbe tenuta la lezione di ritmica musicale. Io aspettai il pi a lungo possibile ma, quando mancava soltanto un minuto allinizio, mi alzai ed entrai con Vanja in braccio. Sul pavimento erano stati disposti alcuni cuscini, quelli su cui dovevamo sederci, mentre la giovane che avrebbe diretto la lezione si era accomodata su una sedia davanti a noi. Si guardava intorno sorridente con la chitarra in grembo. Indossava una maglia beige che pareva di cachemire. I suoi seni erano ben modellati, la vita stretta, le gambe, una accavallata sullaltra, erano lunghe e indossavano ancora gli stivali neri.
Mi accomodai sul mio cuscino. Mi misi sulle ginocchia Vanja, che fissava con occhi sgranati la donna con la chitarra che in quel momento ci diede il benvenuto.
Oggi abbiamo delle persone nuove, esord. Vi va di presentarvi?
Monica, disse una.
Kristina, intervenne unaltra.
Lul, comment una terza.
Lul? Che cazzo di nome era?
Si fece silenzio. Quella bellissima donna mi guard facendomi un sorriso a mo di incoraggiamento.
Karl Ove, dissi cupo.
Allora cominciamo con la nostra canzoncina di benvenuto, riprese mentre suonava il primo accordo che rimase sospeso nellaria mentre spiegava che i genitori dovevano dire il nome del proprio figlio quando lei si rivolgeva loro con un cenno del capo e poi tutti insieme avremmo cantato quel nome.
Ripet laccordo e tutti si misero a cantare. La canzone consisteva nel dire ciao al proprio vicino sventolando contemporaneamente la mano, quindi i genitori di quei bambini che erano troppo piccoli per capire li afferravano per il polso e agitavano la manina in segno di saluto, cosa che feci anchio, e quando attacc la seconda strofa, non avendo pi nessuna scusa per starmene seduto in silenzio, fui costretto a cantare. La mia voce profonda rimbombava come un tormento in quel coro di squillanti voci femminili. Per dodici volte cantammo ciao al nostro vicino prima che fossero fatti i nomi di tutti i bambini e potessimo andare avanti. La canzone successiva parlava delle parti del corpo, che ovviamente i bambini dovevano toccare quando venivano nominate. Fronte, occhi, orecchie, naso, bocca, pancia, ginocchio, piede. Fronte, occhi, orecchie, naso, bocca, pancia, ginocchio, piede. Poi ci diedero alcuni strumenti che ricordavano dei sonagli che noi dovevamo scuotere mentre cantavamo una nuova canzone. Non mi sentivo a disagio, non ero imbarazzato allidea di trovarmi l, la cosa era semplicemente umiliante e degradante. Tutto era morbido, amorevole e buono, tutti i movimenti erano in miniatura e io me ne stavo seduto rannicchiato su un cuscino a balbettare come un neonato insieme a mamme e bambini una melodia puerile che oltretutto era diretta da una donna con cui sarei andato pi che volentieri a letto. Quello starmene seduto l cos mi rendeva completamente innocuo e impotente, mi privava della mia dignit, non esisteva pi nessuna differenza tra me e lei a parte il fatto che lei fosse pi bella e quel livellamento forzato dove io avevo rinunciato a tutto quello che ero, persino alle dimensioni fisiche del mio corpo, oltretutto di mia spontanea volont, mi faceva andare in bestia.
Adesso facciamo ballare questi frugoletti! disse lei posando la chitarra a terra, si alz e si diresse verso il lettore cd che si trovava su una sedia accanto.
Disponiamoci tutti in cerchio, poi giriamo in una direzione e battiamo i piedi cos, spieg battendo sul pavimento il suo bel piedino, facciamo una giravolta su noi stessi e riprendiamo a muoverci nella direzione opposta".
Mi alzai, sollevai Vanja, mi infilai nel cerchio che si era formato. Con lo sguardo cercai gli altri due uomini. Entrambi erano concentrati unicamente sui propri figli.
Eh, s, Vanja, commentai a bassa voce. Al mondo c di tutto e di pi, come diceva sempre il tuo bisnonno".
Lei mi guard. Fino a quel momento non aveva voluto prender parte a nessuna delle cose che erano state chieste ai bambini. Neanche suonare le maracas.
Allora cominciamo! disse quella donna bellissima prima di premere il tasto del lettore cd.
Una melodia che ricordava quella di una canzone folk si diffuse nella stanza e io cominciai a muovermi dietro gli altri, compiendo ogni passo a ritmo di musica. Tenevo Vanja con una mano sotto ogni braccio in modo che lei dondolasse davanti a me allaltezza del mio petto. Poi bisognava battere con il piede, farle fare la giravolta e cambiare direzione. Molti si stavano divertendo, si sentivano risate e persino qualche gridolino eccitato. Quando la musica fin, ci tocc ballare da soli con la propria prole. Mi muovevo ancheggiando per il locale con in braccio Vanja mentre pensavo che linferno doveva essere proprio cos, morbido e buono e pieno di madri sconosciute e di beb. Terminato anche quellesercizio, ripartimmo con una nuova attivit: questa volta tenevamo in mano una grande vela blu che doveva rappresentare il mare mentre cantavamo una canzone che parlava di onde, facevamo oscillare la vela in modo che sembrasse percorsa dalle onde, i bambini dovevano strisciare sotto di essa fino a quando la sollevavamo di colpo sempre cantando.
Quando finalmente la responsabile del corso ci conged salutandoci e ringraziandoci, mi affrettai a uscire, vestii Vanja evitando di incrociare sguardi altrui, tenevo il mio fisso a terra mentre ero circondato da un ronzio di voci, adesso pi allegre di quando erano entrate, infilai Vanja nel passeggino, le misi le cinture e mi allontanai il pi velocemente possibile senza dare nellocchio. Fuori in strada avevo voglia di mettermi a urlare con tutto il fiato che avevo in gola e di spaccare qualcosa. Mi dovetti accontentare di mettere tra me e quel luogo di vergogna il maggior numero di metri possibili.
Vanja, Vanja, esclamai arrancando lungo la Sveavgen. Ti sei almeno divertita? Non mi sembra poi cos tanto".
Ta ta taa, rispose Vanja.
Non sorrideva, ma i suoi occhi erano felici.
Indic con il dito.
Ah, una moto, dissi. Ma cosa ci troverai tu di tanto interessante nelle moto?
Quando allincrocio con la Tegnrgatan arrivammo al supermercato Konsum, entrai per comprare qualcosa per cena. La sensazione di claustrofobia persisteva, ma era diminuita laggressivit, non ero arrabbiato mentre spingevo il passeggino tra le fila di merce esposta. Quel negozio risvegliava in me molti ricordi, era quello dove andavo a fare la spesa quando mi ero trasferito a Stoccolma tre anni prima e per qualche settimana avevo abitato nellappartamento di propriet della casa editrice Nordstedts che si trovava a un tiro di schioppo da l in quella stessa via. Allora pesavo pi di cento chili e mi muovevo in una specie di buio semicatatonico, in fuga dalla mia vita precedente. Non era stata una cosa molto simpatica. Avevo deciso di rimettermi in sesto, quindi tutte le sere mi recavo al parco di Lill-Jansskogen a correre. Non riuscivo neanche a fare cento metri che il mio cuore si metteva a martellarmi nel petto e i polmoni collassavano per mancanza di ossigeno, cos ero costretto a fermarmi. Altri cento metri e mi tremavano le gambe. Poi ritornavo al mio appartamento, che ricordava quello di un albergo, a mangiare gallette integrali e zuppette. In uno di quei giorni avevo visto in quel negozio una donna, me lero trovata accanto allimprovviso, davanti al banco della carne, per lappunto, e cera qualcosa in lei, la fisicit pura e semplice del suo aspetto, che in un attimo mi aveva riempito di un desiderio quasi esplosivo. Teneva il cesto della spesa davanti a s con entrambe le mani, i suoi capelli erano rossicci, la pelle pallida del viso coperta di lentiggini. Ne percepivo lodore, un debole sentore di sudore e sapone, ero rimasto l impalato e con il cuore che mi batteva forte e la gola secca fissai dritto davanti a me per una quindicina di secondi, il tempo che lei impieg per prendere una busta di salame dal bancone e andarsene. Lavevo rivista al momento di pagare, era allaltra cassa e il desiderio, rimasto immutato, mi aveva assalito nuovamente. Dopo aver infilato la spesa in un sacchetto, si era girata dirigendosi verso la porta duscita. Non lavevo mai pi rivista.
Dalla sua posizione bassa nel passeggino Vanja aveva adocchiato un cane che indic con il dito. Non smettevo mai di chiedermi che cosa vedesse quando osservava il mondo che la circondava. Che cosa significasse per lei quel flusso infinito di persone, volti, automobili, negozi e insegne. Lo vedeva non senza coglierne le diversit, di questo ero certo, perch non si limitava soltanto a indicare regolarmente moto, gatti, cani e altri bambini piccoli, ma aveva anche stabilito una gerarchia molto chiara per quanto riguardava le persone che aveva intorno a s: prima di tutto Linda, poi me, poi la nonna e dopo di noi tutti gli altri, catalogati sulla base di quanto tempo erano stati vicino a lei negli ultimi giorni.
S, guarda, un cane, dissi. Presi un cartone di latte che misi sopra il passeggino e una confezione di pasta fresca dal bancone accanto. Poi fu la volta di due buste di prosciutto serrano, un vasetto di olive e una mozzarella, una piantina di basilico e qualche pomodoro. Si trattava di cibo che non mi sarei mai sognato di comprare nella mia vita precedente perch non avevo idea che esistesse. Ma adesso ero qui, nel bel mezzo della Stoccolma della classe media colta e bench tutta quella piaggeria su tutto ci che era italiano, spagnolo, francese, con conseguente presa di distanza da tutto quanto era svedese, mi paresse stupida, e a mano a mano che ne avevo unimmagine pi completa, addirittura disgustosa, non era comunque una questione su cui sprecare energie inutili. Quando sentivo la mancanza di cotolette affumicate di maiale alla griglia e cavoli, spezzatino con carote e patate in umido, minestrone, gnocchi di patate e farina con dentro il bacon, polpette di carne, trito di polmone e cuore di maiale con spezie, polpette di pesce, agnello con le verze, salsicciotti, carne di balena, zuppa di sago, semolino, porridge a base di riso e latte o di panna acida, quella che provavo era nostalgia per gli anni settanta pi che per quei sapori in s. E dal momento che per me il cibo non era importante, potevo benissimo preparare quello che piaceva a Linda.
Mi fermai per qualche istante davanti allespositore dei giornali chiedendomi se fosse il caso di comprare quelli che in Svezia venivano chiamati kvllstidning, un termine usato per indicare i due giornali tabloid pi venduti. Leggerli era come svuotarsi un sacchetto dimmondizia direttamente nel cervello. A volte lo facevo, quando avevo la sensazione che un po di spazzatura ogni tanto non potesse nuocere. Ma non oggi.
Pagai e uscii nuovamente in strada dove lasfalto rifletteva debolmente la luce di quel tenue cielo invernale e le automobili che erano ovunque in fila allincrocio assomigliavano pi di tutto a un coacervo di tronchi incastrati alla rinfusa. Per evitare il traffico, mi infilai nella Tegnrgatan. Nella vetrina del negozio di libri dantiquariato, che era uno di quelli che tenevo sempre sottocchio, vidi unopera di Malaparte di cui Geir mi aveva parlato con entusiasmo e una di Galileo Galilei pubblicata nella serie Atlantis. Feci dietrofront, spinsi la porta con il tallone per aprirla ed entrai camminando a ritroso trascinandomi dietro il passeggino.
Vorrei due dei libri esposti in vetrina, dissi in norvegese. Galileo Galilei e Malaparte".
Come scusi? rispose il cinquantenne in camicia che gestiva quel posto sbirciando da sopra gli occhiali squadrati che portava sulla punta del naso.
In vetrina, riprovai. Due libri. Galilei, Malaparte".
Il cielo e la guerra, eh? comment prima di girarsi per prenderli e farmeli vedere.
Vanja si era addormentata.
Il corso di ritmica musicale era cos stancante?
Spinsi verso di me la levetta che regolava il poggiatesta in modo da abbassarlo e delicatamente appoggiai Vanja nel passeggino. Nel sonno muoveva una manina e la stringeva, proprio come faceva sempre da quando era venuta al mondo. Uno di quei gesti gi innati in lei e che adesso lentamente aveva sostituito con uno proprio. Ma quando dormiva, quel movimento ricompariva.
Spostai il passeggino di lato in modo che la gente potesse passare, poi mi voltai verso lo scaffale dedicato ai libri darte mentre lantiquario batteva il prezzo dei due volumi sul suo antiquato registratore di cassa. Dato che Vanja dormiva, potevo passare qualche minuto l dentro e la prima cosa su cui mi cadde locchio fu un libro di fotografie di Per Maning. Che colpo di fortuna! Mi erano sempre piaciute le suo foto, in particolare quelle che facevano parte delle serie dedicate agli animali. Mucche, maiali, cani, foche. In qualche modo era riuscito a far emergere la loro anima. Altrimenti sarebbe stato impossibile capire lo sguardo che quelle bestie esprimevano attraverso le immagini. Una presenza assoluta, una vicinanza enorme a tratti tormentata, a tratti vuota, a tratti penetrante. Ma anche misteriosa, proprio come i ritratti dei pittori del Seicento sapevano essere enigmatici.
Lo appoggiai sul balcone.
 appena arrivato, disse lantiquario. Bel libro. Lei  norvegese?
S, confermai. Vorrei dare ancora unocchiata in giro".
Cera unedizione dei diari di Delacroix, la presi, e poi un libro su Turner, anche se nessun quadro perdeva cos tanto nellessere riprodotto fotograficamente come i suoi, e il saggio di Poul Vad su Hammershi, e ledizione rilegata sullorientalismo nellarte.
Mentre li posavo sul bancone, squill il cellulare. Quasi nessuno aveva il mio numero, quindi la suoneria, la cui melodia leggermente attutita si fece strada dalle profondit della giacca laterale del mio eskimo nero, non dest in me la minima preoccupazione. Anzi. Fatta eccezione per quel rapido scambio di parole intercorso con la giovane donna della lezione di ritmica musicale non avevo parlato con nessuno da quando quella mattina Linda si era allontanata da casa in bicicletta per andare a scuola.
Pronto, s? disse Geir. Cosa stai combinando in questo momento?
Lavorando sullautostima, risposi girandomi verso la parete. E tu?
Sicuramente non quello. Sono qui nel mio ufficio a guardare tutti quelli che passano qui davanti. Allora, cos successo?
Ho appena conosciuto una bella donna".
Ah s?
Ho parlato un po con lei".
S?
Mi ha invitato a seguirla".
Hai accettato?
Certo. Mi ha domandato perfino come mi chiamavo".
Ma?
Insegnava a un cosiddetto corso di ritmica musicale per bambini piccoli. E quindi mi  toccato starmene l seduto a battere le mani e a cantare canzoncine davanti a lei con Vanja in braccio. Su un minuscolo cuscino. Insieme a un mucchio di madri e figli".
Geir scoppi in una fragorosa risata.
Mi hanno anche dato un sonaglio da scuotere".
Ahahaha!
Ero cos infuriato quando me ne sono andato che non ero pi responsabile delle mie azioni, aggiunsi. Per ho avuto modo di sfruttare i miei nuovi fianchi larghi. E a nessuno  importato un accidente dei rotoli di grasso che ho sulla pancia".
No, certo, sono cos morbidi e carini, comment Geir prima di ricominciare a ridere. Senti un po, perch stasera non usciamo?
 una provocazione la tua?
No, sul serio. Pensavo di restare qui a lavorare pi o meno fino alle sette, poi potremmo incontrarci gi in citt".
Non  possibile".
Che casso di senso ha che tu abiti a Stoccolma se non riusciamo mai a vederci?
Cazzo, lo corressi. Non casso".
Ti ricordi quando sei arrivato a Stoccolma? chiese Geir. Quando in tassi insistevi su quella cazzo di espressione essere succube della moglie perch non volevo venire con te al nightclub?
Non si dice tassi, si dice tass, precisai.
E che cazzo! Il punto era la tua espressione essere succube della moglie. Ti ricordi?
S, purtroppo".
E allora? insistette. Che conclusione ne trai?
Che esistono differenze. Io sono succube. Tu no".
Ah, ah, ah. Domani allora?
Domani ceniamo con Fredrik e Karin".
Fredrik? Non  quel deficiente di regista?
Io non avrei usato questi termini. Comunque  lui, s".
Oh, Signore Iddio! S, s. Domenica? No,  il vostro giorno di riposo. Luned?
Okay".
E certo, di luned in citt c un mucchio di gente in giro".
Allora luned al Pelikanen, dissi. A proposito, sono qui con un libro di Malaparte".
Ah s? Allora sei in un negozio di antiquariato? Bene, bene".
E il diario di Delacroix".
Anche quello non deve essere male. So che ne parlava Thomas. Altro?
Ieri mi ha chiamato lAftenposten. Volevano farmi unintervista".
Non avrai mica accettato?
S".
Che idiota che sei. Avevi detto che ci avresti dato un taglio".
Lo so. Ma quelli della casa editrice mi hanno assicurato che il giornalista  molto bravo. Cos ho pensato di concedere loro unultima possibilit. Magari ne potrebbe saltar fuori qualcosa di decente".
No, non  possibile, sentenzi Geir.
No, lo so, dissi. Ma chi se ne frega, tanto ormai ho detto di s. E lass?
Niente. Ho mangiato panini dolci con gli antropologi sociali. Poi il vecchio direttore dellIstituto  passato da me con la barba sporca di briciole e la patta aperta e voleva parlare. Sono lunico che non lo butta fuori. E quindi viene qui".
Quello che faceva il duro?
S. E che adesso ha una paura folle di essere sbattuto fuori dal proprio ufficio. In fondo  lunica cosa che gli resta. Quindi  sempre gentile come un agnellino. Bisogna sapersi regolare. Duri quando si pu, gentili quando si deve".
Magari domani passo da te, dissi. Ma hai tempo?
Ma certo, cazzo. A patto che non ti porti dietro Vanja".
Ah, ah. Senti, devo pagare. Allora ci vediamo domani".
Certo, certo. Salutami Linda e Vanja".
Salutami Christina".
Ci sentiamo".
S".
Riattaccai prima di infilarmi nuovamente il cellulare in tasca. Vanja dormiva ancora. Lantiquario stava sfogliando un catalogo. Alz lo sguardo quando mi piazzai davanti al bancone.
Fanno millecinquecentotrenta corone, disse.
Gli porsi la carta. Conservai lo scontrino nella tasca posteriore dei pantaloni perch lunico modo per giustificare i miei acquisti era che li potevo detrarre dalle tasse, infilai i due sacchetti di libri sotto il passeggino e poi uscii spingendolo davanti a me con il suono del campanello del negozio nelle orecchie.
Erano gi le tre e quaranta. Ero in piedi dalle quattro e mezzo del mattino e fino alle sei e mezzo mi ero occupato di una traduzione per la casa editrice Damm che presentava alcuni problemi. Anche se si trattava di un lavoro noioso in cui non dovevo fare altro che soppesare e confrontare ogni singola frase con loriginale, era pur sempre cento volte pi interessante e appagante di quello che sarebbe seguito nel corso della mattinata e del primo pomeriggio in fatto di accudimento e attivit infantili che per me ormai si erano ridotti a una questione su come far passare il tempo. Di certo quella vita non mi sfiniva, n richiedeva alcuno strapazzo, ma dato che era priva di qualsiasi scintilla ispiratrice, mi afflosciava alla stregua di uno pneumatico bucato.
Allincrocio con Dbelnsgatan girai a destra, salii lungo il pendio sotto la chiesa di Johanneskyrkan che con le sue mura di mattoni rossi e i suoi tetti ondulati di stagno di colore verde somigliava alla Johanneskirken di Bergen e alla Trefoldighetskirken di Arendal, seguii per un tratto la Malmskillnadsgatan prima di scendere in David Bagaresgata ed entrare nel cortile retrostante delledificio dove abitavamo. Due fiaccole bruciavano sul marciapiede davanti al caff sullaltro lato. Si sentiva puzza di piscio perch la gente che di notte rientrava a casa da Stureplan si fermava a urinare tra le inferriate proprio in quel punto, e un tanfo di spazzatura si levava dalla fila di bidoni dellimmondizia allineati lungo la parete. Allangolo cera il piccione che aveva sempre vissuto l da quando ceravamo trasferiti in quella casa due anni prima. Allora occupava una cavit presente in cima alla parete esterna. Quando il buco era stato murato e tutte le superfici piane superiori erano state munite di punte di ferro acuminate, si era trasferito a livello della strada. Cerano anche dei ratti, a volte li vedevo di notte mentre ero fuori a fumare, dorsi neri che scivolavano tra i cespugli e allimprovviso sfrecciavano attraverso la piazza aperta e illuminata per andare a rifugiarsi nelle aiuole sullaltro lato. Adesso una delle parrucchiere stava parlando al cellulare mentre fumava. Poteva essere sulla quarantina e avrei scommesso che nel paesino dove era cresciuta era considerata una bellezza, o almeno mi ricordava il tipo di donna che si pu vedere ad Arendal in estate, sui quaranta, con i capelli tinti di un biondo o di un nero eccessivi, dalla pelle troppo abbronzata, gli occhi che flirtavano troppo, la risata troppo sguaiata. La sua voce era roca, parlava con un forte accento della Scania e oggi era completamente vestita di bianco. Mi fece un cenno con il capo quando mi vide, che io ricambiai. Anche se non avevo quasi mai parlato con lei, mi piaceva, era cos diversa dalle persone che incontravo a Stoccolma che o erano in ascesa o avevano raggiunto il top, o credevano di esserci arrivati. Per dirla in modo pacato lei non aveva in comune con loro leleganza di stile, che non riguardava soltanto gli abiti e le cose, ma anche i pensieri e gli atteggiamenti.
Mi fermai davanti alla porta e tirai fuori la chiave. Lodore di detersivo e di panni puliti fuoriusciva dalla valvola di sfiato posta sopra la finestra della lavanderia. Aprii ed entrai nel corridoio il pi silenziosamente possibile. Vanja conosceva cos bene quei rumori e la loro sequenza che si svegliava quasi sempre in quel momento. Fu cos anche adesso. Questa volta con un urlo. La lasciai strillare, aprii la porta dellascensore, premetti il pulsante e mi guardai allo specchio mentre salivamo i due piani. Linda, che doveva aver sentito quelle grida, ci stava aspettando sulla porta quando arrivammo.
Ciao, disse. Com andata? Ti sei appena svegliata, amore? Cos, vieni, adesso ci penso io..".
Sganci Vanja dal passeggino prima di prenderla in braccio.
 andato tutto bene, risposi mentre spingevo dentro il passeggino vuoto e Linda si sbottonava la giacca di maglia e andava in soggiorno per allattarla.
Ma al corso di ritmica non ci metto pi piede finch campo".
 stato cos terribile? mi chiese rivolgendomi un rapido sorriso prima di abbassare lo sguardo su Vanja che stava accostando al seno nudo.
Terribile?  la cosa peggiore a cui io abbia mai partecipato. Quando me ne sono andato, ero furibondo".
Capisco, disse, ormai senza pi mostrare interesse.
Lattenzione e le premure che riservava a Vanja erano cos diverse. Quasi avvolgenti. E del tutto genuine.
Andai a mettere la spesa in frigorifero, appoggiai il vaso di basilico su un piattino prima di collocarlo sul davanzale della finestra, aggiunsi un po dacqua, tornai a prendere i libri, li sfilai da sotto il passeggino e li sistemai nella libreria, mi sedetti davanti al computer e aprii la posta elettronica. Non la controllavo dalla mattina. Cera una email di Carl-Johan Vallgren che si complimentava con me per la nomination dichiarando che purtroppo non aveva ancora avuto il tempo di leggere il libro e che non dovevo fare altro che dargli un colpo di telefono se qualche volta avevo voglia di andare a bere una birra con lui. Carl-Johan era una persona che mi piaceva davvero, quel suo modo di essere stravagante che qualcuno trovava sgradevole, snob o stupido, io lo apprezzavo molto, soprattutto dopo aver trascorso due anni in Svezia. Ma bere una birra con lui mi era impossibile. In quel caso sarei rimasto l seduto senza aprire bocca, lo sapevo: ci avevo gi provato due volte. Poi ce nera unaltra di Marta Norheim interessata a unintervista con me sul premio per il miglior romanzo che avevo ricevuto dal canale radiofonico nazionale P2. E poi una di mio zio Gunnar che mi ringraziava per il libro e scriveva che stava raccogliendo le forze per leggerlo, mi augurava in bocca al lupo per il campionato nordico di letteratura e concludeva con un ps in cui diceva che era un peccato che Yngve e Kari Anne stessero divorziando. Richiusi la finestra senza rispondere a nessuna delle email.
Ti  arrivato qualcosa di interessante? domand Linda.
Mah, Carl-Johan mi ha fatto le congratulazioni. E poi la NRK vorrebbe intervistarmi tra due settimane. Mi ha anche scritto Gunnar, figurati. Per ringraziarmi del libro. Niente male se penso a quanto si era arrabbiato quando  uscito Ute av verden".
In effetti, comment Linda. Non telefoni a Carl-Johan per dirgli di uscire?
Sei cos di buon umore? commentai.
Mi fece una smorfia.
Cerco soltanto di essere carina, rispose.
Capisco. Scusami. Non volevo. Okay?
Certo".
Le passai davanti per andare a prendere il secondo tomo de I fratelli Karamazov che si trovava sul divano.
Allora io vado, dissi. Ciao".
Ciao".
Adesso avevo unora di tempo tutta per me. Era lunica condizione che avevo posto prima di subentrare allincarico di occuparmi di Vanja durante il giorno, che al pomeriggio avrei avuto unora per starmene da solo: anche se Linda pensava che non fosse giusto dal momento che lei non aveva mai avuto quella possibilit, aveva accettato. Il motivo per cui lei non aveva mai chiesto unora per s, era che non ci aveva mai pensato. E il motivo per cui non ci aveva mai pensato, dedussi in seguito, era che preferiva stare con noi che da sola. Io invece no. Cos per unora tutti i pomeriggi mi sedevo in un caff nelle vicinanze a leggere e a fumare. Non mi recavo mai nello stesso locale per pi di tre, quattro volte di fila perch altrimenti cominciavano a trattarmi come una specie di cliente fisso, il che significava che mi salutavano quando arrivavo e volevano stupirmi con la loro conoscenza delle mie preferenze, spesso accompagnata da un commento amichevole su un argomento di cui tutti stavano parlando in quel momento. Ma per me il bello di abitare in una grande citt era proprio il fatto di poter essere completamente da solo anche se ero sempre circondato da persone. Tutti quei volti che non avevo mai visto prima! La fiumana interminabile di facce nuove, immergermi in essa rappresentava per me la vera gioia di vivere in una grande citt. La metropolitana con il suo turbinio di persone e di tipi particolari. Le piazze. Le vie pedonali. I caff. I grandi centri commerciali. Distanza, distanza, la distanza non mi sembrava mai sufficiente. Cos quando un barista cominciava a salutarmi e a sorridere quando mi vedeva e non si limitava a porgermi una tazza di caff prima ancora che io avessi avuto il tempo di ordinarla, ma magari mi offriva anche un croissant gratis, era venuto il momento di cambiare aria. E non era cos difficile trovare alternative, vivevamo in piena City e in un raggio di dieci minuti eravamo circondati da centinaia di caff.
Quel giorno mi incamminai verso il centro scendendo lungo la Regeringsgata. Era piena di gente. Pensavo alla bella donna del corso di ritmica musicale mentre camminavo. Qual era il punto? Mi sarebbe piaciuto andare a letto con lei, ma non pensavo certo che ne avrei avuto la possibilit e, anche se ne avessi avuto loccasione, non lavrei fatto. Quindi che importanza aveva se mi ero comportato come una donna davanti ai suoi occhi?
Si potevano dire molte cose sullimmagine che ognuno ha di se stesso, immagine che sicuramente non si forma nelle fresche stanze della ragione. I pensieri erano probabilmente in grado di comprenderla, ma non avevano il potere di dirigerla. Lautoimmagine non riguardava soltanto ci che si era, ma anche quello che uno avrebbe voluto essere, poteva essere, era stato un tempo. Per limmagine di s non esisteva nessuna differenza tra il reale e lipotetico. In essa confluivano tutte le et, tutti i sentimenti, tutte le pulsioni. Quando io giravo per la citt con il passeggino e trascorrevo le giornate accudendo mia figlia, non era quello il modo in cui io apportavo qualcosa alla mia vita o la arricchivo, anzi, le sottraevo qualcosa, una parte di me stesso, quella che aveva a che fare con la mascolinit. Non fu grazie alla ragione che acquistai tale consapevolezza, perch i pensieri sapevano che io lo facevo per una buona causa, e cio perch io e Linda avessimo un rapporto paritario con nostra figlia, ma per mezzo dei sentimenti che mi riempivano di disperazione quando cos facendo costringevo me stesso dentro una forma tanto piccola e stretta da non potermi pi muovere. La questione era quale parametro sarebbe dovuto valere. Se la parit e lequit erano il parametro, be, allora non cera nulla da obiettare sul fatto che tutti i maschi si calassero in tutta quella morbidezza e vicinanza. Tantomeno nei confronti degli applausi scroscianti con cui veniva accolta la cosa perch se i parametri erano parit ed equit, il cambiamento costituiva un indiscusso miglioramento e un progresso. Ma esistevano altri parametri. La felicit era uno, lintensit della vita un altro. Era possibile che le donne che perseguivano la carriera fino a quando si avvicinavano ai quarantanni di et e allultimo momento facevano un figlio che veniva affidato al compagno dopo pochi mesi prima di essere piazzato in un asilo in modo che entrambi potessero continuare a coltivare la rispettiva carriera fossero pi felici di quanto lo fossero state le donne delle generazioni precedenti. Era possibile che gli uomini che restavano a casa per occuparsi dei propri pargoli per un periodo di sei mesi ne ricavassero una vitalit maggiore. Ed era possibile che le donne desiderassero davvero questi uomini dalle braccia esili, i fianchi larghi, le teste rasate e con gli occhiali neri griffati e che parlavano con nonchalance dei vantaggi e degli svantaggi dei marsupi rispetto alle fasce portabeb o se fosse meglio preparare da soli le pappe o comprare gli omogeneizzati biologici gi pronti. Era possibile che li desiderassero con tutto il cuore e con tutta lanima. Ma anche se non lo avessero desiderato, non sarebbe stato determinante perch la parit ed equit erano il parametro ed esso trionfava su tutto ci di cui sono composte una vita e una relazione. Si trattava di una scelta e la scelta era stata fatta. Anche per me. Se io avessi voluto organizzare le cose in modo diverso, avrei dovuto comunicarlo a Linda prima che rimanesse incinta, voglio un figlio, ma non intendo rimanere a casa a occuparmene, per te va bene? Questo significa che sei tu che lo devi fare. In quel caso lei avrebbe potuto rispondere no, non mi sta bene o s, va bene, e il nostro futuro sarebbe stato pianificato in base a questo. Ma io non lavevo fatto, non ero cos lungimirante, e quindi ero stato costretto a seguire le regole del gioco esistenti. Nella classe sociale e culturale a cui appartenevamo, ci significava che entrambi dovevamo assumerci lo stesso ruolo che prima veniva chiamato il ruolo della donna. E io vi ero legato come Ulisse allalbero maestro: se volevo liberarmene, potevo, ma non senza perdere tutto quello che mi ero conquistato. Ecco perch me ne andavo in giro per le vie di Stoccolma camminando da uomo moderno e femminilizzato mentre dentro di me si agitava un maschio furibondo dellOttocento. Il modo in cui venivo visto mutava come per magia nellattimo in cui appoggiavo le mani sullimpugnatura del passeggino. Avevo sempre osservato le donne che mi passavano accanto come fanno tutti i maschi, un gesto in realt enigmatico perch non pu condurre ad altro se non a una fugace occhiata di rimando, e se vedevo una donna davvero bella, poteva capitare addirittura che io mi voltassi per seguirla con lo sguardo, naturalmente in modo discreto, ma comunque: perch mai? Quale funzione colmavano tutti quegli occhi, tutte quelle bocche, tutti quei seni e quei fianchi, quelle gambe e quei sederi? Perch uno si affannava tanto a guardarli? Quando dopo qualche secondo o a volte qualche minuto mi ero comunque dimenticato tutto? Di tanto in tanto qualcuna incrociava il mio sguardo e allora avvertivo dentro di me una forma di desiderio, di attrazione se locchiata durava una frazione di secondo in pi perch proveniva da una persona tra la folla, io non sapevo niente di lei, da dove venisse, come vivesse, niente, eppure, ci eravamo guardati, di questo si trattava, e poi era tutto finito, poi lei non cera pi, e ogni cosa veniva cancellata per sempre dalla memoria. Quando arrivavo con il passeggino, nessuna donna mi guardava, era come se io non esistessi. Si poteva forse credere che fosse dovuto al fatto che io segnalavo in modo cos netto di essere gi impegnato, ma questo lo facevo anche quando camminavo mano nella mano con Linda e quel dettaglio non aveva mai impedito a nessuna di guardarmi. Oh, non era quello che mi meritavo, essere rimesso al mio posto, io che vado in giro a guardare altre donne quando ne ho una che mi aspetta a casa e che ha messo al mondo mia figlia?
No, non andava affatto bene.
Proprio per niente.
Una volta Tonje mi aveva raccontato di un tipo che aveva incontrato in un locale, era tardi, si era presentato al loro tavolo, era ubriaco, ma innocuo, avevano pensato, dal momento che aveva confessato di arrivare direttamente dalla sala parto, la sua compagna aveva partorito il loro primo figlio proprio quel giorno e adesso lui era fuori a festeggiare. Ma poi aveva cominciato a provarci con lei in modo sempre pi insistente e alla fine le aveva proposto di andare a casa sua... Tonje era rimasta scossa nel profondo, disgustata, ma anche affascinata, mi era sembrato di intuire, perch come era possibile, a cosa pensava quelluomo?
Io non riuscivo a immaginarmi un tradimento pi grande. Ma in un certo senso non era la stessa cosa quando io cercavo lo sguardo di tutte queste donne?
Ineluttabilmente i miei pensieri andarono a Linda che era a casa con Vanja, ai loro occhi, quelli curiosi o felici o assonnati di Vanja, quelli belli di Linda. Non avevo mai desiderato nessuna pi di lei e ora avevo non solo lei, ma anche sua figlia. Perch non riuscivo a mettermi lanima in pace? Perch non potevo prendermi una pausa di un anno dallo scrivere e fare il padre per Vanja mentre Linda finiva di studiare? Io amavo loro, loro amavano me. Allora perch tutto il resto non la smetteva di affliggermi e tormentarmi?
Dovevo cercare di impegnarmi ancora di pi. Dimenticare tutto il resto e concentrarmi durante il giorno su Vanja. Dare a Linda tutto ci di cui lei aveva bisogno. Essere una brava persona. Cazzo, una brava persona, era forse qualcosa fuori dalla mia portata?
Ero arrivato al nuovo negozio della Sony e stavo meditando di entrare nella libreria Akademibokhandeln allangolo, comprare qualche libro e sedermi nel caff che cera l quando vidi Lars Norn sullaltro lato della strada. Il famoso drammaturgo e regista stava camminando con in mano un sacchetto del negozio della Nike su per la via da cui ero arrivato. La prima volta che lavevo visto era stato alcune settimane dopo che ci eravamo trasferiti in questo appartamento, era nel parco di Humlegrden, la nebbia aleggiava sopra gli alberi e stava arrivando verso di noi un uomo piccolo che pareva un hobbit, completamente vestito di nero. Avevo incrociato il suo sguardo, era nero come la notte e mi ero sentito percorrere da un brivido freddo lungo la schiena, che razza di essere umano era? Uno stregone?
Lhai visto? avevo detto a Linda.
Era Lars Norn, aveva risposto.
Era quello Lars Norn?
La madre di Linda, che era unattrice, aveva lavorato con lui in una pice teatrale al Dramaten molto tempo prima, e lo stesso era capitato alla migliore amica di Linda, Helena, attrice anche lei. Linda mi aveva raccontato come lui le avesse parlato, in modo molto affabile, e come le stesse parole che lei aveva pronunciato erano state inserite nella rappresentazione e messe in bocca al personaggio che lei interpretava. Linda aveva insistito affinch io leggessi Il caos  vicino a Dio e La notte  madre del giorno, che secondo lei erano davvero fantastici, ma non ci ero mai riuscito, il mio elenco di cose da leggere era lunghissimo e per il momento mi dovevo accontentare di vedere Norn ogni tanto perch non si faceva problemi a comparire per strada e quando noi andavamo al nostro caff preferito, Saturnus, capitava non di rado che lui fosse l seduto mentre veniva intervistato o semplicemente parlava con qualcuno. Non era lunico scrittore in cui mi imbattevo: nella panetteria di fronte a noi una volta avevo visto Kristian Petri, che stavo addirittura per andare a salutare, poco abituato comero a incontrare volti che avevo visto prima, e una volta avevo notato nello stesso posto Peter Englund, mentre Lars Jakobson, che aveva scritto il fantastico Den Rda damens slott, era entrato a volte al Caf dello Sport mentre eravamo l, e Stig Larsson, da cui ero molto preso quando avevo ventanni e il cui libro di poesie e prosa Natta de mina mi aveva colpito con la violenza di un pugno, lavevo visto una volta fuori allo Sturehof, stava leggendo un libro e il cuore mi batteva cos forte che sembrava che stessi guardando un morto. Unaltra volta lo avevo visto al Pelikanen, ero insieme a qualcuno che conosceva il suo giro di amicizie e io gli avevo stretto la mano, floscia come un fascio di erba avvizzita, mentre lui mi sorrideva in modo apatico. Aris Fioretos lavevo visto una sera al Forum, cera anche Katarina Frostenson, e Ann Jderlund lavevo incontrata a una festa a Sder. Tutti quegli scrittori li avevo letti ai tempi di Bergen, quando erano soltanto nomi stranieri e sconosciuti che vivevano in un paese straniero e sconosciuto e quando adesso li vedevo in carne e ossa erano ancora circondati dallaura di allora, cosa che implicava una forte sensazione storica di contemporaneit: scrivevano nel nostro tempo colmandolo delle atmosfere che sarebbero servite ai nostri posteri per capirci. Stoccolma allinizio del millennio, quella era la sensazione che provavo quando li vedevo ed era una sensazione bella e grande. Che molti di questi scrittori avessero avuto il loro periodo di splendore negli anni ottanta e novanta e che da tempo fossero stati accantonati era un dettaglio che non mi interessava, non era la realt quella che volevo, ma lincanto. Degli scrittori pi giovani che avevo letto, lunico che mi piaceva era Jerker Virdborg, il suo romanzo Svart Krabba aveva in s qualcosa che lo innalzava al di sopra di quel misto di morale e politica che ammantava tutti gli altri. Non che fosse un romanzo fantastico, ma lui era in cerca di qualcosa di diverso. Quello era lunico dovere che aveva la letteratura, sotto tutti gli altri aspetti era libera, ma non in questo, e quando gli scrittori lo trascuravano, non meritavano altro che essere accolti con disprezzo.
Quanto odiavo le loro riviste. I loro articoli. Gassilewski, Raattamaa, Halberg. Scrittori davvero terribili.
No, niente Akademibokhandeln.
Mi fermai davanti alle strisce pedonali. Sullaltro lato, nella galleria che conduceva ai vecchi e ricchi di tradizione grandi magazzini NK, cera un piccolo caff, di quelli che si trovano nei centri commerciali, e io decisi di andare l. Bench lo frequentassi spesso, il flusso di clienti era cos ampio e continuo e lambiente cos anonimo da rendere invisibile chiunque.
Cera un tavolino libero accanto alla ringhiera delle scale che conducevano al negozio di materiali edili nel seminterrato. Dopo aver appeso la giacca alla sedia, appoggiai il libro sul tavolo con la copertina rivolta verso il basso e la costola allesterno in modo che nessuno potesse vedere che cosa stavo leggendo, poi mi misi in fila davanti al bancone. I tre che lavoravano l, due donne e un uomo, si somigliavano come fratelli. La maggiore, che adesso era davanti alla sibilante macchina del caff, aveva un aspetto e un atteggiamento di quelli che si vedono quasi esclusivamente nelle riviste e quellaria patinata da fotografia che emanava annullava quasi il desiderio che avvertivo quando la vedevo lavorare dietro il bancone, come se il mondo in cui mi muovevo fosse incompatibile con il suo, cosa che in effetti era vera. Non esisteva nessun punto di contatto tra di noi, a parte quello che si creava attraverso lo sguardo.
Cazzo. Ci ero caduto di nuovo.
Ma non dovevo smetterla?
Estrassi dalla tasca una banconota spiegazzata da cento corone e la lisciai con la mano. Feci scorrere gli occhi sugli altri avventori che sedevano quasi tutti su una sedia con i loro sacchetti scintillanti appoggiati su unaltra. Stivali e scarpe lucide, completi dal taglio sobrio e impeccabile, cappotti, qualche bavero di pelliccia, qualche catenina doro, pelle vecchia e occhi vecchi in quelle orbite vecchie e truccate. I caff venivano bevuti, i dolci di pasta sfoglia mangiati. Avrei dato chiss quanto per sapere a che cosa stessero pensando mentre se ne stavano l. Come appariva questo mondo ai loro occhi. E se fosse stato radicalmente diverso da come lo vedevo io? Pieni di gioia per il cuoio scuro del divano di pelle, la superficie nera e il sapore acidulo del caff, per non parlare dellisola gialla di crema pasticcera alla vaniglia che faceva bella mostra di s al centro di quel terreno sconnesso e screpolato di pasta sfoglia. Chiss se tutto questo mondo risuonava dentro di loro come una canzone. Chiss se erano colmi e soddisfatti dei tanti doni che quel giorno aveva elargito loro. Le borse dello shopping per esempio, quantera ingegnosa e stravagante quella cordicella di cui erano munite alcune di esse invece di quei piccoli manici di cartone incollati dei sacchetti del supermercato. E i loghi, a cui qualcuno aveva lavorato per giorni e settimane interi affidandosi a tutta la propria esperienza e competenza nel settore, ricevendo le opinioni raccolte durante le riunioni tenutesi negli altri reparti, a cui aveva lavorato ulteriormente magari mostrando i bozzetti ad amici e parenti, rimanendo sveglio la notte perch di certo a qualcuno non erano piaciuti nonostante tutta la cura e labilit con cui erano stati studiati, fino al giorno della loro realizzazione quando si erano trasformati in realt e adesso si trovavano per esempio in grembo a quella donna sulla cinquantina dai capelli stopposi di colore quasi dorato.
Forse questultima non sembrava tanto eccitata. Pareva piuttosto assorta in una dolce contemplazione. Effetto di una grande pace interiore ottenuta dopo una vita lunga e felice? Dove il contrasto perfetto tra la pietra bianca, dura, fredda della tazza e la bevanda nera, liquida e calda rappresentata dal caff non era altro che il momentaneo punto darrivo tra le cose e i fenomeni del mondo? Perch non aveva mai visto le digitali purpuree sbocciare tra le rocce? Non aveva mai visto un cane pisciare su uno dei lampioni del parco in una di quelle nebbiose sere novembrine che riempiono la citt di tanto misticismo e bellezza? Perch ah, ah, laria non  forse satura di minuscole particelle di pioggia che non solo si posano come una pellicola sulla pelle e sulla lana, sul metallo e sul legno, ma riflettono anche la luce circostante facendo brillare e scintillare ogni cosa in tutto quel grigio? Non aveva mai visto un uomo che prima aveva rotto il vetro della finestra di uno scantinato sullaltro lato del cortile dietro per poi forzarla e scivolare allinterno delledificio e rubare tutto quello che poteva trovare? Le vie degli esseri umani sono davvero strane e singolari! Non aveva forse tra gli oggetti di sua propriet un piccolo supporto di metallo contenente un porta sale e un porta pepe, entrambi in vetro scanalato, con la parte superiore fatta dello stesso metallo del supporto e munita di tanti forellini che le permettevano di cospargere rispettivamente il sale e pepe facendoli cadere dallalto come una pioggerellina? E poi su quante cose li aveva visti cadere a quel modo! Arrosti di maiale, cosciotti dagnello, magnifiche omelette gialle farcite di pezzetti verdi di erba cipollina, zuppe di piselli e arrosti di manzo. Satura di tutte queste impressioni, dove ognuna di esse, con tutto quello che contenevano in fatto di sapore, odore, colore e forma, rappresentava di per s unesperienza di vita, non era forse cos strano che lei cercasse pace e tranquillit mentre se ne stava l seduta dando limpressione di non voler assorbire pi nulla del mondo?
Luomo in fila davanti a me si era finalmente visto servire sul bancone quello che aveva ordinato, tre caffellatte, evidentemente molto complicati da fare, e la cameriera dai capelli neri che le arrivavano alle spalle, le labbra dolci e gli occhi neri che le si ravvivavano cos facilmente quando vedeva qualcuno che conosceva, ma che ora erano neutri, stava guardando proprio me.
Un caff nero? mi disse prima che io avessi avuto il tempo di ordinare.
Annuii e sospirai quando si gir per prenderlo. Dunque anche lei aveva notato quelluomo alto e triste dai maglioni macchiati di pappe per bambini e che non si lavava pi i capelli.
Nei pochi secondi che le ci vollero per prendere una tazza e riempirla di caff, lasciai cadere il mio sguardo su di lei. Anche lei calzava stivali neri, alti fino al ginocchio. Era la moda dellinverno e io speravo che non finisse mai.
Ecco qua, disse.
Le porsi la banconota da cento, la prese con le sue dita dalla manicure molto curata, notai che lo smalto era trasparente, cont il resto alla cassa e me lo mise in mano nello stesso momento in cui il sorriso che mi aveva rivolto si spostava sulle tre amiche in coda dietro di me.
La vista del libro di Dostoevskji sul tavolo non era esattamente allettante. La soglia di difficolt di quanto riuscivo a leggere si alzava sempre pi tanto meno leggevo, era un classico circolo vizioso. Per giunta non mi piaceva calarmi nel mondo descritto da Dostoevskji. Indipendentemente da quanto ne rimanessi rapito e da quanto fosse grande la mia ammirazione per quello che aveva scritto, non riuscivo a liberarmi dal malessere che la lettura dei suoi libri mi infondeva. O meglio non si trattava di malessere. La parola era disagio. Mi sentivo a disagio nel mondo di Dostoevskji. Comunque aprii il libro e mi sistemai comodamente sul divanetto per leggerlo non senza prima aver lanciato una rapida occhiata in giro per accertarmi che nessuno mi vedesse.
Prima di Dostoevskji lideale, persino lideale cristiano, era sempre stato puro e forte, apparteneva al cielo, era irraggiungibile ai pi. La carne era fragile, lanimo debole, ma lideale inflessibile. Lideale significava arrivare fino in fondo, resistere, lottare. Nei libri di Dostoevskji tutto  umano, o meglio, lumano  tutto, e lo sono anche gli ideali che vengono completamente ribaltati: adesso si raggiungono arrendendosi, mollando la presa, colmandosi di non-volont anzich di volont. Umiliazione e annientamento di s, questi sono gli ideali contenuti nei romanzi pi importanti di Dostoevskji, e proprio nel fatto che non si realizzino mai nellambito della cornice dazione insita in essi risiede la grandezza di Dostoevskji perch questo  infatti il risultato della sua personale umilt e annientamento di s come scrittore. Al contrario della maggior parte degli altri grandi autori, Dostoevskji non  visibile nelle sue opere. Non esiste nessuna ingegnosit nelle sue frasi che ne possa svelare la presenza, non  possibile estrapolare nessuna morale definitiva, lui ricorre a tutta la sua saggezza e alla sua dedizione per rendere gli esseri umani individuali e unici, e dal momento che nelluomo sono presenti molte componenti che non si lasciano n umiliare n annientare, la lotta e lattivit sono sempre pi forti della passivit di quella grazia e di quel perdono in cui essa si dissolve. Da qui si pu procedere oltre analizzando per esempio il suo concetto di nichilismo che non appare mai reale, ma si attesta sempre come unidea fissa, come parte del cosmo di quella storia delle idee tipica di quel periodo, proprio perch lumano si fa strada ovunque, in tutte le sue forme, dalla pi grottesca e animalesca fino a quella pi aristocraticamente raffinata e allideale di un Cristo sudicio, povero e alieno allo sfarzo mondano, mentre la meschinit e la bassezza riempiono tutto, persino una discussione sul nichilismo, fino a giungere comunque a una ricchezza e ampiezza di significato. In uno scrittore come Tolstoj, che scrisse e oper anche lui in quella grande epoca di mutamenti e rivoluzioni quale fu la seconda met dellOttocento, e che analogamente fu purificato da tutti gli scrupoli religiosi e morali possibili, tutto appare diverso. L ci sono lunghe descrizioni di paesaggi e di spazi, di usi e indumenti, il fumo si leva dalla canna del fucile dopo che viene sparato un colpo, lo scoppio riecheggia debolmente, lanimale colpito spicca un ultimo balzo prima di stramazzare a terra e il sangue, i suoi vapori si levano quando sgorga sul terreno. L si discute ampiamente di caccia attraverso lunghe disquisizioni che non vogliono essere altro che la documentazione dettagliata e competente di un fenomeno oggettivo inserito in quello che per il resto  un racconto ricco di eventi. Questo peso specifico delle azioni e degli oggetti non esiste in Dostoevskji, dietro di essi si nasconde sempre qualcosaltro, il dramma di unanima, e questo significa che esiste sempre un aspetto dellumano che lui non prende in considerazione, e cio quello che ci connette a ci che c al di fuori di noi. Sono molti i tipi di venti che soffiano attraverso lessere umano, e in esso esistono altre formazioni oltre alle profondit e agli abissi dellanima. Coloro che scrissero i libri dellAntico Testamento lo sapevano meglio di chiunque altro. L si trova la descrizione in assoluto pi ricca di tutti gli aspetti che pu assumere lumano, l sono rappresentate tutte le forme pi impensabili della vita a eccezione di una, per noi univoca, cio linteriorit. La suddivisione dellumano in subconscio e conscio, irrazionalit e razionalit, dove una componente spiega sempre o approfondisce laltra, la comprensione di Dio come qualcosa in cui  possibile inabissare la propria anima allo scopo di porre fine alla lotta e trovare la pace, sono concetti nuovi, indissolubilmente legati a noi e al nostro tempo che non a caso hanno anche permesso che le cose ci sfuggissero facendole coincidere con il nostro sapere su di esse e con limmagine che di esse abbiamo, e al contempo, dal momento che abbiamo ribaltato il rapporto tra essere umano e mondo, dove prima cera luomo che si muoveva attraverso il mondo, adesso  il mondo che si muove nelluomo. E quando il significato si sposta, si sposta di conseguenza anche lassenza di significato. Non  pi lesclusione di Dio ad aprirci verso la notte, cos comera nellOttocento dove lumano ancora rimasto prendeva il sopravvento su tutto, cos come si pu vedere in Dostoevskji, Munch e Freud dove lessere umano, forse per necessit, forse per desiderio, diventa il proprio cosmo. Da l bastava arretrare solo di un passo prima che tutto il significato sparisse. Allora fu possibile accorgersi che sopra lumano esisteva un cielo che non era soltanto vuoto, nero e freddo, ma anche infinito. Che valore aveva allora lumano nelluniverso? Che cosera luomo sulla terra se non una creatura che striscia tra le altre creature, una vita tra le altre vite, che avrebbe potuto manifestarsi sotto forma di alghe dentro un oceano o come funghi di un sottobosco, uova nel ventre di un pesce, ratti in una tana o un ammasso di conchiglie su uno scoglio? Perch dovevamo fare una cosa, ma non laltra, quando non esisteva comunque nessun obiettivo, nessun fine nellesistenza se non quello di agglomerarci, vivere e poi morire? Chi avrebbe posto allora domande sul valore di questa vita quando essa era scomparsa per sempre, ridotta a una manciata di terra umida e a qualche osso ingiallito e friabile? Il teschio non sogghignava forse con aria di scherno l nella tomba? Che importanza aveva qualche morto di pi o in meno partendo da questa prospettiva? Oh, ma ne esistevano altre, di prospettive. Perch mai lo stesso mondo non poteva essere visto invece come un miracolo formato di fiumi freschi e ampie foreste, conchiglie a forma di spirale e pozzi glaciali profondi quanto un uomo, arterie, vene e circonvoluzioni della corteccia vertebrale, pianeti deserti e galassie in espansione? S, certo che si poteva perch il significato non  qualcosa di dato, ma qualcosa che noi diamo. La morte rende la vita priva di senso perch tutto ci per cui ci siamo battuti termina con essa, e la morte rende la vita piena di senso perch la sua presenza fa s che quel poco che noi abbiamo di essa diventi imperdibile, ogni istante prezioso. Ma nel mio tempo la morte era stata eliminata, non esisteva pi se non come inserto fisso in tutti i giornali, telegiornali e film dove essa non segnava la fine di un percorso, la discontinuit, perch grazie a quella ripetizione quotidiana implicava al contrario il proseguimento di un percorso, la continuit e in quel modo era diventata stranamente la nostra sicurezza e il nostro appiglio. Un disastro aereo era un rituale, accadeva a intervalli regolari, composto dagli stessi elementi e a cui noi non partecipavamo mai personalmente. La sicurezza, ma anche la tensione, leccitazione e lintensit, perch pensa a come dovevano essere stati terribili gli ultimi istanti di quelle persone... Quasi tutto quello che vedevamo e facevamo conteneva quellintensit, che veniva sganciata e liberata dentro di noi, ma che non aveva nulla a che fare con noi. Che cosera, vivevamo le vite degli altri? S, quello che noi non avevamo e che non avevamo sperimentato, lo avevamo e lo sperimentavamo comunque perch vi prendevamo parte pur senza essere presenti. Non soltanto una volta o ogni tanto, ma quotidianamente... E non soltanto io e tutti quelli che conoscevo, ma intere culture, s, quasi tutte quelle esistenti, lintera umanit del cazzo. Essa aveva esplorato tutto e si era appropriata di tutto, come fa il mare con la pioggia e con la neve. Non esistevano pi cose n luoghi che noi non avevamo fagocitato nel nostro, caricandolo cos di umanit: la nostra ragione era stata anche l. Per il divino lumano era sempre stato piccolo e insignificante e deve essere stato per via dellenorme valore dato a questa prospettiva che forse lo si pu paragonare esclusivamente alla concezione secondo cui il sapere  sempre stato una caduta, era esistito il concetto di divino, ma adesso aveva cessato di esistere. Perch chi meditava pi sulla mancanza di significato della vita? Gli adolescenti. Loro erano gli unici interessati alle domande esistenziali, che per questo motivo avevano assunto una connotazione puerile e immatura e di conseguenza diventava doppiamente impossibile confrontarsi con esse per un adulto che aveva mantenuto intatto il proprio senso di dignit. Eppure non era strano perch il senso della vita non  mai pi forte e pi ardente come negli adolescenti, quando  come se si entrasse nel mondo per la prima volta e tutti i sentimenti sono sentimenti nuovi. Dunque eccoli l con quelle piccole traiettorie tracciate dai loro grandi pensieri a guardarsi rapidamente in giro, un po qua e un po l, alla ricerca di unapertura attraverso cui poter liberare questi pensieri affinch la pressione non cresca in modo insopportabile. E a chi giungono prima o poi se non da zio Dostoevskji? Dostoevskji  diventato uno scrittore per adolescenti, la questione sul nichilismo  una questione da adolescenti. Come sia successo, non  facile a dirsi, ma il risultato  che questa problematica enorme  stata interdetta e al contempo tutta la forza critica  stata spostata a sinistra, dove viene risolta attraverso i concetti di giustizia e uguaglianza che sono gli stessi che legittimano e guidano lo sviluppo di questa societ e della vita che viviamo in essa ormai priva di fondamenta e precipizi. La differenza tra il nichilismo dellOttocento e il nostro  quella esistente tra il vuoto e luguaglianza. Nel 1949 lo scrittore tedesco Ernst Jnger scrisse che in futuro ci saremmo avvicinati a uno Stato mondiale. Adesso, quando la democrazia liberale  pressoch dominante per quanto concerne le diverse tipologie di forme sociali, sembra che avesse ragione. Noi siamo tutti democratici, noi siamo tutti liberali e le differenze tra Stati, culture ed esseri umani viene demolita ovunque. E questo movimento, in fondo, che cos se non nichilismo? Il mondo nichilista  nella sua essenza un mondo che viene ridotto sempre pi, perch coincide necessariamente con il movimento verso il punto zero, scrisse Jnger. Un esempio di una simile riduzione si trova nel fatto che Dio viene concepito come ci che  buono, o secondo la propensione a individuare un denominatore comune per tutte le complesse tendenze che esistono al mondo, o secondo quella della settorializzazione, che rappresenta unaltra forma di riduzione, o nella volont di trasformare tutto in numeri, la bellezza cos come i boschi cos come larte cos come il corpo. Perch che cos il denaro se non una grandezza che equipara le cose di pi diversa natura per poterle smerciare? O come scrive Jnger: Poco alla volta tutti gli ambiti vengono sussunti sotto questo unico denominatore, persino uno cos lontano dalla causalit come il sogno. Nel nostro secolo anche i nostri sogni sono uguali, persino i sogni sono qualcosa di commerciabile. Dello stesso valore  solo un modo diverso per dire che non--differente, dunque indifferente.
La nostra notte  questa.
Intuivo che intorno a me il numero di persone avesse cominciato a diradarsi e che allesterno le strade fossero buie, ma soltanto quando ebbi posato il libro per andare a prendere dellaltro caff mi resi conto che quello era un segnale che indicava il passare del tempo.
Erano le sei meno dieci.
Merda.
Avrei dovuto essere a casa alle cinque. Oltretutto era venerd, quando facevamo sempre qualcosa di speciale per cena e nel corso della serata. Almeno quella era lidea.
Ma cazzo. Porca di quella puttana.
Mi misi la giacca e, dopo aver infilato il libro nella tasca, mi affrettai a uscire.
Arrivederci! mi disse la cameriera.
Arrivederci, risposi anchio in svedese, senza girarmi. Prima di tornare a casa dovevo anche fare la spesa. Mi recai subito nel Systembolaget dirimpetto, afferrai alla cieca una bottiglia di vino rosso dallo scaffale dove erano esposti quelli pi costosi e, dopo aver controllato che avesse il marchio raffigurante la testa di un toro, percorsi la galleria fino ad arrivare al centro commerciale che era cos grande e sfarzoso da farmi sempre sentire lurido e cencioso come un barbone, poi giunsi alla scala che conduceva al supermercato nel seminterrato che vantava la scelta di prodotti pi esclusiva di tutta Stoccolma e dove andava a finire una cospicua parte dei nostri soldi, non perch fossimo dei grandi gourmet, ma perch eravamo troppo pigri per recarci al supermercato che si trovava nel sottopassaggio della metropolitana in Birger Jarlsgatan, e perch io ero del tutto indifferente al valore del denaro, nel senso che non esitavo a scialacquarlo quando ne avevo, cos come non ne sentivo la mancanza quando ero al verde. Ovviamente era una cosa stupida, complicava la vita pi del necessario. Senza grandi sforzi avremmo potuto avere una situazione economica modesta, ma stabile e funzionante, invece io sperperavo tutti i soldi non appena mi venivano dati, per poi vivere al limite della sopravvivenza per i tre anni successivi. Ma chi aveva voglia di pensare in quel modo? Perlomeno non io. E quindi eccomi diretto al banco della carne dove si trovavano i filetti pi teneri e frollati, ma che ovviamente costavano un occhio della testa, provenienti da una fattoria del Gotland e che anche a un palato come il mio risultavano particolarmente succulenti, e dove cerano anche alcuni vasetti di plastica di salse prodotte in modo artigianale che presi prima di agguantare un sacchetto di patate, dei pomodori, un broccolo e degli champignon. Notai che avevano i lamponi freschi e ne presi un cestino, poi mi affrettai verso il banco frigo dove scovai il gelato alla vaniglia di un piccolo marchio che avevano appena cominciato a commercializzare, infine andai a prendere allaltro capo del supermercato quelle specie di cialde francesi che si accompagnavano stupendamente al gelato e dove fortunatamente cera una cassa.
Ahi, ahi, ahi, adesso erano gi le sei e un quarto.
Il problema era che non solo ero stato fuori unora e mezzo in pi di quanto avrei dovuto e che lei mi stava aspettando, ma che in questo modo la sera sarebbe stata molto corta visto che andavamo a dormire presto. Per quanto mi riguardava la cosa non aveva nessuna importanza, potevo benissimo mangiare qualche fetta di pane e companatico davanti al televisore e coricarmi alle sette e mezzo se ce nera bisogno, era per lei.
Oltretutto avevo appena partecipato a una mini tourne di tre giorni in cui avevo letto per il pubblico, e il fine settimana successivo sarei andato a Oslo per tenere una conferenza, quindi stavo tirando parecchio la corda.
Appoggiai la merce sul disco di metallo che lentamente prese a ruotare verso la commessa. Sollevati i miei acquisti uno alla volta, li faceva girare fino a quando il codice a barre non era posizionato davanti al lettore ottico, poi li rimetteva sul piccolo nastro nero quando si sentiva il bip, tutto con movimenti da sonnambula come se si trovasse in un sogno. La luce sopra di noi era cruda e non risparmiava neanche un poro della pelle. Aveva gli angoli della bocca cadenti, non perch fosse vecchia, ma perch le guance erano molto grandi e paffute. Tutta la sua testa era turgida di carne. Il fatto che lei avesse dedicato molto tempo alla pettinatura non aiutava di certo a migliorare limpressione generale, era come acconciare il ciuffo verde di una carota.
Cinquecentoventi corone, disse prima di abbassare lo sguardo sulle unghie che poi per un attimo tenne sollevate davanti a s mentre le rimirava. Passai la carta nellapparecchio e digitai il codice. Mentre fissavo il display aspettando che la transazione fosse accettata, mi venne in mente che mi ero dimenticato il sacchetto. Quando succedeva, ero sempre molto preciso nel pagarlo subito. Non volevo che nessuno pensasse che io non lo avessi preso apposta perch speravo che mi dicessero che potevo averlo gratis, come spesso facevano. Ma adesso non avevo contanti con me e sarebbe stata unidiozia strisciare la carta per una somma cos piccola. Daltro canto che importanza aveva quello che la tipa pensava di me? Tanto era cos grassa.
Mi sono dimenticato di prendere il sacchetto, dissi.
Fanno due corone, rispose.
Ne presi uno dalla scatola che si trovava sotto la parte frontale della cassa, poi ritirai fuori la carta.
Non ha contanti? chiese.
No, purtroppo".
Fece segno di lasciare stare con la mano.
Ma io voglio pagare, dissi. Non  per quello".
Sorrise stancamente.
Prenda pure il suo sacchetto".
Grazie, risposi prima di ficcarci dentro la spesa e dirigermi verso la scala che su quel lato conduceva a una specie di lungo atrio alle cui pareti erano esposte le vetrinette di una casa daste. Quando uscii da quella porta, i grandi magazzini NK che si trovavano sullaltro lato della strada luccicavano nelloscurit. Sotto il nucleo pi interno del centro si diramava un dedalo di corridoi, da Passajen si poteva scendere nel seminterrato degli NK e sbucare in una via di negozi sotterranea che sulla sinistra era collegata a un altro centro commerciale, il Gallerian, e molto pi in su dalla stessa parte con la Kulturhuset, proseguendo si giungeva alla piazza soprannominata Plattan, e poi alla fermata della metropolitana T-Centralen, da cui partivano tunnel che arrivavano fino alla stazione ferroviaria. Nei giorni di pioggia passavo sempre di l, ma non solo: mi attiravano tutti quei passaggi legati al sottosuolo, cera in essi qualcosa di avventuroso che mi riportava alla mia infanzia, quando una grotta era la cosa pi fantastica che ci poteva capitare. Un inverno, ricordo, erano caduti pi di due metri di neve, sar stato nel 1976 o nel 1977, e per tutto un fine settimana avevamo scavato delle piccole caverne collegate tra di loro con dei tunnel che si estendevano per tutto il giardino fino ad arrivare a quello del vicino. Sembravamo degli invasati, ma che incanto davanti al risultato quando, calata la sera, potevamo restare a lungo seduti sotto la neve a chiacchierare.
Adesso stavo passando davanti al bar americano, pieno di gente, era venerd e le persone ci andavano dopo il lavoro per una birra o prima che la serata cominciasse sul serio. Seduti con i giacconi appesi sulla spalliera delle sedie, sorridevano e bevevano con le facce che scintillavano di rosso, la maggior parte di loro sulla quarantina mentre uomini e donne giovani e slanciati con indosso dei grembiuli neri andavano in giro a prendere le ordinazioni, appoggiavano sui tavoli i vassoi con la birra, portavano via i bicchieri vuoti. Il suono di tutte quelle persone allegre, quel brusio caldo, bonario, interrotto di tanto in tanto da una risata, mi invest nel momento in cui la porta venne aperta e un corteo di cinque persone si ferm allesterno, erano tutte impegnate a fare qualcosa, che fosse rovistare nella borsa alla ricerca delle sigarette o del rossetto o comporre un numero e poi sollevare il cellulare allaltezza dellorecchio e restare in attesa mentre lo sguardo vagava lungo la strada o cercava uno degli altri per fargli un sorriso, nientaltro che quello, solo un sorriso amichevole.
Un taxi per Regeringsgatan..". sentii dire alle mie spalle. Lungo la via scivolava in modo lento e cupo una fila di automobili, i volti delle persone allinterno erano illuminati dal chiarore dei lampioni che conferiva loro un bagliore mistico e, nel caso dei taxisti, dalla luce bluastra emessa dalla strumentazione presente sul cruscotto. Da alcune delle vetture si sentiva rimbombare il suono del basso e della batteria. Sullaltro lato della strada la gente sembrava scivolare fuori dai grandi magazzini NK, dove dallaltoparlante una voce avrebbe presto annunciato che il centro commerciale avrebbe chiuso tra quindici minuti. Pesanti pellicce, cagnolini scodinzolanti, cappotti di lana scuri, guanti di pelle, grappoli di sacchetti. Qualche giacca a vento giovanile, qualche pantalone ampio e qualche berretto fatto a maglia. E poi cera una donna che correva tenendosi il copricapo in una mano, le falde del cappotto aperto le svolazzavano tra le gambe. Che cosa doveva raggiungere per tempo? Sembrava quasi una situazione seria e io mi girai per seguirla con lo sguardo. Ma non successe nulla, lei scomparve semplicemente allangolo della via che portava verso Kungstrdgrden. Sopra alcune grate vicino al muro sedevano tre barboni. Uno aveva davanti a s un pezzo di cartone su cui era stato scritto con un pennarello che lui aveva bisogno di soldi per trovare un posto dove dormire quella notte. Accanto a lui cera un berretto con qualche moneta. Gli altri due stavano bevendo. Guardai in unaltra direzione mentre li superavo, attraversai la strada allaltezza dellAkademibokhandeln, pensavo a Linda, che forse adesso era immusonita e credeva che la sera fosse ormai rovinata, a quanta poca voglia avevo di affrontare la cosa. Nuovo incrocio, davanti al costoso ristorante italiano, una rapida occhiata in direzione del Glen Miller Caf, dove due tizi stavano scendendo proprio in quel momento da un taxi e poi un altro sguardo veloce verso Nalen. Davanti al locale cera parcheggiato lenorme pullman di una band fornito anche di carrello, e subito dietro si vedeva quello bianco della radio SR. Dal veicolo uscivano grossi fasci di cavi che correvano lungo il marciapiede e io cercai invano di farmi venire in mente chi avrebbe suonato quella sera prima di affrontare i tre gradini che mi separavano dal portoncino dingresso, digitare il codice per aprirlo ed entrare. Mentre salivo le scale, sentii la porta aprirsi e richiudersi con un tonfo al piano di sopra. Dal rumore capii che doveva trattarsi della russa. Ma era troppo tardi per prendere lascensore quindi continuai a salire e infatti un attimo dopo eccola che scendeva. Fece finta di non vedermi. Io la salutai lo stesso.
Salve! dissi.
Mugugn qualcosa, ma soltanto dopo avermi superato.
La russa era la nostra infernale vicina. Nei primi sette mesi in cui avevamo abitato l, il suo appartamento era rimasto vuoto. Ma poi una volta, alluna e mezzo di notte, ceravamo svegliati per via di un frastuono improvviso nel corridoio, era la porta di casa sua che veniva sbattuta con violenza, subito dopo al piano di sotto era stata messa della musica a volume talmente alto che non riuscivamo a parlarci. Eurodisco, con il basso e la grancassa che facevano vibrare il pavimento e tintinnare i vetri delle finestre. Era come se limpianto stereo fosse proprio dentro la nostra camera e andasse a tutto volume. Linda, che era allottavo mese di gravidanza, aveva gi da prima difficolt a prendere sonno, ma persino io, che di solito dormivo come un sasso indipendentemente dal rumore, non fui in grado di addormentarmi. Tra una canzone e laltra la sentivamo urlare e strepitare. Ci alzammo e andammo in soggiorno. Era il caso di telefonare al numero di emergenza specifico per situazioni come quella? Io non volevo, era una cosa troppo svedese per i miei gusti, non facevamo prima a scendere, suonare il campanello e dirglielo? S, certo, ma in quel caso dovevo farlo io. E cos fu, suonai e, visto che non serv a nulla, bussai ma non apr nessuno. Nuova mezzora in soggiorno. Forse sarebbe cessato tutto da s? Alla fine Linda era cos inviperita che decise di scendere di persona al piano di sotto ed ecco che di colpo la tipa le apr la porta. Ci capiva perfettamente! Fece un passo in avanti per toccare il pancione di Linda, tu che aspetti un bambino, disse nel suo svedese dal forte accento russo, mi spiace, scusa ma mio marito mi ha lasciata e io non so cosa fare, capisci? Musica e un po di vino, mi aiutano qui nella fredda Svezia. Ma tu sei incinta e hai bisogno di dormire, cara.
Felice di aver raggiunto il suo scopo, Linda torn di sopra e mi raccont quello che si erano dette prima di tornare in camera e coricarci. Dieci minuti dopo, mi ero appena addormentato, quel baccano allucinante ricominci. La stessa musica con lo stesso volume pazzesco, con le stesse urla tra una canzone e laltra.
Ci alzammo e ritornammo in soggiorno. Erano quasi le tre e mezzo. Che cosa dovevamo fare? Linda voleva chiamare il numero per le emergenze, invece io no perch anche se in teoria la telefonata era anonima, nel senso che la pattuglia che si occupava di intervenire in caso di schiamazzi e di disturbo alla quiete pubblica non poteva rivelare chi aveva telefonato per lamentarsi, era chiaro che lei avrebbe capito che eravamo stati noi e, mentalmente instabile come palesemente era, in seguito avrebbe potuto procurarci delle noie. Allora Linda sugger di aspettare fino a quando non la smetteva e poi lindomani le avremmo scritto una lettera amichevole da cui doveva emergere a chiare lettere che per quanto noi fossimo comprensivi e tolleranti, un tale baccano nel cuore della notte era inaccettabile. Linda si sdrai sul divano, con il fiatone e il pancione rivolto allins, io mi coricai in camera da letto e unora pi tardi, quando erano quasi le cinque, finalmente la musica cess. Il giorno dopo Linda scrisse la lettera, la infil nella fessura della posta mentre uscivamo in tarda mattinata e tutto rimase tranquillo fino alle sei di sera quando ci fu un martellare e un bussare violento alla nostra porta. Andai ad aprire. Era la russa. Il viso contratto, da alcolizzata, era livido di rabbia. Nella mano stringeva con forza la lettera di Linda.
Che stronzata sarebbe questa! url. Come osate! In casa mia! Dovete soltanto provarci a dirmi come cazzo mi devo comportare in casa mia!
Si tratta di una lettera amichevole..". commentai.
Ma io non voglio parlare con te! replic. Io voglio parlare con quella che comanda qua dentro!
Che cosa intendi dire?
Non sei tu quello che porta i pantaloni in casa tua. Ti fa persino smammare quando vuoi fumare. L in piedi in cortile, lo zimbello di tutto il vicinato. Credi che io non ti abbia visto? Quindi  con lei che voglio parlare".
Fece qualche passo in avanti con lintenzione di oltrepassarmi. Puzzava dalcol.
Il cuore mi martellava nel petto. La rabbia era lunica cosa che temevo veramente. Non riuscivo mai a proteggermi dalla sensazione di debolezza che in quei casi mi si diffondeva per tutto il corpo. Mi diventavano molli le gambe, le braccia, cominciava a tremarmi la voce. Ma questo lei non lo doveva notare.
Parlerai con me, ribattei facendo un passo verso di lei.
No! rispose.  lei che ha scritto la lettera.  con lei che intendo parlare".
Stammi un po a sentire, la scorsa notte hai messo la musica a tutto volume e questo nel cuore della notte. Era impossibile dormire. Non lo puoi fare. Questo lo capisci da sola".
Tu, tu, non provare a venirmi a dire quello che devo fare!
No, forse no, dissi. Ma c una cosa che si chiama rispetto della quiete. Tutti coloro che abitano in una casa ne devono tenere conto".
Sai quanto pago daffitto? sibil. Quindicimila corone! E abito qui da otto anni. Finora non c mai stato nessuno che si  lamentato. Poi arrivate voi due. I modelli di virt". Quando pronunci le ultime parole, fece pure limitazione di quel genere di persone atteggiando le labbra a forma di cuore e annuendo candidamente con la testa. Aveva i capelli scarmigliati, la pelle pallida, le guance paffute, gli occhi sbarrati.
Mi fiss con quello sguardo fiammeggiante. Abbassai gli occhi. Si gir e infil le scale per scendere.
Chiusa la porta, mi girai verso Linda che se ne stava in piedi lungo la parete del corridoio.
S,  stata proprio una trovata meravigliosa, commentai.
Ti riferisci alla lettera? chiese.
S, risposi. Adesso abbiamo dato inizio alle ostilit".
Vorresti dire che  colpa mia?  lei che  completamente fuori di testa. Non posso mica farci niente".
Tranquilla, le dissi. Io e te non siamo nemici".
Nellappartamento di sotto era cominciata la musica, a tutto volume come la notte precedente. Linda mi guard.
Usciamo? sugger.
Non mi piace lidea di essere costretto a sloggiare da casa mia, commentai.
Ma  impossibile rimanere qui".
In effetti".
Mentre ci vestivamo, la musica cess. Forse il volume era troppo alto anche per lei. Uscimmo comunque, ci recammo fino al porto di Nybroplan dove le luci brillavano sullacqua nera e grossi strati di neve ridotta in poltiglia si addensavano davanti alla prua del traghetto per Djurgrden che si stava avvicinando in quel momento. Il Dramaten si stagliava come una fortezza sullaltro lato della strada. Era uno degli edifici della citt che mi piacevano di pi. Non perch fosse bello, perch non lo era, ma perch quella costruzione e ci che la circondava emanavano unatmosfera particolare. Forse era soltanto per via del colore delle pietre che era cos chiaro, quasi bianco, e delle superfici cos grandi, ma tutto ledificio sembrava luccicare persino nei giorni di pioggia pi bui. Con il vento che soffiava costantemente dal mare e le bandiere che sventolavano davanti allentrata, lo spazio su cui si ergeva aveva un non so che di aperto e non dava quel senso di oppressione che contraddistingue spesso gli edifici monumentali. Non si stagliava forse come una piccola montagna sul mare?
Camminammo mano nella mano lungo la Strandgaten. La superficie dacqua fino a Skeppsholmen era completamente immersa nelle tenebre. Dato che laggi in lontananza erano poche le costruzioni illuminate, la citt sembrava avesse uno strano andamento, era come se essa finisse bruscamente per cedere il passo alla periferia e alla natura per poi riacquistare fiato e velocit sullaltro versante dove Gamla Stan, Slussen e lintera collina che dava verso Sder brillavano, sfavillavano e pulsavano.
Linda mi raccont alcuni aneddoti sul Dramaten, dove praticamente era cresciuta. Mentre lavorava l come attrice, sua madre aveva dovuto occuparsi da sola di Linda e di suo fratello, per questo li portava spesso con s alle prove e alle rappresentazioni. Per me era qualcosa di mitico, per Linda invece di assolutamente triviale, era un argomento di cui non le piaceva parlare e sicuramente non lavrebbe fatto neppure in quel momento se io non avessi insistito. Conosceva tutto degli attori, la loro vanit e la loro autocombustione psichica, le loro angosce e i loro intrighi, aggiunse ridendo che spesso i migliori erano i pi stupidi, quelli che capivano meno, che un attore intellettuale era una contradiction in terms, ma anche se disprezzava quel loro continuo atteggiarsi, ne disprezzava la mimica e la pomposit, le loro esistenze e i loro sentimenti dozzinali e vuoti, banali, facilmente innescabili, erano poche le cose che apprezzava di pi delle loro prestazioni sulla scena quando erano al meglio, parlava per esempio con grande trasporto dellallestimento di Bergman del Peer Gynt che aveva visto innumerevoli volte poich allepoca lavorava al guardaroba del Dramaten, quanto di fantastico e avventuroso ci fosse in esso, ma al contempo di barocco e burlesco, oppure di quello di Wilson de Il sogno allo Stockholm Stadsteater, dove lavorava alla drammaturgia, che naturalmente era pi sobrio e stilizzato, ma altrettanto magico. Un tempo lei stessa avrebbe voluto fare lattrice, per due anni di fila era arrivata fino alle selezioni finali per entrare nella Scuola di Teatro, ma, dal momento che non lavevano presa neanche lultima volta, aveva deciso che faceva lo stesso, tanto non lavrebbero mai scelta, e quindi aveva rivolto il proprio interesse altrove, aveva fatto domanda di ammissione alla scuola per scrittori di Biskops-Arn e lanno successivo aveva debuttato con le poesie che aveva scritto durante quegli studi.
Adesso era di una tourne a cui aveva partecipato, quello di cui mi stava raccontando. Dramaten era la compagnia teatrale di Bergman in giro per il mondo, erano considerati delle star ovunque andassero e quella volta erano a Tokyo. Imponenti, arroganti e ubriachi, gli attori svedesi si riversarono in uno dei ristoranti pi eleganti della citt, era fuori discussione togliersi le scarpe o cercare di adattarsi in qualche modo allambiente che li circondava, figuriamoci, era tutto un agitare di braccia, spegnere i mozziconi delle sigarette nel bicchierino del sake, chiamare il cameriere sbraitando. Linda con un vestito corto, il rossetto rosso, i capelli neri a caschetto e una sigaretta in mano, vagamente innamorata di Peter Stormare, che era insieme a loro. Aveva solo quindici anni e agli occhi dei giapponesi doveva sembrare grottesca, come lei stessa si espresse. Ovviamente questi ultimi non batterono ciglio, continuarono a muoversi con passo felpato e in silenzio, perfino quando uno del gruppo sfond una parete di carta rovinando a terra.
Scoppi a ridere mentre lo raccontava.
Quando fu il momento di andare, prosegu lanciando unocchiata verso Djurgardsbrunnen, arriv un cameriere con un sacchetto per me. Era un regalo da parte del cuoco, mi disse. Guardai dentro. Sai cosa conteneva?
Dimmi".
Era pieno di piccoli granchi vivi".
Granchi? Che cosa voleva dire?
Si strinse nelle spalle.
Non lo so".
E tu che cosa ne hai fatto?
Portai tutto in albergo. La mamma era cos ubriaca che dovettero accompagnarla. Io presi un taxi da sola, con il sacchetto con i granchi vicino ai piedi. Quando arrivai in camera, riempii la vasca dacqua fredda e ce li rovesciai dentro. Ci sguazzarono tutta la notte mentre io dormivo nella stanza accanto. In pieno centro di Tokyo".
E poi cos successo? Che ne hai fatto?
La storia finisce qui, rispose stringendomi la mano e guardandomi con un sorriso.
Cera qualcosa di speciale tra lei e il Giappone. Guarda caso per la raccolta di poesie aveva ricevuto proprio un premio giapponese, un quadro con degli ideogrammi che fino a poco tempo prima era appeso sopra la sua scrivania. E non cera anche un qualcosa di giapponese nei tratti del suo viso, minuti e belli?
Ci incamminammo verso Karlaplan, dove la vasca di forma circolare, che durante il semestre estivo aveva al centro unenorme fontana, ora era vuota, con il fondo coperto dalle foglie avvizzite cadute dai grandi alberi che la circondavano.
Ricordi quando abbiamo visto Spettri? dissi.
Certo! rispose. Non me lo dimenticher mai".
Lo sapevo, aveva incollato il biglietto di quello spettacolo nellalbum che aveva cominciato a mettere insieme quando era rimasta incinta. Spettri era stato lultimo lavoro teatrale di Bergman ed eravamo andati a vederlo ancora prima di metterci insieme, fu una delle prime cose che facemmo insieme, una delle prime cose che condividemmo. Era passato solo un anno e mezzo, ma sembrava gi una vita.
Mi guard con quel calore negli occhi capace di colmarmi totalmente. Faceva freddo, soffiava un vento gelido, pungente. Qualcosa in esso mi fece pensare a quanto Stoccolma si trovasse a est, avvertii un sentore di estraneit, di qualcosa di diverso dal posto da cui provenivo anche se non avrei saputo dire esattamente cosa. Quella zona era la pi ricca della citt, e completamente morta. Non cera nessuno che usciva, le strade non si riempivano mai, eppure erano pi ampie che in qualunque altro luogo in centro.
Un uomo e una donna con un cane stavano venendo verso di noi, lui con le mani dietro la schiena e un grosso cappello imbottito di pelle in testa, lei in pelliccia, con il piccolo terrier che annusava davanti a loro.
Perch non andiamo da qualche parte a berci una birra? proposi.
S. Ho anche fame. Magari il bar che c al cinema Zita?
Buona idea".
Fui colto da un brivido di freddo e mi strinsi meglio il bavero del giaccone intorno al collo.
Merda, si gela stasera, commentai. Non hai freddo?
Scosse la testa. Indossava lenorme giacca a vento che le aveva prestato la sua migliore amica Helena, che linverno prima era incinta come lo era adesso Linda, e il berretto imbottito con i paraorecchie che le avevo comprato quando eravamo a Parigi, da cui penzolavano due cordicelle con attaccati due pompon di pelo.
Sta scalciando?
Linda appoggi entrambe le mani sul pancione.
No, il bambino sta dormendo, disse. Lo fa quasi sempre quando cammino".
 Il bambino, ripetei. Quando lo dici, mi sento percorrere da un fremito.  come se non mi rendessi conto che l dentro c un essere umano in tutto e per tutto".
Ma c, disse Linda. Ho la sensazione di conoscerlo gi. Ti ricordi quanto si  arrabbiato quando mi hanno fatto lesame per il diabete?
Annuii. Linda era a rischio dato che suo padre era affetto da diabete, quindi aveva dovuto ingurgitare una specie di composto zuccherino, la cosa pi nauseante e schifosa che le fosse mai capitata, a sentire lei, dopodich il bambino aveva scalciato come un indemoniato per pi di unora.
Quella volta lei o lui ha avuto una bella sorpresa, dissi sorridendo mentre osservavo lingresso del parco di Humlegrden che cominciava sullaltro lato della strada. Con le sue cupole di luce, che illuminavano in qualche punto gli alberi l dove si ergevano con i loro tronchi pesanti e i rami divaricati come dita, e in altri il tappeto di erba fradicia e ingiallita al centro del quale il buio era totale, cera qualcosa di stregato in quellatmosfera notturna, ma non mistico come nel bosco, ma pi magico, come a teatro. Imboccammo una delle stradine pedonali che scendevano. In alcuni punti cerano ancora dei mucchietti di foglie, per il resto i prati e i vialetti che li attraversavano erano nudi, quasi come il pavimento di un soggiorno. Una persona che stava facendo jogging corse lentamente intorno alla statua di Linneo trascinando i piedi, unaltra arriv veloce gi dal leggero pendio. Pi in basso, sapevo, cerano gli enormi magazzini della Biblioteca reale che troneggiava illuminata davanti a noi. Un isolato sotto cera Stureplan, dove si trovavano i nightclub pi esclusivi della citt. Noi abitavamo a un tiro di schioppo, ma avrebbe potuto trattarsi benissimo di unaltra parte del mondo. L la gente veniva uccisa per strada a colpi di pistola e noi venivamo a saperlo dai giornali solo il giorno dopo, star internazionali frequentavano quella zona quando erano in citt, tutto il jet set svedese formato da vip e uomini daffari si faceva vedere in quella parte di Stoccolma, cose che tutto il paese leggeva nei tabloid. Per entrare non ci si metteva in coda ma in riga, e i buttafuori indicavano quelli che erano ammessi. La durezza e la freddezza che esistevano in quella citt non le avevo mai viste prima, e non avevo mai percepito in modo cos netto e tangibile le distanze culturali. In Norvegia le distanze sono quasi esclusivamente geografiche e, poich ci vivono poche persone, la strada che porta in alto, o al centro,  comunque corta. In una classe, o almeno in una scuola, c sempre qualcuno che si mette in luce in qualche materia. Tutti conoscono qualcuno che conosce qualcuno. In Svezia la distanza sociale  molto pi grande e dato che hanno fatto in modo di spopolare i villaggi e quasi tutti vivono nelle citt e chi nutre qualche ambizione converge su Stoccolma, dove avviene tutto ci che c di importante, questa distanza diventa estremamente palese: cos vicini, eppure cos lontani.
Ti capita di pensare ogni tanto al posto da cui provengo? le chiesi guardandola.
Scosse la testa.
No, in realt no. Tu sei Karl Ove. Il mio bel marito. Questo  quello che sei per me".
Una zona residenziale di Tromya, sai, non esiste niente di pi lontano dal tuo mondo. Di cui io non so niente. Tutto mi risulta profondamente estraneo. Ti ricordi che cosa ha detto mia mamma la prima volta che  stata nel nostro appartamento? No? Se lo avesse visto tuo nonno, Karl Ove, ha commentato".
Ma  bello".
S, ma non capisci? Per te quellappartamento fa parte del quotidiano. Per la mamma era come una specie di piccola sala da ballo.
E per te, allora?
S, anche per me. Ma non era quello che intendevo dire. Se  bello o no. Ma il fatto che io provengo da qualcosa di completamente diverso. Qualcosa di assolutamente privo di raffinatezza. Me ne frego di questo, me ne frego di quello, il punto per  che non  qualcosa di mio e non lo sar mai indipendentemente da quanto tempo abiti qui".
Attraversammo la strada prima di imboccare la stradina del quartiere residenziale accanto a quello in cui era cresciuta Linda, passammo davanti al Saturnus e scendemmo per Birger Jarlsgatan, dove si trovava Zita. Avevo il viso irrigidito dal freddo. Le gambe congelate.
Sei fortunato a trovarti in una situazione simile, disse. Sai quanto questo ha influenzato la tua vita? Avere un posto dove andare? Che ne esistesse un altro esterno a quello da cui venivi e uno interno che volevi raggiungere?
Ho capito dove vuoi arrivare, dissi.
Tutto  sempre stato qui per me. Ci sono cresciuta. E quasi non riesco a scinderlo da me stessa. Poi ci sono anche le aspettative. Nessuno si aspettava niente da te? S, certo, ma oltre al fatto che tu studiassi e ti trovassi un lavoro?
Mi strinsi nelle spalle.
Non ci ho mai pensato da questo punto di vista".
No, disse lei.
Ci fu una pausa.
Io ho sempre vissuto in mezzo a tutto questo. Probabilmente la mamma non ha mai desiderato altro per me se non che io ce la facessi e stessi bene..". Mi guard.  per questo che  cos contenta di te".
Ah s?
Non te ne sei accorto? Devi essertene accorto per forza!
Ma s, certo".
Mi venne in mente la prima volta che avevo incontrato sua madre. In una casetta che faceva parte di una vecchia fattoria in mezzo ai boschi. Fuori era autunno. Appena entrati ci accomodammo a tavola. Zuppa di carne fumante, pane appena sfornato, candele sul tavolo. Ogni tanto avvertivo il suo sguardo su di me. Era curioso e caldo.
Ovviamente cerano altre persone oltre alla mamma l dove sono cresciuta, prosegu Linda. Johan Nordenfalk dodicesimo, credi forse che sia diventato un insegnante di scuola media? Cos tanti soldi e tanta cultura. Tutti dovevano avere successo. Tre dei miei amici si sono tolti la vita. E non ho neppure il coraggio di pensare a quante amiche soffrono o hanno sofferto di anoressia".
S,  proprio uno schifo, dissi. Possibile che la gente non riesca a prendere le cose con un po pi di flemma?
Non voglio che i nostri figli crescano qui, esclam Linda.
Adesso sono diventati i figli?
Sorrise.
S?
Allora dobbiamo andare a vivere a Tromya, affermai. Io so soltanto di uno di quelli che conoscevo, che si  tolto la vita".
Non sono cose su cui scherzare".
No, certo".
Pass una donna dal lungo abito rosso, le cui scarpe con il tacco alto ticchettarono sul selciato. In una mano teneva una borsa nera, con laltra stringeva intorno al petto uno scialle a rete nero. Subito dietro di lei venivano due giovani barbuti con indosso giacconi impermeabili con il cappuccio e degli scarponi che sembravano quasi da montagna, uno di loro aveva una sigaretta in mano. Dopo, tre amiche, anche loro tutte in ghingheri con in mano delle borsette piccole e graziose, ma almeno con le giacche a vento sopra i vestitini. Se paragonato alle vie del quartiere di stermalm, qui s che cera vita. Da entrambi i lati della strada giungevano le luci dei ristoranti, tutti pieni di gente. Davanti a Zita, che era uno dei due cinema alternativi della zona, cera un gruppetto di persone che batteva i denti dal freddo.
Parlando seriamente, riprese Linda. Magari non Tromya. Ma sicuramente in Norvegia. L sono pi buoni".
 vero".
Tirai la porta, che era pesante, e la tenni aperta per Linda. Mi tolsi i guanti e il berretto, mi sbottonai il cappotto, mi allentai la sciarpa.
Ma io non voglio tornare in Norvegia, dissi. Questo  il punto".
Lei non disse niente, si stava dirigendo verso la vetrina dove erano esposte le locandine dei film. Si volt verso di me.
Danno Tempi moderni! esclam.
Andiamo a vederlo?
S, andiamo! Prima per devo mangiare qualcosa. Che ore sono?
Cercai un orologio allinterno del locale. Ne trovai uno piccolo e panciuto appeso alla parete dietro la cassa.
Le otto e quaranta".
Comincia alle nove. Ce la facciamo. Compri tu i biglietti, cos io intanto vedo se riesco a trovare qualcosa da mettere sotto i denti al bar?
S, risposi. Estratta dalla tasca una banconota da cento corone tutta spiegazzata, mi diressi alla cassa.
Avete ancora biglietti per Tempi moderni? chiesi in norvegese.
Una donna che non poteva avere pi di ventanni, con le treccine e gli occhiali, mi guard con fare altezzoso.
Come scusi? mi disse in svedese.
Avete-biglietti-per-Tempi moderni? scandii in svedese.
S".
Due. In fondo, al centro, dissi in norvegese. Due, ripetei in svedese.
Per sicurezza le mostrai due dita.
Dopo aver stampato i biglietti, li pos in silenzio davanti a me, stir leggermente la banconota prima di riporla nel registratore di cassa. Andai al bar, che era stracolmo di gente, vidi Linda accanto al bancone e mi feci largo per raggiungerla fino a quando mi trovai al suo fianco.
Ti amo, le dissi.
Non glielo dicevo quasi mai e i suoi occhi brillavano di gioia quando mi guard.
Davvero?
Ci baciammo appena. Poi il cameriere ci mise davanti un piccolo cestino contenente dei triangolini di mais e una ciotola con qualcosa che sembrava salsa guacamole.
Vuoi una birra? mi chiese Linda.
Scossi la testa.
Magari dopo. Per probabilmente sarai troppo stanca".
Pu darsi. Hai preso i biglietti?
S".
Avevo visto Tempi moderni per la prima volta al cineclub di Bergen allet di ventanni. A un punto preciso del film non ero pi riuscito a trattenere le risa, non la smettevo pi. Non sono tanti quelli che si ricordano quando hanno riso lultima volta, io mi ricordo la volta in cui lho fatto venti anni fa, ovviamente perch non mi capita tanto spesso. Ricordo sia la vergogna per aver perso il controllo sia la gioia di lasciarsi andare. La scena scatenante mi  ancora impressa nitidamente nella memoria. Chaplin deve esibirsi in una specie di variet.  unesibizione importante, la posta in gioco  alta, lui  nervoso e per sicurezza scrive il testo della canzone e lo infila nella manica della giacca prima di entrare in scena. Ma quando si presenta sulla pista da ballo, perde i foglietti perch saluta il suo pubblico con un gesto un po esagerato, cos volano via. Quindi si ritrova l senza il testo mentre lorchestra alle sue spalle comincia a suonare. Cosa fare? Be, si mette a cercarli mentre improvvisa un ballo in modo che il pubblico non capisca che c qualcosa che non va e intanto lorchestra continua a ripetere lintroduzione. Avevo riso fino ad avere le lacrime agli occhi. Ma poi la scena si trasforma perch, per quanto lui balli, non riesce a trovare i testi e alla fine deve cominciare a cantare. Se ne sta l senza sapere le parole, e quando inizia a cantare lo fa ricorrendo a vocaboli che non esistono, ma che si assomigliano come suoni, perch, anche se il significato  sparito, sono rimasti il tono e la melodia e la cosa mi aveva colmato di gioia, ricordo, non solo per me stesso, ma a nome di tutta lumanit poich in tutto ci cera un tale calore ed era stato uno di noi ad averlo creato.
Quando quella sera mi sedetti nella sala accanto a Linda non ero sicuro di cosa ci aspettasse. Chaplin, ecco. Qualcosa su cui Fosnes Hansen scrive saggi quando il tema  lumorismo. E quello di cui avevo riso quindici anni prima era qualcosa di cui ridere anche adesso?
Lo era. E proprio nello stesso punto. Lui entra, saluta il pubblico, i bigliettini gli svolazzano via dalle maniche, lui balla qua e l sulla pista, quasi lasciando i piedi penzoloni dietro di s, come trascinandoli, senza mai perdere il contatto con il pubblico: per tutto il tempo mentre danza e cerca, rivolge agli spettatori cenni cortesi. Durante la pantomima che segu, una lacrima mi solc una guancia. Quella sera tutto mi pareva cos bello. Ridacchiavamo ancora mentre lasciavamo la sala, Linda felice perch io ero felice, immaginavo, ma anche perch lo era anche lei. Salimmo mano nella mano le scale in pietra a fianco dellufficio finlandese per la cultura ridendo mentre ci ripetevamo scene del film. Poi proseguimmo lungo Regeringsgatan passando davanti alla panetteria, al negozio di mobili e allo US VIDEO prima di poter aprire il portoncino con la chiave, salire le scale che portavano allappartamento. Erano poco pi delle dieci e mezzo e Linda riusciva a malapena a tenere gli occhi aperti, cos andammo subito a letto.
Dieci minuti dopo la musica cominci di nuovo a rimbombare sotto di noi. Mi ero totalmente dimenticato della russa e con un balzo mi misi a sedere sul letto.
Cazzo, imprec Linda. Non ci posso credere".
Riuscivo a malapena a sentire quello che diceva.
Non sono ancora le undici, dissi. Ed  venerd sera. Questa volta  dura".
Me ne sbatto, esclam Linda. Chiamo lo stesso. Cos non si pu andare avanti, cazzo".
Ma non aveva fatto in tempo ad alzarsi e a uscire dalla stanza che la musica cess. Ci coricammo di nuovo. Questa volta mi ero addormentato quando ricominci. Sempre incredibilmente alta. Guardai lorologio. Le undici e mezzo.
Telefoni tu? mi chiese Linda. Non ho chiuso occhio".
Ma si ripet la stessa cosa. Dopo pochi minuti la vicina spense tutto e di sotto torn il silenzio.
Vado a dormire in soggiorno, disse Linda.
Quella notte la russa mise della musica a tutto volume altre due volte. Nellultima ebbe la sfacciataggine di farla durare mezzora. La cosa era ridicola, ma alquanto sgradevole. Era senza dubbio svitata e ci aveva preso in odio. Poteva succedere di tutto, quella era la sensazione che avevamo. Ma pass pi di una settimana prima che succedesse ancora. Davanti alla nostra porta, accanto alla finestra sul pianerottolo, avevamo messo dei vasi con delle piante, era uno spazio comune che a essere precisi non potevamo gestire come volevamo, ma al piano di sopra avevano fatto lo stesso e sicuramente chi avrebbe avuto qualcosa da ridire se cercavamo di abbellire quel freddo corridoio? Due giorni dopo le piante erano sparite. Non che la cosa in s fosse cos grave, ma i vasi erano appartenuti alla mia bisnonna, erano una delle poche cose che avevo preso dalla casa di Kristiansand quando era morta mia nonna materna, erano a cavallo fra lOttocento e linizio del secolo scorso, ed era dunque piuttosto irritante che fossero spariti proprio quelli. O qualcuno li aveva rubati  ma chi  che oggi ruba dei vasi?  oppure qualcuno li aveva tolti perch non aveva apprezzato la nostra iniziativa. Decidemmo di appendere un biglietto sulla tavola di sughero che cera nel corridoio dellingresso per chiedere se qualcuno li avesse visti. Gi quella sera stessa il biglietto era pieno di insulti e accuse, scritti con un inchiostro blu in un cattivo svedese. Accusavamo forse i condomini di rubare? Se era cos, potevamo anche andarcene subito. Chi cazzo credevamo di essere? Qualche giorno pi tardi dovevo montare un fasciatoio che avevamo comprato allIkea, avevo dovuto usare anche il martello, ma visto che erano solo le sette di sera non credevo che sarebbe stato un problema. E invece lo fu: subito dopo i primi colpi si sent qualcuno battere con forza sulle tubature, era la vicina russa che in quel modo voleva protestare contro quello che evidentemente riteneva un sopruso. Ma io non potevo certo lasciare a met il montaggio e quindi proseguii. Un minuto dopo si sent sbattere violentemente la porta di sotto e in un attimo eccola davanti alla nostra. Aprii. Come potevamo lamentarci di lei e poi fare lo stesso? Cercai di spiegarle la differenza esistente tra il mettere la musica a tutto volume nel cuore della notte e il montare un fasciatoio alle sette di sera, ma era come parlare al vento. Con quello sguardo da pazza e i suoi gesti convulsi continu a insistere con le sue accuse. Stava dormendo, lavevamo svegliata. Credevamo di essere migliori di lei, ma non era cos...
Da quel momento aveva trovato il suo metodo. Ogni volta che un rumore prodotto da noi arrivava fino al suo appartamento, fosse anche soltanto il mio camminare con passo pesante, cominciava a picchiare nelle tubature. Quel suono era penetrante e, dato che il mittente non era visibile, aleggiava nella stanza come una specie di coscienza cattiva. Detestavo quella situazione, mi sembrava di non poter starmene in pace da nessuna parte, neppure in casa mia.
Poi, nei giorni prima di Natale, nellappartamento sottostante si fece silenzio. Comprammo un albero di Natale a una bancarella a Humlegrden; era buio, laria piena di neve, per le strade cera il tipico caos prenatalizio, con la gente che ti passa davanti cieca nei confronti delle altre persone e del mondo. Ne scegliemmo uno, il venditore in tuta da sci ci infil sopra una specie di retina molto aderente in modo che fosse pi facile da trasportare, pagai e me lo misi in spalla. Solo allora mi venne in mente che forse era un po troppo grande. Mezzora pi tardi, dopo uninfinit di pause lungo il tragitto per tornare a casa, lo trascinai dentro lappartamento. Scoppiammo a ridere non appena lo vedemmo in piedi in salotto. Era enorme. Un albero di Natale gigantesco, ecco cosa ci eravamo comprati. Ma forse non era una cosa poi tanto stupida, quello era il primo e lultimo Natale che avremmo festeggiato noi due da soli. La sera di Natale mangiammo le specialit natalizie svedesi che ci aveva portato la madre di Linda, scartammo i regali e poi guardammo Il circo di Chaplin, perch ci eravamo regalati un cofanetto con tutti i suoi film. Li guardammo nei giorni di Natale, facemmo lunghe passeggiate per le strade avvolte nel silenzio solenne delle festivit, aspettammo, aspettammo. La russa ci scivol via dalla mente, per tutte le feste di Natale il mondo esterno era inesistente. Andammo a trovare la madre di Linda e restammo da lei per qualche giorno e quando tornammo cominciammo i preparativi per lultimo dellanno, perch avevamo invitato a cena da noi Geir e Christina e Anders e Helena.
Quella mattina pulii tutta la casa, uscii a fare la spesa per la cena, stirai la grande tovaglia bianca, allungai il tavolo con lapposita prolunga, lo apparecchiai, lucidai largenteria e i candelabri, piegai i tovaglioli e disposi delle ciotole con la frutta, in modo che tutto scintillasse e sfavillasse di borghesia quando sarebbero arrivati gli ospiti alle sette. I primi furono Anders e Helena e la loro figlia. Helena e Linda si erano conosciute quando Helena prendeva lezioni dalla madre di Linda e anche se Helena aveva sette anni pi di lei, si erano trovate subito. Anders stava con lei da tre anni. Lei era attrice, lui era... be, una specie di criminale.
Rossi in viso per il freddo mi sorrisero l sul pianerottolo quando aprii.
Come va, vecchio mio! esord Anders. Indossava un berretto marrone di pelle con i paraorecchie, una grossa giacca a vento blu e un paio di scarpe nere molto belle. Non si poteva dire elegante, eppure si abbinava stranamente a Helena, che con il suo cappotto bianco, gli stivali neri e il cappello di pelliccia bianco lo era decisamente.
Accanto a loro la bimba mi fissava con espressione seria dal passeggino.
Ciao, le dissi guardandola negli occhi.
Sul suo viso non si contrasse neppure un muscolo.
Accomodatevi! dissi arretrando di qualche passo.
Possiamo portare dentro il passeggino? chiese Helena.
Ma certo, risposi. Ci passa secondo te? O vuoi che apra anche laltra porta?
Mentre Helena spingeva in avanti il passeggino facendolo passare piano piano tra gli stipiti, Anders prese a svestirsi nellingresso.
Ma la seorita che fine ha fatto?
Si sta riposando, spiegai.
Va tutto bene?
S, s".
Bene! disse sfregandosi le mani. Cazzo, fuori fa un freddo cane!
Davanti a noi la bambina varc la porta, le mani strette intorno allimpugnatura del passeggino. Helena inser il freno per bloccare le ruote, poi la tir su, le tolse il berretto e le abbass la cerniera del tutone rosso mentre la piccola stava in piedi immobile. Sotto aveva un vestitino blu scuro, una calzamaglia bianca e scarpe bianche.
Dalla camera da letto arriv Linda. Il suo viso era raggiante. Prima abbracci Helena, poi loro due rimasero a lungo strette luna allaltra a guardarsi negli occhi.
Come sei bella, disse Helena. Come fai? Ricordo che quando ero al nono mese..".
 solo un vecchio vestito premaman, comment Linda.
S, ma sei tu a essere meravigliosa!
Linda sorrise compiaciuta prima di sporgersi in avanti per abbracciare Anders.
Guarda che tavola! esclam Helena mentre entrava in soggiorno. Accipicchia, che bella!
Non sapevo bene come comportarmi, quindi mi eclissai in cucina facendo finta di dover controllare qualcosa mentre aspettavo che si fossero calmati. Un attimo dopo si sent di nuovo il campanello.
Allora? esord Geir quando aprii la porta che dava sul corridoio. Hai finito di pulire?
Siete voi? commentai. Non avevamo detto luned? Qui stasera si festeggia Capodanno, quindi non  esattamente il momento giusto. Ma forse se ci stringiamo un po, possiamo trovare un posticino anche per voi..".
Ciao, Karl Ove, disse Christina abbracciandomi. State tutti bene?
S, s, risposi arretrando di qualche passo per far loro spazio mentre sopraggiungeva anche Linda per salutarli. Altri abbracci, altre scarpe e giacche che venivano tolte e poi tutti in soggiorno, dove la bimba di Anders e Helena, che aveva cominciato a strisciare per la stanza, era un punto di riferimento visivo gradito in quei primi minuti in cui la situazione non si era ancora stabilizzata del tutto.
Vedo che siete rimasti attaccati alle tradizioni di Natale, comment Anders indicando lenorme abete nellangolo.
Ci  costato ottocento corone, dissi adesso. Rimarr l finch sar vivo. Qui non si buttano mica via i soldi".
Anders scoppi a ridere.
Il direttore ha cominciato a scherzare!
Io scherzo sempre, precisai.  solo che voi svedesi non capite cosa dico".
In effetti, ammise. Allinizio non capivo unacca di quello che dicevi".
Allora questanno vi siete comprati un albero di Natale modello nuovi ricchi? intervenne Geir mentre Anders cominciava a parodiare il norvegese nel modo a cui ricorrono normalmente in Svezia e cio utilizzando a tutto spiano la parola kjempe, ogni tanto la parola gutt, che per un orecchio svedese risulta assai comico, il tutto pronunciato con unintonazione entusiastica che sale alla fine di ogni frase. Questo non aveva niente a che vedere con il mio dialetto, per cui ne dedussero che dovesse trattarsi di neonorvegese.
Non era nelle nostre intenzioni, dissi sorridendo.  un po imbarazzante avere un albero di Natale cos, devo ammetterlo. Ma sembrava piccolo quando lo abbiamo acquistato. Solo quando siamo riusciti a trascinarlo qui dentro, ci siamo resi conto di quanto fosse enorme. Ma daltronde ho sempre avuto problemi con le proporzioni".
Anders, sai cosa vuol dire kjempe in norvegese? intervenne Linda.
Linterpellato scosse la testa.
Di parole norvegesi conosco avis, giornale. E gutt, ragazzo. E vindu, finestra".
 lo stesso di jtte in svedese. Jttestor, in norvegese kjempestor, stra  grande, nel senso di molto grande, enorme".
Ma Linda credeva che me la fossi presa?
Mi ci sono voluti sei mesi prima di capirlo, continu. Che viene usato esattamente nello stesso modo. Devono esserci un sacco di parole che credo di capire, quando in realt non  cosi. Quasi non riesco a credere di aver tradotto dal norvegese allo svedese il libro di Sterbakken due anni fa. Allora non parlavo affatto il norvegese".
E Gilda invece?
Lei? No. Ne sapeva ancora meno di me. Ma lho riguardato non molto tempo fa, le prime pagine, e non sembrava malaccio. A parte una parola, per. Mi viene quasi da arrossire se ci penso. Ho tradotto stue, che significa soggiorno in norvegese, con lo svedese stuga, e cio che era seduto nella sua casetta di villeggiatura, magari in mezzo ai boschi, mentre il testo diceva che era seduto in soggiorno".
E allora come si dice stuga in norvegese? chiese Anders.
?Hytte, risposi.
Ah, ecco cosa vuol dire hytte! Certo che c una bella differenza..". comment Anders.
Ma nessuno mi ha mai detto niente, precis Linda. Rise.
Qualcuno ha voglia di un po di champagne? domandai.
Vado a prenderlo, disse Linda.
Al suo ritorno riun i cinque bicchieri e si mise ad allentare il filo di metallo della gabbietta che teneva il tappo al suo posto, con il viso leggermente discosto e tenendo gli occhi socchiusi, come se si aspettasse unesplosione maggiore. Alla fine il tappo le schizz nella mano con un plop bagnato e lei spost la bottiglia da cui fuoriusciva spumeggiando lo champagne, sopra i bicchieri.
Vedo che ci sai fare, esclam Anders.
Ho lavorato in un ristorante molto tempo fa, spieg Linda. Ma questo in particolare non mi riusciva. Mi manca del tutto il senso della profondit. Perci quando dovevo versare da bere nei bicchieri dei clienti, era sempre una scommessa".
Si raddrizz e ci porse uno a uno i bicchieri ancora spumeggianti e pieni di bollicine. Per s vers una variante analcolica.
Cin cin, allora, e benvenuti!
Brindammo. Dopo aver bevuto lo champagne, andai in cucina per finire di preparare gli astici. Geir mi segu e si sedette vicino al tavolo.
Astici, disse.  incredibile come hai fatto in fretta a integrarti nella societ svedese. Vengo da te per Capodanno, due anni dopo che ti sei trasferito qui, e tu servi i piatti tradizionali che gli svedesi mangiano allultimo dellanno".
Non sono lunico".
No, lo so, rispose sorridendo. Una volta io e Christina abbiamo mangiato messicano per Natale, te lho raccontato?
S, dissi mentre tranciavo in due il primo astice, lo posai sul vassoio e passai al secondo. Geir inizi a parlare del suo manoscritto. Lo seguivo a malapena. Ah, s? dicevo ogni tanto per segnalargli che stavo ascoltando anche se la mia attenzione era rivolta altrove. Non poteva parlare a tutti del manoscritto, quindi era solo qui e quando uscivo a fumare che vedeva lopportunit di farlo. Aveva scritto una prima stesura per cui aveva impiegato sei mesi e che io avevo letto e commentato. I commenti erano ampi e dettagliati, coprivano novanta pagine e purtroppo il tono della critica era spesso ironico. Avevo pensato che Geir sarebbe stato in grado di sopportare tutto, ma avrei dovuto mostrare un po pi di intelligenza, nessuno riesce a sopportare tutto e sono poche le cose pi difficili da affrontare del sarcasmo nei confronti del proprio lavoro. Eppure non riuscivo a evitarlo, succedeva lo stesso anche quando scrivevo i miei giudizi di consulente, lironia era sempre in agguato. Il problema del manoscritto di Geir, di cui lui era consapevole e che riconosceva, era il fatto che spesso la distanza nei confronti degli avvenimenti era troppo grande e molti elementi in essi erano sottintesi. Solo un osservatore esterno poteva porre rimedio. E laveva ottenuto. Ma in modo ironico, troppo ironico... derivava forse dal fatto che avevo provato il desiderio inconscio di elevarmi sopra di lui, lui che per il resto era sempre cos superiore?
No.
No?
Ti chiedo veramente scusa, dissi adesso prima di girare lultimo astice sul dorso e infilare il coltello nel guscio dello stomaco. Era pi morbido di quello dei granchi e in quella consistenza cera qualcosa che mi fece pensare che sembrava quasi finto, come qualcosa di plastica. Il colore rosso, non cera qualcosa di artificiale anche in quello? E tutti quei dettagli, piccoli e belli, come i solchi leggeri delle chele o la corazza della coda che ricordava la cotta di maglia di unarmatura, non sembravano forse forgiati nella bottega di un artista rinascimentale?
Lo fai a ragion veduta, rispose Geir. Dieci Ave Maria per la tua anima peccaminosa e malvagia. Riesci a immaginarti cosa vuol dire leggere i tuoi commenti e tutti i santi giorni lasciarsi schernire volontariamente da quello che c scritto? Ma sei completamente scemo o cosa, s-, in effetti lo sono, allora..".
 solo una questione tecnica, argomentai guardandolo per un attimo mentre forzavo il guscio con il coltello.
Tecnica? Tecnica? Per te  facile a dirsi. Tu riesci a scrivere venti pagine descrivendo una semplice visita al cesso e a far venire gli occhi lucidi a chi le legge. Secondo te quanti ne sarebbero capaci? Quanti scrittori non lavrebbero fatto se solo fossero stati in grado? Perch credi che la gente cerchi di rabberciare alla meglio le proprie poesie moderniste formate di tre parole a pagina?  perch non sanno fare altro. Questo dovresti capirlo, cazzo, dopo tutti questi anni. Se ne avessero avuto la capacit, lavrebbero fatto. Tu ce lhai, ma non lapprezzi. La sottovaluti e preferiresti essere bravo a scrivere saggi. Ma chiunque pu scrivere saggi!  la cosa pi facile del mondo".
Osservai la carne bianca dai filamenti rossi che apparve sotto il guscio reciso. Percepii il lieve odore dellacqua di mare.
Tu dici di non vedere le lettere dellalfabeto quando scrivi, non  cos? riprese Geir. Io invece non vedo altro che lettere dellalfabeto, merda. Si intrecciano davanti ai miei occhi come una specie di ragnatela. Da l non esce niente, capisci, tutto si ritorce allinterno, come ununghia incarnita qualunque".
Da quanto tempo ci dai dentro? chiesi. Un anno? Non  niente. Sono sei anni che scrivo e tutto quello che ho  uno stupido saggio di centotrenta pagine sugli angeli. Riparliamone nel 2009, forse allora prover compassione per te. E poi andava bene quello che ho letto. Storia fantastica, buone interviste. Basta solo lavorarci sopra".
Ah! esclam Geir.
Misi sul vassoio le due met di astice con il guscio rivolto verso lalto.
Sai che questa  lunica forma di potere che ho su di te? dissi afferrando lultimo astice.
Mah... Ci sarebbero almeno un altro paio di cosette che sai su di me e che vorrei che nessun altro venisse a sapere".
Ah, pensi a quello, risposi. Io mi riferisco ad altro".
Rise, fragorosamente e di cuore.
Seguirono alcuni secondi di silenzio.
Si era offeso?
Cominciai a dividere in due lastice con il coltello.
Era impossibile dirlo. Anche se lo avessi ferito, mi aveva detto una volta, non sarei mai venuto a saperlo. Era tanto orgoglioso quanto presuntuoso, tanto arrogante quanto leale. Perdeva amici a frotte, forse perch molto raramente si piegava e non aveva mai paura di dire quello che pensava. E a nessuno, o quasi, piaceva quello che pensava. Linverno dellanno prima si era creata tra di noi unatmosfera alquanto negativa: le volte che uscivamo insieme stavamo per lo pi seduti in silenzio, appollaiati ognuno sul proprio sgabello da bar, e quando per caso si parlava, in genere era lui che diceva qualcosa di acido su di me o su quello che mi riguardava, mentre io cercavo pi che potevo di restituirgli la pariglia. E poi allimprovviso non lo sentii pi. Due settimane dopo mi telefon Christina dicendomi che era partito per la Turchia per delle ricerche sul campo e che sarebbe rimasto via per parecchi mesi. Rimasi sorpreso, era uno sviluppo inaspettato, e un po offeso perch non me ne aveva fatto parola. Qualche settimana dopo venni a sapere da un mio amico in Norvegia che Geir era stato intervistato al Dagsrevyen, il telegiornale norvegese, per essersi prestato come scudo umano a Bagdad. Sorrisi tra me e me, era tipico di Geir, anche se al contempo non riuscivo a capire perch me lo avesse tenuto nascosto. Pi tardi salt fuori che lo avevo offeso. In cosa consistesse loffesa, non lho mai saputo. Ma quando torn a Stoccolma quattro mesi dopo, carico di microcassette contenenti le interviste, dopo essersi trovato per settimane sotto una pioggia di bombe, sembrava un uomo nuovo. Tutta quella tristezza mista a crisi che aveva dominato lautunno e linverno era sparita, e quando riallacciammo la nostra amicizia fu esattamente da dove era cominciata.
Geir e io eravamo nati nello stesso anno ed eravamo cresciuti a qualche chilometro di distanza ognuno sulla propria rispettiva isola al largo di Arendal  Hisya e Tromya  ma senza sapere dellesistenza dellaltro dato che il nostro primo naturale punto di incontro sarebbe dovuto essere il liceo, ma allepoca mi ero gi trasferito da un pezzo a Kristiansand. La prima volta che lo incontrai fu a una festa a Bergen, dove studiavamo entrambi. Faceva in qualche modo parte dellambiente formato da quelli provenienti da Arendal a cui anchio ero vagamente legato tramite Yngve e, quando parlai con lui, pensai che avrebbe potuto essere lamico di cui sentivo la mancanza, perch a quel tempo, il primo anno a Bergen, non ne avevo e mi aggrappavo a quelli di Yngve. Uscimmo insieme qualche sera, rideva in continuazione e possedeva una strafottenza che mi piaceva, ma al contempo era anche genuinamente interessato alle persone che aveva intorno a s ed era in grado di dire qualcosa su di loro. Era un tipo che andava dritto al punto e per questo era uno che faceva la differenza. Avevo trovato un nuovo amico, quello era il mio pensiero positivo in quelle settimane di primavera del 1989. Ma poi salt fuori che lui doveva andare avanti per la sua strada, per lui Bergen non era un posto dove stabilirsi, fece le valigie non appena gli esami furono terminati e si trasfer a Uppsala in Svezia. Quellestate gli scrissi una lettera, non gliela spedii mai e cos Geir spar dalla mia vita e dai miei pensieri.
Undici anni dopo mi sped un libro. Parlava di boxe, si intitolava Lestetica del naso rotto. La sua strafottenza e la sua capacit di andare dritto al punto erano rimaste intatte, ebbi modo di constatare dopo qualche pagina, e poi in seguito che oltre a ci si erano aggiunte molte altre cose. Aveva fatto pugilato in un club di Stoccolma per tre anni per penetrare lambiente che descriveva. L i valori che la societ del benessere ha demolito, come la mascolinit, lonore, la violenza e il dolore, erano ancora tenuti in considerazione e per me laspetto interessante era vedere come la societ appariva diversa quando la si osservava da quella prospettiva, alla luce di quel manipolo di valori che contavano l dentro. Larte stava nellapprocciarsi a quel mondo senza portarsi appresso tutto ci che si aveva nellaltro, cercare di vederlo per quello che era, cio partendo dalle sue premesse e poi usarle come piattaforma per rivolgere nuovamente lo sguardo verso lesterno. Allora tutto appariva diverso. Nel libro Geir collegava quello che vedeva e stava descrivendo a una cultura classica antiliberale di alto livello, secondo una linea che da Nietzsche e Jnger arrivava fino a Mishima e Cioran. In essa niente era in vendita, nulla poteva essere valutato in termini di denaro e in questo, o partendo da quel punto di vista, scoprii che cose che avevo sempre ritenuto scontate e insite nella natura, quasi una parte di me, erano, al contrario, relative e casuali. In questo senso il libro di Geir fu per me importante quanto lo era stato Statues di Michel Serres, dove larcaico, in cui siamo e sempre siamo stati sprofondati, emerge con una chiarezza sconvolgente, e Le parole e le cose di Michel Foucault, dove la stretta che la contemporaneit e la lingua del nostro tempo esercitano sulle nostre idee e sul nostro modo di percepire la realt viene portata alla luce, si vede come un mondo concettuale, in cui tutti vivono in maniera piena e completa, sostituisce laltro. Tutti questi libri avevano in comune il fatto di istituire un luogo al di fuori della contemporaneit, o al margine di essa, dunque una palestra di boxe, che risultava come una specie di enclave in cui sopravvivevano i valori pi importanti del recente passato, oppure negli abissi della storia, da dove quello che eravamo, o credevamo di essere, veniva completamente capovolto e ribaltato. Probabilmente mi ero gi avviato silenziosamente verso quel punto, a tentoni e in un modo quasi invisibile ai miei pensieri, poi quei libri erano entrati nella mia vita, erano stati praticamente messi sul tavolo davanti ai miei occhi, e qualcosa di nuovo era sorto nitido dentro di me. Come succede sempre con le opere epocali, esse diedero voce a quelli che per me erano stati intuizioni, sentimenti, percezioni. Un disagio sordo, una sorda insoddisfazione, una rabbia sorda e senza collocazione. Ma nessuna direzione, nessuna chiarezza, nessuna coerenza. Che proprio il libro di Geir fosse stato cos importante era anche dovuto al fatto che il nostro retaggio era cos simile  avevamo esattamente la stessa et, conoscevamo le stesse persone che provenivano dagli stessi posti, entrambi avevamo dedicato la nostra vita adulta alla lettura e alla scrittura  quindi comera potuto accadere che lui fosse giunto a una posizione cos radicalmente diversa? Fin dalle elementari ero stato incoraggiato, e gli altri con me, a pensare in maniera critica e autonoma. Che questo pensiero critico fosse un bene solo fino a un certo punto e che oltre quel punto si trasformasse nel suo opposto e diventasse un male, o il male per definizione, non lo avevo capito se non dopo aver passato da un pezzo i trentanni. Perch cos tardi? ci si potrebbe chiedere. In parte era dovuto alla mia eterna compagna ingenuit, che con la sua dabbenaggine modello cugino di campagna poteva s dubitare delle opinioni, ma mai sulle premesse alla base di queste opinioni, e quindi non si chiedeva mai se ci che veniva propinato come critico fosse veramente critico, se ci che veniva spacciato per radicale fosse veramente radicale, se ci che veniva presentato come buono fosse veramente buono, cosa che fanno tutte le persone ragionevoli non appena escono dalla morsa delle intuizioni imbevute di s e tramortite dai sentimenti che caratterizzano ladolescenza; in parte era dovuto al fatto che io, come molti della mia generazione, ero stato educato a pensare in modo astratto, cio ad acquisire nozioni su differenti scuole di pensiero in diverse discipline, a riprodurle in maniera pi o meno critica, magari paragonandole ad altre linee di pensiero, per poi venir giudicato in base a questo, ma a volte anche in base alla mia capacit intuitiva, o al mio desiderio personale di sapere, senza che per questo il pensiero abbandonasse lastrazione, e cos il fatto di pensare finiva per essere unattivit che avveniva a livello di fenomeni secondari, il mondo cos come veniva presentato dalla filosofia, dalla letteratura, dalle scienze sociali, dalla politica, mentre il mondo che popolavo, quello in cui dormivo, mangiavo, parlavo, amavo, correvo, quello che aveva un odore, un sapore, dei suoni, pioggia e vento, quello che sentivo sulla pelle, rimaneva fuori, non era un argomento adatto al pensiero. Cio, pensare lo facevo anche l, ma in un modo differente, pi pratico, indirizzato a riflettere su ogni singolo fenomeno, e spinto da tuttaltri motivi: mentre nella realt astratta pensavo per capirla, in quella concreta pensavo per gestirla. Nella realt astratta potevo crearmi un io, un io fatto di opinioni, nella realt concreta ero quello che ero, un corpo, uno sguardo, una voce.  qui che tutta lindipendenza trae origine. E anche il pensiero indipendente. Il libro di Geir non parlava solo di questo, ma si articolava anche in tal senso. Descriveva soltanto ci che aveva visto con i propri occhi, sentito con le proprie orecchie, e quando cercava di capire quello che aveva visto e sentito lo faceva diventandone a sua volta una parte. Questa era tra laltro la modalit di riflessione pi vicina al tipo di vita che descriveva. Un pugile non veniva mai giudicato per quello che diceva o per quello che pensava, ma per quello che faceva.
La misologia, la sfiducia nelle parole, cos come la intendeva Pirrone, il Pirronismo, era qualcosa a cui uno scrittore doveva aspirare? Tutto quello che viene espresso con le parole pu essere negato con le parole, dunque a che cosa servono i trattati, i romanzi, la letteratura? O formulando la cosa in un altro modo: ci che si dice essere vero, si pu sempre anche affermare che sia non-vero. Questo  il punto zero e il luogo da cui si espande il valore zero. Ma non si tratta di un punto morto, neppure per la letteratura, perch la letteratura non  solo parole, la letteratura  ci che le parole evocano in chi legge.  questo il surplus che d validit alla letteratura, non sono le trasgressioni formali in s, come molti ritengono. La lingua criptica ed enigmatica di Paul Celan non ha niente a che vedere con linaccessibilit e la chiusura, anzi, qui si tratta di aprire ci a cui la lingua solitamente non ha accesso, ma che noi comunque, da qualche parte nel profondo di noi stessi, conosciamo o riconosciamo e, se cos non , scopriamo. Le parole di Paul Celan non possono essere contraddette con parole. Quello che esse posseggono non pu essere tradotto e trasformato, esiste solo l e in ciascuno di coloro che lo sussumono dentro di s.
Il motivo per cui i quadri e in parte le foto fossero cos importanti per me era legato a questo. In essi non cerano parole n nozioni, e quando li guardavo era ci che provavo quello che li rendeva cos peculiari, pur nella loro assenza di concetti. In questo cera qualcosa di stupido, una zona completamente priva di intelligenza che faticavo a riconoscere o a permettere, ma che probabilmente rimaneva lelemento singolo pi importante di quello di cui mi volevo occupare.
Sei mesi dopo aver letto il libro di Geir gli mandai una email per chiedergli se voleva scrivere un saggio per la rivista Vagant, per la quale lavoravo come redattore. Rispose di s, ci scambiammo una serie di email, sempre in modo formale e professionale. Un anno dopo, quando da un giorno allaltro lasciai Tonje e tutta la vita con lei a Bergen, gli inviai una email chiedendogli se poteva consigliarmi qualche posto dove abitare a Stoccolma, lui non ne aveva idea, ma avrei potuto dormire da lui mentre cercavo qualcosa. Volentieri, gli risposi. Bene, mi scrisse, quando arrivi? Domani, risposi. Domani? scrisse.
Qualche ora pi tardi, dopo una notte trascorsa sul treno da Bergen a Oslo e una mattina su quello da Oslo a Stoccolma, trascinavo le mie valigie dal marciapiede nei sottopassaggi della stazione di Stoccolma in cerca di una cassetta di sicurezza abbastanza capiente da ospitarle entrambe. Per tutto il viaggio avevo letto per evitare di pensare a quello che era successo negli ultimi giorni e che era il motivo per cui me ne ero andato, ma adesso, in quel vortice di gente che era diretta e veniva da qualche treno di pendolari, era diventato impossibile reprimere ulteriormente la mia inquietudine. Sentendomi gelare fin nel profondo dellanima, camminavo lungo il sottopassaggio. Dopo aver sistemato le valigie in due cassette diverse ed essermi infilato le chiavi nella tasca dove di solito stavano quelle di casa, andai nella toilette e mi sciacquai il viso con lacqua fredda per cercare di essere pi presente. Per qualche secondo mi guardai allo specchio. Il viso era pallido e leggermente gonfio, i capelli arruffati e gli occhi... s, gli occhi... fissavano, ma non in modo attivo e rivolti verso lesterno, come se stessero cercando qualcosa, piuttosto come se quello che vedevano sprofondasse al loro interno, come se risucchiassero ogni cosa dentro di s.
Quando mi era venuto quello sguardo?
Aprii il rubinetto dellacqua calda e ci tenni sotto le mani per un po, finch il calore non cominci a diffondersi lungo le dita, strappai un pezzo di carta dal contenitore e me le asciugai, lo gettai nel cestino accanto al lavandino. Pesavo centoun chili e non nutrivo nessuna speranza in niente. Ma adesso ero qui, in fondo era gi qualcosa, pensai mentre uscivo, salii le scale ed entrai nella hall, mi fermai al centro, circondato ovunque da gente, per cercare di elaborare una specie di piano. Erano poco pi delle due. Alle cinque avrei dovuto incontrare l Geir. Quindi avevo tre ore da far passare. Di sicuro dovevo mangiare. Mi serviva una sciarpa. E poi avrei dovuto tagliarmi i capelli.
Uscii dalla stazione e mi fermai di nuovo nella piazza davanti ai taxi. Il cielo era grigio e freddo, laria umida. A destra si snodava un labirinto di strade e ponti, dietro cera un laghetto, oltre ancora una serie di edifici dallaspetto monumentale. A sinistra unampia strada molto trafficata, dritto davanti a me una via che dopo un po curvava a destra seguendo un muro sudicio, oltre il quale cera una chiesa.
Che strada dovevo prendere?
Poggiato un piede su una panchina, mi rollai una sigaretta, la accesi e cominciai a incamminarmi verso sinistra. Dopo circa cento metri mi fermai. Non prometteva bene, l tutto era stato costruito pensando alle automobili che mi sfrecciavano accanto, mi voltai e tornai indietro, provai invece con la strada davanti a me, che sbucava in unampia via simile a un viale con un enorme centro commerciale in muratura sul lato opposto. L davanti cera una specie di piazza, quasi affossata nel terreno, e sulla destra svettava un grande edificio in vetro. CASA DELLA CULTURA, cera scritto a caratteri rossi e ci entrai, salii con la scala mobile al primo piano, dove a quanto pareva cera un caff, comprai una baguette con polpettine di carne e insalata di cavolo rosso e mi sedetti accanto alla finestra, da cui potevo vedere la piazza e la strada che si snodava davanti al centro commerciale.
Avrei vissuto l? Era l che vivevo adesso?
Il pomeriggio del giorno prima ero a casa mia a Bergen.
Il giorno prima era il giorno prima.
Tonje mi aveva accompagnato al treno. La luce artificiale sul binario, i passeggeri che davanti alle carrozze gi illuminate per la notte parlavano a voce bassa, le rotelline delle valigie che graffiavano lasfalto. Tonje piangeva. Io non piangevo, mi ero limitato ad abbracciarla, ad asciugarle le guance, lei mi aveva sorriso tra le lacrime e io ero salito sul treno pensando che non volevo vederla allontanarsi, non volevo vedere la sua schiena, ma non ero riuscito a resistere, avevo guardato fuori dal finestrino e lavevo vista camminare lungo il marciapiede e sparire dalluscita.
Sarebbe rimasta l?
Nella nostra casa?
Addentai la baguette prima di abbassare lo sguardo verso la piazza a scacchi bianchi e neri per cercare di distogliere i pensieri e concentrarli su qualcosaltro. Lungo la fila di negozi sul lato opposto cera un mucchio di gente. Dentro e fuori dalle porte della stazione della metropolitana, dentro e fuori dal sottopassaggio alla galleria, su e gi dalle scale mobili. Ombrelli, cappotti da donna, cappotti da uomo, borse, buste della spesa, zaini, berretti, passeggini. E, sopra di loro, automobili e autobus.
Lorologio appeso alla parete del centro commerciale segnava le tre meno dieci. Forse sarebbe stato meglio andare adesso a tagliarsi i capelli, cos non rischiavo di fare tutto di corsa, pensai. Mentre scendevo sulle scale mobili, presi il cellulare e passai in rassegna i nomi che avevo salvato nella rubrica, ma non ce nera nessuno a cui avevo voglia di telefonare, cerano troppe cose da spiegare, troppe cose da dire, troppo poco da ricevere in cambio, cos quando mi trovai nuovamente fuori in quello sconsolato pomeriggio di marzo, dove qualche pesante fiocco di neve aveva cominciato a cadere dal cielo, lo spensi e lo rimisi in tasca prima di incamminarmi in Drottninggatan alla ricerca di un parrucchiere. Fuori dal centro commerciale un tizio stava suonando larmonica. O meglio, pi che suonare ci soffiava dentro con tutte le sue forze mentre muoveva a scatti il busto in avanti e indietro. Aveva i capelli lunghi, il viso devastato. La forte aggressivit che emanava mi arriv dritta dentro come un fiume in piena. Quando gli passai davanti, sentii la paura che mi pulsava nelle vene. Poco pi avanti, allentrata di un negozio di scarpe, una giovane donna si chin sopra un passeggino per prendere in braccio un bambino. Era infilato in una specie di sacco foderato di pelliccia, con la testa avvolta da un berretto egualmente foderato di pelliccia e guardava dritto davanti a s, come indifferente a quello che gli stava accadendo. Lei lo strinse a s con una mano, apr la porta del negozio con laltra. La neve che stava cadendo si scioglieva non appena toccava terra. Seduto su una sedia pieghevole, un uomo teneva in mano un cartello su cui si poteva leggere che a cinquanta metri sulla sinistra cera un ristorante dove si poteva mangiare plankebiff a centonove corone. Una bistecca alla griglia servita su un tagliere? pensai. Molte delle donne che passavano si somigliavano, erano sulla cinquantina, avevano gli occhiali, corpi arrotondati, indossavano cappotti, stringevano tra le mani buste con il marchio di Ahlens, Lindex, NK, Coop, Hemkp. Gli uomini della stessa et erano in numero minore, ma anche molti di loro si somigliavano, anche se in modo diverso. Occhiali, capelli color sabbia, occhi scialbi, giacche verdognole o grigiastre dallaria vagamente casual, pi spesso leggere che pesanti. Desideravo allontanarmi per stare con me stesso, ma non era possibile e quindi proseguii lungo la salita. Il fatto che tutti i volti che vedevo mi fossero estranei e che lo sarebbero rimasti per le settimane e i mesi a venire, visto che l non conoscevo anima viva, non mi impediva di sentirmi osservato. Persino quando abitavo su unisoletta in mezzo al mare dove vivevano solo altre tre persone mi sentivo osservato. Il cappotto aveva forse qualcosa che non andava? Il bavero non doveva essere tirato su in quel modo? Le scarpe erano come dovevano essere? Forse camminavo in maniera un po strana? Pendevo leggermente in avanti? Oh, ero un idiota, un idiota. La fiamma della stupidit ardeva dentro di me. Oh, che idiota che ero. Che stupido cretino del cazzo che ero. Le mie scarpe. Il mio cappotto. Stupido, stupido, stupido. La mia bocca, informe, i miei pensieri, informi, i miei sentimenti, informi. Tutto scivolava via. Da nessuna parte cera qualcosa di fisso. Qualcosa di duro, di necessario. Morbido, molle e stupido. Cazzo. Oh, cazzo. Oh, cazzo, quantero stupido. Non riuscivo a trovare pace in un caff, nellarco di un secondo avevo gi introiettato dentro di me tutti coloro che mi circondavano e continuavo a farli entrare e ogni sguardo che mi arrivava mi penetrava, gi nel profondo, rovistava dentro di me, e ogni movimento che facevo, fosse anche solo sfogliare un libro, si propagava allesterno, tra di loro, come un segno della mia stupidit, ogni movimento che facevo, diceva: qui siede un deficiente. Perci era meglio camminare, perch cos gli sguardi sparivano uno dopo laltro, anche se a dire il vero venivano sostituiti da nuovi, ma non avevano il tempo di insediarsi, scivolavano via, ecco un idiota, ecco un idiota, ecco un idiota. Questo era il ritornello quando camminavo. E sapevo che non aveva senso, che erano cose che si agitavano dentro di me, ma questo non mi aiutava, perch arrivavano fino a l, dentro il mio essere, rovistavano dentro di me, e persino i pi malandati di tutti loro, persino quello pi brutto, pi grasso o pi sciatto, persino quella con la bocca spalancata e quegli occhi vuoti da pesce lesso, potevano guardarmi e con lo sguardo comunicarmi che non ero come avrei dovuto. Persino lei. Era cos. Eccomi l a camminare in mezzo a quella calca, sotto il cielo che si stava scurendo, tra i fiocchi di neve che cadevano, superando un negozio dopo laltro dagli interni illuminati, solo nella mia nuova citt, senza avere idea di come sarebbe andata, perch non aveva importanza, non aveva nessuna importanza, lunica cosa a cui pensavo era che dovevo riuscire ad affrontare e superare tutto questo. Tutto questo era la vita. Affrontarla e superarla era quello che stavo cercando di fare.
In un passaggio accanto al grande centro commerciale trovai un parrucchiere dove non cera bisogno di prendere appuntamento e che prima passando non avevo notato. Non dovevo fare altro che sedermi. Niente lavaggio, i capelli vennero inumiditi con un po dacqua spruzzata da un flacone. Il parrucchiere, un immigrato, mi sembrava curdo, mi chiese come li volevo, gli dissi corti, gli mostrai con il pollice e lindice la lunghezza che desideravo, mi chiese cosa facevo, gli dissi che ero studente, mi domand da dove venivo, risposi dalla Norvegia, mi chiese se ero l in vacanza, dissi di s e poi non ci scambiammo pi una parola. I riccioli caddero per terra intorno alla poltroncina. Erano quasi completamente neri. Era strano, perch quando mi guardavo allo specchio avevo i capelli chiari. Era sempre stato cos. Anche se sapevo che i miei capelli erano scuri, non lo vedevo. Li vedevo chiari, come durante linfanzia e ladolescenza. Anche nelle foto li vedevo chiari. Solo quando li tagliavo e potevano essere studiati separati e staccati da me, sopra per esempio delle piastrelle bianche, come adesso, vedevo che erano scuri, quasi neri.
Quando mezzora dopo uscii in strada, laria fredda si pos come un casco sulla zazzera tagliata di fresco. Erano quasi le quattro, il cielo era quasi nero. Entrai in un negozio H&M che avevo gi individuato per comprarmi una sciarpa. Il reparto uomo era nel seminterrato. Dal momento che non avevo visto le sciarpe dopo aver girato per un po, andai alla cassa e chiesi alla ragazza in piedi dietro al bancone dove potevo trovarle.
Come scusi? mi chiese in svedese.
Dove tenete le sciarpe? ripetei in norvegese.
Purtroppo non capisco cosa sta dicendo. Im sorry. What did you say?
Le sciarpe, insistetti in norvegese. Mi toccai il collo. Dove sono?
I dont understand. Do you speak English?
Scarves, dissi. Do you have any scarves?
Oh, scarves, esclam. Thats what we call halsduk. No, Im sorry. Its not the season for them anymore".
Quando mi ritrovai di nuovo fuori in strada, valutai per un attimo se entrare da Ahlens, come si chiamava quel grosso centro commerciale, per cercare l una sciarpa, ma desistetti dal proposito, basta figure da idiota per quel giorno, cos mi incamminai nuovamente su per la strada diretto verso la pensione dove avevo alloggiato lestate di due anni prima, spinto dallunico motivo secondo cui era meglio procedere con in testa una meta che senza. Entrai in un negozio di antiquariato di libri. Gli scaffali erano cos alti e fitti che si faceva fatica a girare. Dopo aver lanciato uno sguardo indifferente ai dorsi dei volumi, stavo per uscire quando mi cadde locchio su un libro di Hlderlin che si trovava in cima a una pila appoggiata a un angolo del bancone.
Questo  in vendita? chiesi al commesso, un uomo della mia stessa et che mi stava osservando gi da un pezzo.
Certo, rispose con aria impassibile.
Si intitolava Canzoni. Forse era una traduzione de Vaterlndischer Gesnge?
Guardai il colophon. Lanno di pubblicazione era il 2002. Quindi era proprio nuovo. Ma non diceva niente del titolo originale, per cui feci scorrere rapidamente la postfazione soffermandomi su tutte le parole in corsivo. Eccolo. Cera scritto: die vaterlndische Gesnge. Canti patriottici. Perch diavolo lo avevano tradotto con Canzoni?
Faceva lo stesso.
Lo prendo. Quanto le devo? dissi in norvegese.
Scusi? rispose.
Quanto costa? ripetei in un norvegese pi comprensibile.
Se me lo d un attimo, cos controllo... Centocinquanta corone, grazie, disse.
Pagai, lui infil il libro in un sacchettino e me lo porse insieme alla ricevuta, che infilai nella tasca posteriore dei pantaloni prima di aprire la porta e uscire, con il sacchetto che mi penzolava in mano. Fuori pioveva. Mi fermai, mi tolsi lo zaino, ci misi dentro il libro e dopo essermi rimesso lo zaino in spalla proseguii tra le luci scintillanti di quella via dello shopping, dove la nevicata di unora non aveva lasciato altre tracce se non uno strato grigio simile a fanghiglia su tutte le superfici che si trovavano sopra il livello della strada: le gronde dei tetti, i davanzali delle finestre, le teste delle statue, i pavimenti delle verande, le tende da sole abbassate per cui il tessuto lungo il telaio esterno si incurvava leggermente verso il basso, gli spigoli dei muri, i coperchi dei bidoni della spazzatura, le fontanelle. Ma non sulla strada. Nera e bagnata brillava alla luce delle vetrine e dei lampioni.
La pioggia fece s che un po della cera che il parrucchiere mi aveva messo sui capelli prese a scivolarmi sulla fronte. La tolsi con la mano che mi asciugai sui pantaloni, notai un piccolo portone sul lato destro della strada e mi rifugiai l per fumarmi una sigaretta. Allinterno cera un ampio giardino con i tavoli allaperto di almeno due ristoranti diversi. Una piccola vasca al centro. Sulla parete accanto alla porta dingresso cera la targa dellassociazione svedese degli scrittori. Era un buon segno. LAssociazione degli scrittori era uno dei posti a cui avevo pensato di telefonare per informarmi se sapevano dove potevo stare.
Accesi la sigaretta, tirai fuori il libro che avevo comprato, mi appoggiai al muro e cominciai a sfogliarlo senza troppo entusiasmo.
Da molto tempo ormai Hlderlin era per me un nome familiare. Non che lo avessi letto in modo sistematico, anzi, il tutto si limitava a un paio di poesie sporadiche tratte dalla raccolta di traduzioni di Olav Hauge, a cui si aggiungeva la mia conoscenza, alquanto superficiale, del destino che lo aveva colpito, gli anni della follia trascorsi nella torre di Tubinga, eppure il suo nome mi accompagnava da molto tempo, pressappoco dallet di sedici anni, quando per la prima volta mio zio Kjartan, il fratello pi giovane della mamma, che aveva dieci anni meno di lei, aveva cominciato a parlare di Hlderlin. Kjartan era lunico dei fratelli che abitava ancora nella casa doverano cresciuti, una piccola fattoria a Srbvg nellYtre Sogn, insieme ai genitori: il nonno, che a quel tempo si avvicinava agli ottanta, ma era ancora vitale e molto attivo, e la nonna, che soffriva di uno stadio avanzato del morbo di Parkinson e doveva essere aiutata quasi in tutto. Oltre a occuparsi della fattoria e dei campi, cosa che richiedeva tempo ed energie anche se la propriet non superava i venti ettari, e dellassistenza giorno e notte alla madre, lavorava anche come idraulico navale in un cantiere a qualche decina di chilometri da casa. Era un uomo sensibile come ce ne sono pochi, fragile come la pi fragile delle piante, totalmente privo di interesse o di capacit per gli aspetti pi pratici della vita, quindi tutto quello che faceva, quello che costituiva la sua vita quotidiana, doveva essere qualcosa che si era imposto. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Pura e caparbia forza di volont. Che la situazione si fosse evoluta a quel modo non era necessariamente dovuto al fatto che non fosse mai riuscito a rompere con lambiente e le circostanze in cui era nato, come forse si sarebbe potuto pensare, che fosse rimasto tra ci che conosceva solo perch gli era noto, ma era piuttosto una conseguenza della sua natura sensibile. Perch, a cosa poteva aspirare un giovane attratto dal concetto di ideale e perfezione alla met degli anni settanta? Se fosse stato giovane negli anni venti, come suo padre, sarebbe stata probabilmente la corrente vitalistica, esaltatrice della natura, tardoromantica, per lo meno la parte che scriveva in neonorvegese, quella in cui si sarebbe trovato probabilmente a proprio agio e che avrebbe cercato, quella entro cui scrivevano Olav Nygard, Olav Duun, Kristofer Uppdal e Olav Aukrust e che in seguito Olav Hauge avrebbe trasposto e inserito nel nostro tempo; se fosse stato giovane negli anni cinquanta, sarebbero state le idee e le teorie del radicalismo culturale quelle a cui forse avrebbe aderito, se magari il suo opposto, le forze agonizzanti del conservatorismo culturale, non lo avesse ghermito prima. Ma non erano n gli anni venti n gli anni cinquanta quelli in cui aveva vissuto la propria giovinezza, era allinizio degli anni settanta, cos era diventato membro dellAkp (m-l), il Partito comunista dei lavoratori (marxista-leninista), e si era autoproletarizzato, come si diceva allora. Cominci a montare tubi sulle navi perch credeva in un mondo migliore. Non soltanto per qualche mese o pochi anni, come accadde alla maggior parte dei suoi compagni politici, ma quasi per un ventennio. Fu uno dei pochissimi a non abbandonare lideale quando i tempi cambiarono, ma si mantenne fedele a esso, nonostante il prezzo da pagare, a livello sia sociale che privato, crescesse sempre di pi con il passare del tempo. Essere comunista in un villaggio era molto diverso dallessere comunista in una citt. In una citt uno non era solo questo, cerano altri a condividere le stesse idee, un senso di appartenenza, oltre al fatto che le proprie convinzioni personali non erano palesi in qualsiasi contesto. In un villaggio eri il comunista. Quella era la sua identit, quella era la sua vita. Essere comunista allinizio degli anni settanta, quando i comunisti erano spinti in avanti e portati come da unonda, era una cosa alquanto differente dallessere comunista negli anni ottanta, quando tutti i topi avevano abbandonato ormai da tempo la nave.
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Un comunista solitario suona quasi come un paradosso, ma era cos per Kjartan. Ricordo le discussioni tra lui e mio padre le estati quando andavamo a trovare i nonni, le loro voci concitate che ci giungevano dal soggiorno sottostante quando eravamo a letto e avremmo dovuto dormire e anche se non ero in grado di articolarla e neppure pensarla, intuivo che ci fosse tra di loro una differenza e che quella differenza era fondamentale. Per mio padre la discussione era circoscritta, si trattava di illuminare Kjartan sui suoi errori e travisamenti, per Kjartan era una questione di vita o di morte, di tutto o niente. Da qui lirritazione nella voce di mio padre, lardore in quella di Kjartan. Emergeva anche, o almeno io lo intendevo cos, il fatto che mio padre parlava prendendo come spunto la realt, che quello che diceva e intendeva apparteneva al qui, apparteneva al noi, alle nostre giornate di scuola e alle nostre partite di calcio, ai nostri fumetti e a quando andavano a pescare, al nostro spalare la neve e al riso e latte con lo zucchero, il burro e la cannella del sabato, mentre Kjartan parlava partendo da tuttaltra angolazione, da qualcosa che risiedeva altrove. Ovviamente non poteva accettare che ci in cui credeva e per cui in un certo senso aveva sacrificato la sua esistenza non avesse nulla a che vedere con la realt, come sosteneva ogni volta mio padre, e la maggior parte della gente con lui. Che la realt non fosse come diceva Kjartan, e che non lo sarebbe mai stata. Questo avrebbe fatto di lui un sognatore. Ed era proprio un sognatore quello che lui non era! Era per lappunto la realt concreta, materiale, fisica, legata alla terra ci a cui lui si relazionava! La situazione era profondamente ironica. Colui che difendeva le teorie sulla comunanza e la solidariet era quello che veniva ripudiato ed era solo. Colui che osservava il mondo da un punto di vista idealistico e astratto, colui che aveva un animo pi raffinato di tutti gli altri, era quello che sollevava carichi e li trasportava, che usava il martello e gli attrezzi da lavoro, saldava e avvitava, girava strisciando e camminando carponi dentro una nave dopo laltra, era colui che mungeva e dava il fieno alle mucche, che spalava il concime nel letamaio e in primavera lo spargeva nei campi, era colui che falciava il fieno e lo metteva a seccare, si occupava della manutenzione degli edifici e accudiva la propria madre che ogni anno che passava richiedeva sempre pi assistenza. Quella era diventata la sua vita. Che il comunismo cominciasse a tramontare, allinizio degli anni ottanta, e le intense discussioni che aveva sostenuto si affievolissero in modo impercettibile, e un giorno scomparissero del tutto, cambi forse il senso della sua vita, ma non il suo contenuto. Tutto continu come prima seguendo lo stesso corso: alzarsi allalba a mungere le mucche e dare loro il foraggio, prendere lautobus per andare al cantiere navale, lavorare tutto il giorno, tornare a casa e occuparsi dei genitori, camminare un po con la mamma dentro casa se lei era in condizione di farlo, o chinarsi a massaggiarle le gambe, aiutarla ad andare in bagno, magari prepararle i vestiti per il giorno dopo, fare quello di cui cera bisogno fuori, sia che si trattasse di riportare le mucche nella stalla, mungerle o chiss che altro, poi ritirarsi nella propria abitazione, fare uno spuntino serale e dormire fino al mattino dopo  sempre che la nonna non stesse cos male da costringere il nonno ad andare a chiamarlo nel corso della notte. Quella era la vita di Kjartan, come appariva vista dallesterno. Quando cominci il suo periodo comunista, io avevo solo un paio danni e quando esso scem, per lo meno la parte dellattivismo retorico, avevo appena finito le elementari, quindi tutto questo non costituiva altro che una specie di vago sfondo dellimmagine che avevo di lui quando, arrivato allet di sedici anni, avevo iniziato a interessarmi a chi erano le persone. Molto pi significativo per quellimmagine era il fatto che scrivesse poesie. Non perch mi interessassi alla poesia, ma perch questo diceva qualcosa di pi sul suo conto. Perch le poesie non erano qualcosa che si scriveva se non se ne sentiva il bisogno, cio se uno non era un poeta. Lui non ce ne parlava, ma neanche lo teneva nascosto. In ogni caso noi lo sapevamo. Un anno apparvero alcune sue poesie sul settimanale di cultura Dag og Tid, un altro anno sul quotidiano di sinistra Klassekampen, immagini piccole, semplici della realt di un operaio di fabbrica che, nonostante il loro pudore e riservatezza, suscitarono una certa stima nella famiglia Hatly, dove tutto ci che era libri e cultura veniva tenuto in gran considerazione. Quando poi gli pubblicarono una poesia sulla rivista letteraria Vinduet, accanto a una foto che lo ritraeva, e qualche anno dopo apparvero nella stessa rivista due pagine di sue poesie, ai nostri occhi era diventato un poeta purosangue. Fu allora che cominci a studiare filosofia. La sera sedeva nella sua casa in cima al fiordo intento a decifrare con fatica il tedesco terribilmente intricato usato da Heidegger in Essere e tempo, probabilmente parola per parola perch per quanto ne sapevo non aveva pi n letto n parlato tedesco dai tempi della scuola, e i poeti di cui scriveva Heidegger, Hlderlin in particolare, e i presocratici a cui faceva riferimento, e Nietzsche, Nietzsche. In seguito descrisse la lettura di Heidegger come un ritorno a casa. Non  unesagerazione affermare che ci lo riemp totalmente. E che cera qualcosa di religioso in quellesperienza. Un risveglio, una conversione, un vecchio mondo fu colmato di nuovo significato.
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FINE Parte 1.